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Strage di Calenzano: i manager Eni patteggiano, a giudizio la ditta di Viggiano

  • Postato il 22 settembre 2026
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Strage di Calenzano: i manager Eni patteggiano, a giudizio la ditta di Viggiano

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Strage di Calenzano: i manager Eni patteggiano, a giudizio la ditta di Viggiano

Strage di Calenzano: sei dipendenti Eni scelgono il patteggiamento e la Procura chiede il rinvio a giudizio per i vertici della ditta di Viggiano


Svolta cruciale nell’inchiesta sull’esplosione al deposito Eni di Calenzano del 9 dicembre 2024, un dramma che ha scosso la Basilicata e a quasi due anni ritorna far discutere. Se da un lato sei dipendenti del colosso energetico scelgono il patteggiamento, dall’altro la Procura di Prato spinge verso il processo la filiera lucana degli appalti, chiedendo il rinvio a giudizio per i vertici della Sergen srl, impresa legata al territorio. Una svolta parziale che riaccende i riflettori sulla sicurezza nei siti industriali e sulle tutele dei lavoratori in trasferta. L’eco della deflagrazione che provocò la morte di cinque persone risuona drammaticamente tra le valli lucane, dove la manodopera si sposta per operare nei cantieri strategici del Paese.

IL PATTEGGIAMENTO

La Procura pratese ha dato il consenso alla richiesta di patteggiamento avanzata da sei dei nove indagati, tutti dipendenti Eni. Una decisione che spetterà ora al gip, ma che segna un punto fermo nell’accertamento delle responsabilità penali per omicidio colposo e disastro colposo. I sei principali imputati hanno manifestato la disponibilità a vedersi applicati complessivamente 14 anni e 6 mesi di reclusione, scegliendo di non difendersi in dibattimento. Secondo la nota firmata dal procuratore capo Luca Tescaroli, questo passo costituisce allo stato un importante risultato raggiunto.

Sul piano giuridico, l’ufficio ha precisato che la richiesta di applicazione della pena non comporta ammissione di responsabilità, né equivale a una pronuncia di condanna all’esito del processo. Al contempo, la Procura evidenzia come tale scelta implichi una rinuncia a difendersi e rappresenti una presa d’atto di un quadro probatorio qualificato. Nello specifico, cinque indagati hanno richiesto di patteggiare sostituendo la sanzione detentiva con il lavoro di pubblica utilità. Per un altro indagato, la richiesta riguarda la sospensione condizionale e la non menzione della condanna nel casellario giudiziale.

LE PENE

I nomi e le singole pene concordate tratteggiano le responsabilità interne all’organico societario dell’epoca:

  • Luigi Cullurà ha proposto una pena di 2 anni e 9 mesi;
  • Carlo Di Perna ha concordato 2 anni e mezzo;
  • Emanuela Proietti si è attestata su 2 anni e 5 mesi;
  • Marco Bini e Andrea Strafelini hanno richiesto 2 anni e 3 mesi ciascuno;
  • Elio Ferrara, proposti 2 anni con l’istanza di sospensione condizionale e non menzione.

Per Ferrara, la Procura ha tenuto conto di un fattore chiave: lo stesso riveste anche la posizione di persona offesa, avendo subito gravi lesioni a causa della violenta esplosione. Il consenso espresso si è basato su uno studio comparativo delle sanzioni irrogate in Italia per fatti della stessa tipologia delittuosa. Un ruolo centrale è stato giocato dal ristoro economico: è stato infatti documentato il risarcimento del danno ai familiari delle vittime e alle altre persone offese da parte di Eni, ristoro che è stato fin da subito condiviso e attivamente sollecitato dai sei imputati, circostanza che consente di ritenere sussistente l’attenuante. La partita processuale resta aperta per la filiera dell’indotto lucano.

La Procura ha avanzato la richiesta di rinvio a giudizio per altri tre indagati che non hanno usufruito di riti alternativi. Si tratta di Francesco Cirone, datore di lavoro dell’impresa esecutrice dei lavori al deposito Eni, la Sergen srl, di Luigi Murno, preposto della stessa ditta, e di Enrico Cerbino. Per loro il confronto avverrà in aula.

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