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Se la guerra è normalizzata, perché stupirsi se la stessa logica viene riprodotta nei corridoi scolastici?

  • Postato il 8 aprile 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Se la guerra è normalizzata, perché stupirsi se la stessa logica viene riprodotta nei corridoi scolastici?

Già negli anni ‘60 Albert Bandura dimostrò, attraverso una serie di esperimenti sociali (noto quello della “bambola Bobo”), che l’apprendimento della violenza di bambini e adolescenti avviene anche attraverso l’osservazione di comportamenti violenti di adulti significativi, per esempio sui media. Quando nelle narrazioni mediatiche dei conflitti umani, reali o fittizi che siano (a volte mescolati come nei video sui canali social della Casa Bianca), il “bene” può trionfare sul “male” solo con mezzi violenti, come la guerra, gli spettatori – o almeno i più fragili e suggestionabili – possono essere indotti a maggiore disponibilità nell’uso personale della violenza. Anzi, aggiunge Bandura, “il potere disinibitorio del modellamento aggressivo aumenta se i perpetratori sono figure ammirate e se la violenza è socialmente o moralmente giustificata, viene ricompensata o resta impunita, ed è rappresentata in modo edulcorato, senza sangue e sofferenze” (Disimpegno morale, Erikson, 2017). E’ il bellicismo culturale nel quale siamo pesantemente immersi da anni, che genera, attraverso il cattivo esempio, una pervasiva pedagogia della violenza.

Le cronache riportano sempre più spesso di adolescenti che usano, o preparano, forme di violenza che suggeriscono questo tipo di apprendimento. Il tredicenne bergamasco che ha accoltellato un’insegnante, trasmettendolo in diretta Telegram, era vestito intenzionalmente in mimetica: “L’uniforme militare non è una scelta casuale – ha scritto nella rivendicazione diffusa sui suoi canali social – L’ho scelta perché mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti, diritti che sono stati calpestati. Mi sento anche superiore a tutti i miei coetanei. (…) e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto a tutti questi comuni mortali”. Il 17enne di Pescara e gli altri minorenni indagati in gruppi neonazisti del centro Italia collegati in reti suprematiste fabbricavano ordigni per una strage scolastica sul modello di Columbine, negli Usa, paese dove si può registrare una correlazione tra lo stato di guerra permanente, l’ideologia del nemico, la disponibilità di armi e le molte stragi compiute da adolescenti nelle scuole.

Se la guerra è normalizzata e satura l’immaginario dei conflitti, perché stupirsi se la stessa logica viene riprodotta nei corridoi scolastici? La violenza non è un’eccezione deviante, ma sempre più il comportamento “normale” che gli adulti esibiscono e legittimano.

Del resto, la “deterrenza” armata è la logica dominante dai decisori, così come lo è il possesso dei coltelli tra i ragazzi. Lo spiega il recente rapporto di Save the Children: “Il coltello viene tenuto in tasca in modo preventivo, come presunta forma di autodifesa. Il paradosso è che dentro la paura si innestano comportamenti che producono maggiori rischi: muoversi in gruppo, agitare l’idea di un’arma per sentirsi sicuri, reagire per non apparire troppo deboli. Non pensi a usare il coltello, ma averlo ti fa sentire più sicuro, a volte anche più nervoso”, raccontano molti dei ragazzi intervistati.

Naturalmente non è l’unica ragione. Molti giovani girano armati anche per una questione di status o come simbolo di potere [(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione delle violenza giovanile, tra percezione e realtà, 2026]. Non sono le medesime “ragioni” dei governi che corrono agli armamenti per “paura” di rimanere indifesi e acquisire status di potenza? Generando, al contrario, quel “dilemma della sicurezza” che attraverso l’aumento delle armi di tutti rende tutti più insicuri.

Eppure, nell’apprendimento osservativo si apre anche la possibilità per i saperi della nonviolenza, se solo gli adulti dessero il buon esempio. Se la violenza si apprende socialmente, anche attraverso il bellicismo mediatico, la nonviolenza può essere appresa attraverso la de-costruzione dei modelli violenti e la ri-costruzione di modelli alternativi. Si tratta di disarmare la cultura, demilitarizzare il linguaggio, uscire dalla logica amico/nemico, ripudiare davvero la guerra – la sua preparazione e gli strumenti che la rendono possibile – e, contemporaneamente, promuovere la complessità e il pensiero critico, formare alla gestione nonviolenta dei conflitti su ogni scala, coltivare l’autoefficacia nonviolenta perché ciascuno sperimenti che si può essere forti senza usare la violenza. Significa proporre modelli sociali coerenti: non si può insegnare che la violenza è inaccettabile tra singoli ma prepararla e promuoverla tra gli stati.

Per gli educatori, inoltre, ci sono oggi ottimi strumenti bibliografici per affrontare questi temi con i più giovani. Per esempio il “libro per ragazzi e ragazze” del giornalista Nico Piro, già inviato di guerra, Se vuoi la pace conosci la guerra (HarperCollins, 2024), che disvela la retorica che ammanta le guerre. #BeHuman. Donne e uomini che hanno scelto la nonviolenza attiva (Multimage, 2026) delle ricercatrici Annabella Coiro e Sabina Langer, che associa essenziali profili di costruttori e costruttrici di pace alla proposta di attività ispirate alla loro opera. L’impatto di un’idea (people, 2026), graphic novel della giovanissima disegnatrice Robin Esto, nome d’arte di Margherita Pilati, che propone con il linguaggio del fumetto un’agile introduzione al pensiero di Aldo Capitini, all’azione di Pietro Pinna, alla politica di Alex Langer. Adulti che hanno dato il buon esempio.

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Il Fatto Quotidiano

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