Scuole chiuse, aziende agricole a rischio e disservizi ai cittadini: gli effetti collaterali della legge Calderoli sulla montagna. E 73 Comuni fanno ricorso al Tar
- Postato il 27 aprile 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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Ci sono bambini che rischiano di vedere chiusa la propria scuola, costretti così, un domani, a frequentare le lezioni in un altro paese. E dipendenti di aziende agricole che, da un giorno all’altro, si ritroveranno senza lavoro. Ma anche strade che verranno abbandonate, e opere necessarie per la prevenzione del dissesto idrogeologico lasciate solo sulla carta, con la conseguenza che vivere e frequentare certe aree diventerà più pericoloso. Dalla Calabria all’Emilia-Romagna fino alla Liguria, decine di Comuni che prima della legge Calderoli ricevevano fondi e godevano di agevolazioni per il fatto di essere considerati “montani”, ora, essendo stati esclusi dal nuovo elenco, devono far fronte a nuove difficoltà. Tradotto: impossibilità di garantire servizi pubblici, come l’istruzione e il trasporto locale, imprese che corrono il pericolo di saltare e, in prospettiva, un orizzonte fatto di spopolamento e abbandono. Per questa ragione 73 amministrazioni (su un totale di 347 enti tagliati) hanno appena depositato un ricorso al Tar contro la classificazione stabilita dal governo guidato da Giorgia Meloni.
Da Nord a Sud: tutti i rischi che corrono i Comuni
A Marzabotto, paese di meno di 7mila abitanti ai piedi del Monte Sole, in provincia di Bologna, la sindaca Valentina Cuppi lo dice chiaramente a ilFattoQuotidiano.it: “Con le nuove regole, perdiamo la deroga per mantenere l’autonomia scolastica (sotto i 600 alunni per istituto, ndr). Significa che non avremo più la dirigenza e che non potremo comporre classi con un numero inferiore di studenti. Il risultato è che le famiglie saranno costrette a spostare i figli altrove“. Stessa situazione a Castiglione Messer Raimondo, in provincia di Teramo. “Qui rischiamo la chiusura del plesso scolastico, perché non rispetterebbe più gli standard minimi previsti dalla legge” avverte il sindaco Vincenzo D’Ercole. Fino a ieri, il centro abruzzese ha fatto parte della Comunità montana del Vomano, Fino e Piomba. “Il nostro è purtroppo un caso di riferimento delle possibili conseguenze di quel provvedimento”.
Tra i 73 ricorrenti c’è anche Quiliano, quasi 7mila abitanti nell’entroterra Savonese. Qui risiedono ben 61 aziende agroalimentari (produttrici, tra le altre cose, di vini e dell’albicocca di Valleggia). Secondo l’amministrazione, venendo meno i contributi previdenziali vantaggiosi per il personale dipendente, i licenziamenti sono dietro l’angolo. Un grave danno per un paese che si estende dal fondovalle fino all’Appennino ligure, in un susseguirsi di frazioni sparse su aree con caratteristiche morfologiche e infrastrutturali tipiche dei centri montani.
La conferma arriva da Cuppi: “Verrebbe meno l’esenzione per l’Imu agricola“. Ma non solo: “Il nostro Comune non avrà più accesso ai fondi del Fosmit (Fondo Sviluppo Montagne Italiane, ndr), per noi necessari per realizzare interventi legati al dissesto idrogeologico. In più non riusciremo a manutenere i tanti chilometri della nostra rete stradale di montagna. L’effetto è che non potremo garantire la sicurezza stradale ai nostri cittadini”. La conclusione di Cuppi è che “il nostro lavoro di anni attraverso politiche di ripopolamento, che iniziava a dare i suoi frutti, verrà smontato. Il messaggio del governo è chiaro: non vogliono più investire nelle aree interne e sulla montagna, abbandonando centinaia di migliaia di cittadini. Il problema riguarda tutti, comprese le amministrazioni guidate dal centrodestra”.
C’è poi il caso di Carlantino, in provincia di Foggia. Secondo Virgilio Caivano, presidente del coordinamento nazionale Piccoli Comuni Italiani, il paese pugliese è stato penalizzato per via di un errore. All’interno del suo territorio si trova la diga di Occhito, uno degli più grandi invasi artificiali d’Europa, fondamentale per l’approvvigionamento idrico della Puglia. La presenza della diga, secondo i nuovi parametri, abbassa la quota altimetrica complessiva di Carlantino, non consentendogli di entrare nella nuova classificazione. “Occhito disseta la Puglia – ha detto Caivano – ma condanna il piccolo comune ad uscire dallo status montano”.
Taglio ai fondi? Il ministero smentisce
Secondo Marco Niccolai, responsabile Pd Dipartimento Aree interne, e secondo Ali (Autonomie locali italiane), non è vero che Calderoli ha lasciato invariato il fondo per i Comuni montani, vale a dire 200 milioni di euro all’anno: “I dati della Ragioneria dello Stato allegati all’accordo in Conferenza Unificata lo smentiscono clamorosamente. La realtà dei numeri certifica un taglio senza precedenti: secondo la Ragioneria le risorse crollano da 200 milioni a 73 milioni di euro“.
La ricostruzione viene respinta dal ministero per gli Affari regionali: “I 200 milioni di euro all’anno restano. Ciò che è cambiato rispetto a prima è l’entrata in vigore della legge 131/2025, che stabilisce che i fondi vengono suddivisi diversamente e in maniera più precisa. Circa la metà, ovvero più di 100 milioni annui, vanno a finanziare le iniziative e gli incentivi previsti dalla legge Montagna, mentre l’altra metà va direttamente alle Regioni che possono comunque destinare la propria quota anche ai Comuni esclusi (emendamento Molinari alla Legge 131/2025). Ciò che cambia è dunque solo la ripartizione, non la quantità”.
La posizione che lo stesso ministro Calderoli ha sempre sostenuto in questi mesi è che sia giusto “far arrivare alla montagna le risorse e misure per la montagna senza dispersioni“, con l’obiettivo di riconoscere semplicemente il contesto territoriale di ciascun Comune. In sostanza, non si metterebbero in dubbio i problemi legati allo spopolamento e alla difficoltà di accedere ai servizi dei paesi esclusi dalla nuova classificazione, ma questi dovrebbero focalizzarsi sui fondi delle aree interne. Che, però, sono competenza del ministro Tommaso Foti.
La legge sulla montagna e le ragioni del ricorso al Tar
I principi scelti dal ministro Roberto Calderoli per stilare il nuovo elenco sono due: altimetria e pendenza. Come scritto da più di cento professori universitari, che hanno bocciato la legge, si tratta di “un approccio che non distingue la condizione montana fra le diverse regioni e parti del Paese, ma che semplicemente restringe le condizioni di riconoscimento, ne favorisce alcune – in particolare quelle del Nord – a scapito delle altre, perpetuando i divari territoriali che tanto hanno nuociuto allo sviluppo dell’Italia”. In sostanza, come rilevato da più parti (Uncem compreso), l’obiettivo del governo è stato quello di ridurre la platea degli aventi diritto ai fondi della nuova legge e del Fosmit.
Si è così arrivati al ricorso dei 73 Comuni, annunciato da Ali, Autonomie locali italiane: “Sono amministrazioni appartenenti a diverse Regioni, principalmente Piemonte, Liguria, Abruzzo, Umbria, Puglia, Marche e Toscana. Si tratta di amministrazioni locali che hanno scelto di intraprendere un’azione congiunta, patrocinata dall’avvocato Antonio Bartolini e dall’avvocata Antonella Mirabile, entrambi del Foro di Perugia, e dagli stessi avvocati unitamente all’avvocato Marco Comaschi, del Foro di Alessandria, relativamente ai ricorsi presentati dai comuni piemontesi”. Secondo i Comuni ricorrenti, l’impugnativa si fonda su plurimi profili di illegittimità: “Innanzitutto viene sollevata in via incidentale e pregiudiziale una questione di legittimità costituzionale – precisa Ali – Alla base della questione posta davanti al Tar Lazio vi è una critica netta e facilmente comprensibile: la nuova classificazione riduce la ‘montanità’ a una questione meramente altimetrica, fondata quasi esclusivamente su parametri come l’altezza sul livello del mare e la pendenza del territorio. Una scelta che, secondo i Comuni ricorrenti, non è in grado di rappresentare la realtà concreta delle aree interne e appenniniche del Paese, dove la condizione di svantaggio non dipende soltanto da fattori geografici, ma da elementi ben più complessi e rilevanti: la distanza dai servizi essenziali, le difficoltà di accesso a sanità e istruzione, la fragilità delle infrastrutture, lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione. Ignorare questi fattori significa produrre una classificazione che non fotografa il territorio, ma lo distorce, generando disparità evidenti tra Comuni con caratteristiche simili trattati in modo completamente diverso”.
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