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Sinfonie Mediterranee, Daniele Fabio: «In tutte le mie composizioni c’è sempre la Calabria»

  • Postato il 25 maggio 2026
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Sinfonie Mediterranee, Daniele Fabio: «In tutte le mie composizioni c’è sempre la Calabria»

Il Quotidiano del Sud
Sinfonie Mediterranee, Daniele Fabio: «In tutte le mie composizioni c’è sempre la Calabria»

Al TAU, la prima nazionale di “Sinfonie Mediterranee” ha portato in scena l’opera del compositore e chitarrista Daniele Fabio, realizzata insieme all’Orchestra del Mediterraneo “San Francesco di Paola” diretta dal maestro Alfredo Stillo. Tutti i dettagli, la visione artistica e il percorso creativo alla base del progetto nell’intervista a Daniele Fabio.


ARCAVACATA (COSENZA) – Al Teatro Auditorium Unical (TAU), la prima nazionale di “Sinfonie Mediterranee” ha segnato il ritorno in Calabria del compositore e chitarrista Daniele Fabio e dell’Orchestra del Mediterraneo “San Francesco di Paola”, diretta dal maestro Alfredo Stillo, trasformando la serata in un’esperienza immersiva tra scrittura colta e pulsione ancestrale. Un concerto capace di condurre il pubblico in un percorso sonoro che attraversa radici mediterranee, suggestioni orientali e una moderna tessitura orchestrale.

Il progetto, nato proprio negli spazi del TAU, giunge oggi a una forma compiuta: non una semplice contaminazione di linguaggi, ma un sistema in cui le diverse identità musicali vengono messe in tensione e sono chiamate a convivere in un unico orizzonte drammaturgico. Accanto all’orchestra, sul palco, il violinista Pasquale Allegretti Gravina, talento cosentino pluripremiato, ha offerto un’interpretazione intensa, accolta con grande partecipazione dal pubblico. La sua presenza ha incarnato quella “urgenza del suono” che attraversa l’intera partitura. Non è solo virtuosismo. Il suono non descrive, non illustra: brucia.

La scrittura di Daniele Fabio si colloca in un punto di equilibrio complesso: quello in cui la forma sinfonica occidentale, con il suo rigore, la sua architettura, la sua disciplina, incontra l’energia delle tradizioni musicali del Sud Italia e del bacino mediterraneo. Non si tratta di fusione, ma di attrito controllato. Le strutture orchestrali non “accompagnano” il materiale popolare: lo interrogano, lo deformano, lo espandono. Uno dei nuclei più potenti dell’opera è la rielaborazione dei codici ritmici della pizzica e della tarantella. Materiali che, trasfigurati, diventano qualcosa di diverso: non più semplici danze, ma dispositivi rituali e simbolici. Anche quando vengono alterati o distorti, conservano una funzione originaria: innescare processi di trasformazione interiore.

Il cuore concettuale dell’opera resta il Mediterraneo, inteso non come immagine folklorica, ma come archivio stratificato di memorie sonore. Chitarra, voce, fisarmonica, percussioni a cornice e orchestra dialogano in un organismo musicale che rifiuta la semplice contaminazione per cercare una nuova grammatica condivisa. Al termine del concerto abbiamo incontrato Daniele Fabio per approfondire la visione artistica e filosofica che attraversa l’intero progetto. Ne emerge il ritratto di un musicista che guarda alla composizione come a un’esperienza di catarsi.

Daniele Fabio, com’è nato questo progetto “Sinfonie mediterranee”?

«Questo progetto nasce da una sfida: riuscire a creare una musica che arrivi direttamente all’ascoltatore, ma che al tempo stesso conservi la struttura, la complessità e il rigore della musica colta occidentale. Perché questo? Perché la musica ci forma: noi siamo fatti di suono e non è un caso se determinate frequenze sono in grado di muovere emozioni specifiche. Nella musica classica esiste una qualità profondamente curativa per l’essere umano. Io ne sono convinto, così come lo sono per certa musica tradizionale. Ho quindi voluto unire questi due mondi».

Può svelarci altri dettagli sull’ispirazione?

«Il progetto è nato circa un anno e mezzo fa. Io ricorro a una pratica che usava Beethoven: quella di annotare i temi appena arrivano, magari mentre sono in viaggio o durante la giornata. L’ispirazione va catturata sul momento, e poi rielaborata. In realtà, anche in anni precedenti avevo già buttato giù alcuni accenni: piccoli embrioni musicali che poi vanno coltivati, seminati e “innaffiati” per diventare composizioni compiute».

Daniele Fabio, in occasione del concerto, lei ha parlato di catarsi…

«L’ispirazione nasce dall’esperienza diretta di certe sensazioni legate all’ascolto della musica tradizionale. Se si risale alle origini, anche il termine tarantella rimanda alla catarsi: la radice “tar” richiama un’idea antica di trasformazione, già presente in ambito etrusco. La catarsi è uno stato di compimento, di liberazione che si raggiunge in determinate condizioni musicali ed emotive. Avendo una formazione accademica, ho sentito l’esigenza di unire questo linguaggio con la forza catartica delle musiche tradizionali. L’obiettivo è stato proprio portare quella energia dentro il mio linguaggio compositivo. Da lì è iniziato tutto il progetto».

Abbiamo ascoltato interessanti contaminazioni, in particolare la pizzica…

«Assolutamente sì. La pizzica, in relazione a evoluzione e guarigione, è uno degli antichi riti quasi sciamanici e autoctoni del nostro Sud Italia. All’interno di questa tradizione ci sono moltissimi riferimenti, persino alla medicina cinese e alla cromoterapia. È un universo ricchissimo. Poi è diventata folklore, ma in origine nasce come rito di guarigione».

E poi ci ha fatto immergere in una “Laguna”, con i battipali…

«Sì, perché l’Italia è ricca di storia e le musiche tradizionali italiane ne custodiscono una parte fondamentale. Ho studiato molto questo repertorio: ho pubblicato con Curci Edizioni un volume con venti canti popolari italiani riscritti per chitarra, e in quel lavoro ho avuto modo di approfondire tante delle nostre tradizioni musicali. È una storia che spesso non trovi nei libri, e che invece ti permette di scoprire angoli nascosti del nostro Paese».

Daniele Fabio, ha concepito questo concerto come un vero e proprio racconto, guidando il pubblico in un viaggio nel Mediterraneo non solo attraverso le sue composizioni, ma anche grazie alle introduzioni ai singoli brani. Qual è il significato di questa scelta artistica?

«Penso che il modello del concerto di musica classica in cui il musicista entra, esegue e poi esce sia oggi in parte anacronistico, soprattutto quando si tratta di linguaggi nuovi. È bello invece introdurre l’ascoltatore, prenderlo per mano e accompagnarlo dentro l’opera, a più livelli: intellettuale, emotivo e anche fisico».

Daniele Fabio, com’è stata la collaborazione con il maestro Alfredo Stillo?

«È stato bellissimo lavorare in simbiosi con il direttore d’orchestra, perché si finisce per diventare quasi un unico organismo musicale. Il compositore ha un’idea sonora precisa di ciò che vuole ottenere, la traduce in partitura, ma prima che quel suono prenda vita deve passare attraverso la mente e le mani del direttore e poi dell’orchestra. Questo lavoro condiviso con Alfredo Stillo è stato davvero prezioso: ha saputo interpretare perfettamente la mia idea di suono che, come ho detto anche durante il concerto, non ha una vera e propria “reference”, un precedente. Molti brani nascono infatti da un linguaggio nuovo, e anche l’organico orchestrale è in parte inedito, quindi abbiamo costruito tutto, pezzo per pezzo».

Tra i musicisti che hanno brillato sul palco, abbiamo ascoltato il violinista Pasquale Allegretti Gravina…

«Pasquale è tra i miei violinisti preferiti, lo dico con grande sincerità. È straordinario, e soprattutto possiede quello che in Spagna chiamano duende: quel fuoco interiore che va oltre le note, quell’energia pulsante, quell’urgenza autentica di comunicare attraverso lo strumento».

Come nasce il brano “Il ritorno”?

«“Il ritorno” è, in realtà, un ritorno interiore. C’è una sorta di parabola, non so se definirla leggenda o mito, che racconta come gli dèi avessero voluto nascondere la verità all’uomo, perché se l’uomo l’avesse trovata sarebbe diventato come loro. Non sapendo dove collocarla, pensano prima di nasconderla negli oceani, sulle montagne, sotto terra, ma l’uomo prima o poi sarebbe riuscito a raggiungerla. Alla fine, uno degli dèi suggerisce che l’unico luogo davvero difficile da esplorare è dentro l’uomo stesso. Ed è proprio così: sembra la cosa più difficile del mondo, ma se intraprendiamo un percorso che ci porta a scendere in profondità dentro noi stessi, accade qualcosa di quasi magico. “Il ritorno” è un percorso di ricongiungimento con sé stessi, che in realtà diventa ricongiungimento con l’universo intero».

Qual è il suo legame con la Calabria?

«La Calabria è sempre nel cuore. Io ormai faccio il nomade da anni: ho casa a Milano, ma anche qui, quindi mi sposto continuamente. Sono un chitarrista, ma porto avanti soprattutto la figura del chitarrista-compositore. In tutte le mie composizioni c’è la Calabria. Sempre».

Dodici brani inediti: come sta andando il disco?

«Sta andando bene. Al momento è disponibile solo in digitale, non ancora in formato fisico: avremmo voluto averlo già in occasione di questo concerto, ma non è stato possibile, anche se lo sarà presto. Per un disco interamente strumentale, con un linguaggio originale e inedito, sta ottenendo ottimi riscontri».

Daniele Fabio, prossimi progetti?

«C’è tanta carne al fuoco. Partirà una tournée in Inghilterra insieme a Giulio Tampalini, uno dei più importanti chitarristi europei, con cui collaboro da anni. Ci sarà poi una partecipazione con il Teatro alla Scala di Milano fino a giugno-luglio, oltre a concerti in tutta Italia, anche in solo. Ho inoltre molte commissioni in arretrato: diversi musicisti stanno aspettando la mia musica, ma ho dovuto chiudere prima questo capitolo per poter aprire i prossimi».

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Sinfonie Mediterranee, Daniele Fabio: «In tutte le mie composizioni c’è sempre la Calabria»

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