Scuola e studenti con background migratorio: oltre le quote, serve misurare la capacità educativa delle classi
- Postato il 4 ottobre 2026
- Politica
- Di Paese Italia Press
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene nel dibattito sulla presenza degli studenti con cittadinanza non italiana nelle classi e sulla possibile introduzione di limiti numerici, ritenendo necessario spostare la questione dal semplice dato percentuale alla valutazione delle condizioni effettive nelle quali si realizzano insegnamento e apprendimento.
La comparazione tra i sistemi scolastici europei mostra soluzioni differenti: percorsi linguistici intensivi, valutazioni iniziali, inserimenti graduali e dispositivi di accompagnamento. Al di là delle specificità nazionali, emerge tuttavia un principio pedagogicamente rilevante: la cittadinanza è un dato amministrativo, non un indicatore diagnostico. Non misura la competenza linguistica, il livello di scolarizzazione, le conoscenze disciplinari, l’età di arrivo o la continuità del percorso formativo. Studenti appartenenti alla medesima categoria statistica possono quindi presentare profili educativi radicalmente differenti.
La ricerca sull’apprendimento delle seconde lingue rende inoltre indispensabile distinguere la lingua della comunicazione quotidiana dalla lingua cognitivo-accademica richiesta dallo studio. Uno studente può conversare agevolmente in italiano e incontrare ancora difficoltà nel comprendere un problema matematico, interpretare un testo storico, formulare un’ipotesi scientifica o costruire un’argomentazione. La fluidità comunicativa, pertanto, non coincide automaticamente con la piena padronanza della lingua necessaria per apprendere.
È su questo punto che il dibattito sulle quote rischia di utilizzare una variabile troppo generica per descrivere un fenomeno pedagogicamente complesso. Una classe con numerosi studenti di cittadinanza non italiana pienamente italofoni non presenta necessariamente le stesse esigenze di una classe con un numero inferiore di studenti neoarrivati che debbano acquisire contemporaneamente la lingua della comunicazione, quella dello studio e i codici del nuovo sistema scolastico.
Per il CNDDU occorre quindi introdurre nel dibattito un criterio più preciso: la capacità educativa della classe. Essa può essere intesa come il rapporto tra complessità dei bisogni presenti e risorse professionali, linguistiche, didattiche e organizzative disponibili per affrontarli.
In questa prospettiva, una maggiore eterogeneità dovrebbe determinare una maggiore intensità educativa. Valutazione iniziale delle competenze, insegnamento dell’italiano come seconda lingua, attenzione alla dimensione linguistica delle diverse discipline, interventi temporanei in piccolo gruppo e formazione specifica dei docenti consentono di agire sulle difficoltà reali anziché sulla loro presunta corrispondenza con la nazionalità.
Particolare attenzione merita la valutazione. Una difficoltà nell’esprimere un contenuto in italiano non dimostra necessariamente l’assenza della relativa competenza. Confondere una conoscenza disciplinare già posseduta con l’impossibilità temporanea di verbalizzarla nella lingua di scolarizzazione può generare sottovalutazione cognitiva, abbassamento delle aspettative e percorsi didattici eccessivamente semplificati.
Le acquisizioni pedagogiche più avanzate suggeriscono invece di evitare una lettura fondata sul deficit. Le lingue conosciute, le precedenti esperienze scolastiche e i saperi maturati nei contesti familiari costituiscono risorse cognitive sulle quali costruire nuovi apprendimenti. Il compito della scuola non è ridurre la complessità del sapere, ma renderla progressivamente accessibile attraverso forme di scaffolding linguistico e cognitivo destinate a diminuire con l’aumento dell’autonomia dello studente.
Anche i dispositivi preparatori adottati in diversi sistemi europei possono essere efficaci soltanto se mantengono carattere transitorio e conducono verso la piena partecipazione alla classe ordinaria. L’apprendimento linguistico, infatti, non precede semplicemente l’integrazione scolastica: si sviluppa anche attraverso l’interazione, la cooperazione e la partecipazione alla comunità di apprendimento.
Per questa ragione, eventuali soglie numeriche non possono sostituire una politica capace di individuare precocemente i bisogni e distribuire le risorse in relazione alla loro effettiva intensità. Dove aumentano i nuovi inserimenti e la complessità linguistica devono aumentare anche competenze professionali, sostegno all’italiano per lo studio e capacità di progettazione didattica.
Il CNDDU ritiene pertanto che la questione centrale non sia stabilire soltanto quanti studenti con cittadinanza non italiana possano essere presenti nella stessa aula, ma impedire che esistano classi nelle quali la complessità educativa superi stabilmente la capacità della scuola di sostenerla.
Una politica scolastica fondata sulle evidenze dovrebbe partire da questo principio: non classificare gli studenti sulla base della provenienza, ma conoscere i loro profili di apprendimento e proporzionare le risorse ai bisogni effettivamente rilevati.
È su tale equilibrio tra complessità e capacità educativa, più che su una percentuale considerata isolatamente, che può essere costruita una strategia scolastica rigorosa, sostenibile e pedagogicamente efficace.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU
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