“Smartphone e social? Lo chiamano progresso, ma l’intelletto tra i giovanissimi regredisce”: il dibattito dagli Usa all’Europa, tra petizioni e timori
- Postato il 9 agosto 2026
- Tecnologia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Un crescente dibattito internazionale mette in discussione l'impatto negativo della tecnologia digitale sulle capacità cognitive dei giovani. Docenti universitari americani denunciano il calo delle competenze di lettura e comprensione tra gli studenti, mentre petizioni e ricerche scientifiche confermano un declino misurabile delle abilità intellettive. La questione attraversa l'Atlantico, coinvolgendo anche l'Europa in una riflessione critica sulla dipendenza da smartphone e social network, evidenziando un possibile trade-off tra progresso tecnologico e sviluppo cognitivo.
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Lo chiamano progresso, ma forse smartphone e social network ci rendono stupidi. Nasce il dubbio leggendo l’articolo dal titolo: “I miei studenti non sanno leggere. Il declino generazionale dell’alfabetizzazione è misurabile, persistente e probabilmente destinato a peggiorare”. Firmato dal docente Tyler Jagt sulla prestigiosa rivista accademica Chronicle of higher education, l’articolo pubblicato a giugno espone l’inquietante regresso dell’istruzione americana citando dati ufficiali sul declino delle capacità di lettura e scrittura. Prima gli studenti universitari leggevano 20 pagine di fila, dice Jagt, oggi “nessuno finisce il compito”. Ha collezionato milioni di visualizzazioni un video con dei liceali di Philadelphia mentre stentano a leggere, girato da una studentessa della scuola. Jagt punta il dito dritto contro lo smartphone, per spiegare il declino intellettuale. Ma il dibattito sull’istruzione e le conseguenze dei nuovi media non è confinato agli Usa. Svezia e Norvegia sono tornati a carta e penna nelle scuole elementari, perché i dati mostrano il declino dei risultati dall’ingresso in aula degli strumenti digitali. In Italia il ministro Valditara ha vietato l’uso dello smartphone e incoraggiato il ritorno al diario cartaceo, al posto del registro elettronico. Uno studio dell’Università Bicocca pubblicato pochi giorni fa mostra i nefasti effetti dell’uso dei social network sui risultati scolastici in matematica e italiano. Mentre langue in Parlamento il disegno di legge n. 1136 per vietare ai minori di 15 anni l’uso dei social network, 150 mila firme su change.org invocano lo sbarramento per i più giovani. Una delle dieci petizioni è stata lanciata da tre madri e prof delle scuole medie: si chiamano Paola Sini, Fabiana Casula, Marina Fadda.
Tre docenti sarde lanciano l’allarme: “Attenzione ridotta, linguaggio impoverito, emozioni fuori controllo. Subito il divieto social per i minori di 16 anni”
“Smartphone e social rischiano di condurre al declino l’intelligenza dei nostri figli”, dice a ilfattoquotidiano.it il terzetto di docenti. Ciascuna ha insegnato per circa 20 anni in una scuola di Sassari. La lente genitoriale e l’orizzonte didattico offrono loro l’identico e panorama: tenere i ragazzi distanti dai dispositivi e dalle piattaforme è una battaglia estenuante, sul confine dell’impossibile, mentre i risultati scolastici peggiorano. Ad esempio in matematica: “pochissimi in prima media sanno già le tabelline, niente moltiplicazioni e divisioni, prima arrivavano molto più preparati. Ora bisogna perdere mesi per insegnargli le operazioni”. Il declino è anche in italiano: “Leggevamo in classe anche 20 pagine filate, fino a pochi anni fa, oggi ce lo sogniamo perché dopo 5 minuti i ragazzi devono fermarsi, non ce la fanno a proseguire, è un limite quasi fisiologico”, raccontano in coro Paola, Fabiana e Marina. Anche per questo hanno lanciato la petizione online chiedendo alla politica di tutelare i ragazzi sbarrando la strada ai social network fino a 16 anni. Non danno tutta la colpa alla tecnologia, ma ai loro occhi gli effetti di social e smartphone sono lampanti: “Alcuni studenti si accovacciano sul banco sin dalla prima campanella, sonnolenti e quasi dormienti, perché la notte usano il telefono invece di dormire”. Il linguaggio dei ragazzi è impoverito, le loro emozioni esplodono, l’attenzione dura un lampo.
“Dopo 5 minuti di lettura o spiegazione bisogna fare pausa, senza se e senza ma, perché non riescono più a seguire nulla”, raccontano le prof. “Durante le lezioni hanno sempre bisogno di fare altre cose, in costante multitasking”, prosegue il trio. Ad esempio? “Svuotano l’astuccio, tolgono e rimettono il tappo della penna a ripetizione. Bevono in modo compulsivo, le borracce sembrano diventate i loro ‘ciucci’, quasi un calmante, con il risultato che hanno sempre bisogno di andare al bagno”, concludono le prof in tono preoccupato. Le nuove leve appaiono ipersensibili: “Rimproveri banali li scuotono con reazioni esagerate, attacchi di ansia, prima non era affatto così”. Le tre docenti citano un’altra novità: l’imitazione a scuola delle challenge (le sfide) in voga sui social. Una ragazza è stata colta durante atti di autolesionismo nel bagno dell’istituto, mentre si tagliava con il temperino. Un’altra si è lanciata in avanti nell’attesa che i compagni la afferrassero, come nelle clip virali: invece si è rotta un dente sbattendo la faccia a terra. Intanto, il lessico degrada e si fa scarno.
“Quando facciamo lezione e spieghiamo i concetti molti ragazzi non ci capiscono, perché non conoscono le parole: leggono poco e il linguaggio si è impoverito”, dicono le insegnanti. Cosa accade quando proponete la lettura di un libro? “Si apre una battaglia”, lamentano le prof. “Gli alunni più seguiti dai genitori accettano volentieri, altri si rifiutano totalmente”. E se s’insiste? “Leggendo in classe, insieme, nasce la discussione e molti si interessano, ma è molto difficile arrivare fin lì”. Paola, Fabiana e Marina tracciano una linea nel tempo: “Dieci anni fa si leggeva serenamente, anche 20 pagine filate, ora ce lo sogniamo”. E’ l’effetto del calo dell’attenzione: un video sui social deve catturare l’attenzione in tre secondi, altrimenti l’utente passa ad altro. “Non solo i libri, i ragazzi non riescono a sopportare neppure la durata lunga di un film, così vedono solo le serie con episodi da mezz’ora o un’ora al massimo”, raccontano le docenti.
Il declino dell’istruzione negli Usa: uno su tre sotto il livello base di lettura
Sull’altra sponda dell’Atlantico, in America, anche il professor Tyler Jagt lamenta il calo dell’attenzione degli studenti. I suoi, tuttavia, sono all’ultimo anno delle high school, ad un passo prima dell’università. Nessuno di loro è riuscito a leggere uno scritto di 20 pagine. Eppure, “era della stessa lunghezza che avevo assegnato per cinque anni”. Un ragazzo ha confessato al docente: “era troppo lungo e continuavo a perdere il filo del discorso”. Non sono casi isolati, secondo Jagt, perché “i dati hanno raggiunto gli aneddoti. C’è un crollo misurabile e generazionale nella lettura e nella scrittura”. Il docente cita i risultati dell’indagine Naep pubblicati a settembre 2025. Tra gli studenti all’ultimo anno delle scuole superiori, solo uno su quattro (il 24 per cento) è “competente” nella scrittura dei testi. Uno su cinque (il 21 per cento) è sotto il livello base, appena 3 su cento possiedono abilità avanzate. Quasi uno su tre (il 32 per cento) non sa “trarre conclusioni generali basate su concetti presentati esplicitamente in un testo”: dunque è sotto l’asticella del livello “base”, nell’abilità della lettura. Il punteggio “più basso mai registrato da quando la valutazione è iniziata nel 1992”. Lo studioso punta il dito dritto contro lo smartphone, come una delle cause fondamentali, per l’attenzione ridotta a brandelli dagli stimoli incessanti di notifiche e messaggi. “Quando uno studente mi dice di ‘perdere continuamente il filo’ di un articolo di 20 pagine, devo riconoscere che potrebbe star descrivendo una condizione neurologica misurabile. I percorsi neurali che supportano l’attenzione sostenuta si costruiscono con l’uso e si atrofizzano senza di esso. Il tuo corpo è un sistema ‘usalo o lo perdi’, e il cervello non fa eccezione”.
Tra le cause del declino, Jagt indica anche l’uso dell’Intelligenza artificiale per ottenere risposte rapide, senza alcuno sforzo intellettuale. La pandemia, secondo l’accademico, ha accelerato e approfondito l’adozione del digitale nella didattica. “Negli Stati Uniti assisto da tempo ad un profluvio di articoli allarmanti sull’istruzione in declino, dalle elementari all’università, con i ragazzi che tendono ad abbandonare la lettura”, dice a ilfattoquotidiano.it il professore del Politecnico di Torino Juan Carlos de Martin. “Leggo di bambini di sei anni con difficoltà di parola, mentre impugnavano lo smartphone già nel passeggino”, prosegue l’esperto.
La divisione di classe: ricchi e rampolli di big tech usano carta e penna
Secondo De Martin e Jagt, tuttavia, c’è una divisione di reddito. Per i poveri e il ceto medio l’istruzione è digitale. Per i figli dei ricchi e i rampolli di Big Tech, invece, la scuola è rimasta all’antica: niente schermi, solo carta e penna. “C’è un taglio di classe, da anni uomini come Steve Jobs vietano ai figli l’uso dei dispositivi prima di una certa età, di solito 14 anni, e pongono limiti all’uso delle tecnologie, soprattutto a scuola”, dice il docente del Politecnico. Milena Gabanelli ha messo in fila i nomi di chi pone vincoli e divieti alla prole: oltre all’inventore dell’iPhone, la lista include Bill Gates (fondatore di Microsoft), Sundar Pichai (amministratore delegato di Alphabet e Google) Satya Nadella (amministratore delegato di Microsoft) Chris Anderson (ex editore di Wired e amministratore delegato di 3D Robotics), Evan Williams (co-fondatore di Twitter), Tim Cook (amministratore delegato di Apple), Susan Wojcicki (Ceo di YouTube), Evan Spiegel (co-fondatore e amministratore delegato di Snapchat). I manager della silicon Valley preferiscono le “Waldorf Schools”, per i loro figli, cioè le scuole steineriane: niente schermi né strumenti digitali.
Anche i paesi scandinavi (come Svezia e Norvegia) stanno riportando carta e penna nelle scuole abbandonando iPad, smartphone e computer. Eppure sono stati i primi a scommettere sui nuovi media nel campo dell’istruzione. “10 anni fa dicevano che l’eBook avrebbe sostituito la carta ma invece tiene ovunque”, dice De Martin. Secondo lui, il libro è insostituibile per coltivare l’attributo fondante dell’intelligenza: l’abilità della concentrazione profonda e prolungata; ovvero, resistere alle distrazioni. “Come forma lunga mi batto da sempre per la centralità del libro, l’unico strumento per scendere nella profondità dei concetti”, prosegue il docente. “Se alleviamo una generazione che non sa leggere un volume per intero, è una catastrofe culturale e politica”, avvisa l’esperto.
Secondo Umberto Eco certe tecnologie sono insostituibili e resistono ad ogni progresso tecnico, perché migliorarle è quasi impossibile. Ad esempio il cucchiaio, la ruota, il martello, la pentola, la bicicletta. Infine il libro: per coltivare l’intelligenza umano, non c’è nulla di meglio. Per mandarla al macero, si moltiplicano gli strumenti.
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