Scatta il divieto di distruggere i vestiti invenduti: cosa prevede il nuovo regolamento europeo sull’Ecodesign e cosa cambia per fast fashion e brand di lusso
- Postato il 24 giugno 2026
- Moda E Stile
- Di Il Fatto Quotidiano
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A partire dal 19 luglio, l’industria della moda si scontra con una direttiva destinata a stravolgere le fondamenta del settore: entra ufficialmente in vigore in tutta Europa il divieto assoluto di distruggere i capi d’abbigliamento invenduti. Si chiude così un’era in cui mandare al macero tonnellate di merce immacolata rappresentava una prassi industriale consolidata, utilizzata spesso dai marchi per tutelare l’esclusività e il valore percepito dei propri prodotti. Questa transizione normativa impone una revisione radicale dell’intero ciclo vitale del prodotto tessile, dalla fase di ideazione e produzione fino alla rivendita, al ricondizionamento e al riciclo, chiamando in causa strumenti predittivi avanzati come l‘Intelligenza Artificiale per calibrare la domanda e arginare la sovrapproduzione.
Le tempistiche e le regole dell’Ecodesign
La misura comunitaria, dettagliata sui canali istituzionali della Commissione Europea, è il cuore del Regolamento (UE) 2024/1781 sull’Ecodesign per i prodotti sostenibili (ESPR). L’obiettivo della legislazione è abbattere in modo tangibile l’impatto ambientale di uno dei comparti industriali più inquinanti a livello globale. L’applicazione del divieto seguirà un calendario differenziato in base alle dimensioni aziendali: lo stop alla distruzione degli invenduti scatta da subito, il 19 luglio, per le grandi imprese, mentre verrà esteso alle aziende di medie dimensioni a partire dal 19 luglio 2030. Restano invece formalmente escluse dall’obbligo di legge le micro e piccole imprese.
I numeri dello spreco in Europa
Per comprendere la portata reale di questo spartiacque economico e produttivo, Vanity Fair ha interpellato Emanuela Prandelli, Direttore Formazione Executive on Campus della SDA Bocconi e Strategic Advisor del Master in Fashion, Experience and Design Management. L’accademica delinea i contorni di un’emergenza ormai insostenibile dal punto di vista ecologico: “La normativa arriva in un momento davvero delicato. Mai come in passato, oggi c’è una quantità cospicua di prodotti che vengono smaltiti prima ancora di essere indossati”. Le cifre fornite dall’esperta restituiscono l’entità di un fenomeno silenzioso ma devastante: “Parliamo, approssimativamente, di circa 6 milioni di tonnellate di capi tessili che ogni anno in Unione Europea vengono smaltiti. Sono circa 11 chilogrammi a persona”. Dinanzi a questo scenario, l’implicazione dettata da Bruxelles costringe le dirigenze a elaborare strategie inedite nel breve termine. “I brand ora dovranno capire come gestire la merce, e in futuro come arrivare a non avere una quantità di stock così rilevante”, chiarisce Prandelli a Vanity Fair.
Le differenze strutturali tra Alta Moda e Fast Fashion
Tuttavia, l’applicazione del regolamento scoperchia problematiche gestionali e commerciali diametralmente opposte a seconda del segmento di mercato analizzato. Non esiste una formula univoca per smaltire eticamente le giacenze. “Questa è una premessa importante: la radice del problema sarà diversa a seconda che si tratti di fast fashion o lusso“, spiega la docente della SDA Bocconi.
Da un lato, la filiera della moda veloce a basso costo deve fare i conti con un modello di business che si basa sull’immissione continua e massiva di enormi volumi di merce, generando un difetto cronico che Prandelli identifica chiaramente: “Nel fast fashion, il problema è legato alla sovrapproduzione“. Dall’altro lato, i vertici dell’alta moda affrontano un ostacolo di natura prettamente reputazionale. Immettere sul mercato secondario o donare prodotti firmati a prezzi stracciati rischia di compromettere decenni di posizionamento del marchio. “Nel lusso — conclude l’esperta a Vanity Fair — il problema si amplifica perché c’è il tema di protezione dell’immagine e di esclusività”.
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