Ruth Orkin, la fotografa in bicicletta: Einstein ride di gusto, Ninalee che attraversa l’estate di Firenze, la lambretta da cartolina romana

  • Postato il 29 marzo 2026
  • Cultura
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Quando Ruth Orkin arriva in Italia nel 1951, ha ventinove anni e una discreta esperienza. Uno stuolo di divinità è sceso dall’olimpo di Hollywood per posare davanti al suo obiettivo con una spontaneità inedita, tutta mortale. Proprio davanti a lei, che da bambina collezionava i loro autografi: Marlon Brando è l’imperatore statuario che gioca a scacchi con le sorti di Roma, Alfred Hitchcock si compiace sul divano per chissà quale delitto; Orson Welles con cappello di piume fantastica sul profilo di una donna; Lauren Bacall sistema un orecchino con eleganza distratta.

Ruth arriva da Israele, ha appena concluso un servizio per Life; Ninalee Allen Craig, invece, viene da New York, ha finito gli studi e gira l’Europa come si attraversa l’estate della vita. A Firenze la pittrice si ferma più a lungo, e lì incontra Ruth: due giovani spiriti affini, due americane nella stessa città antica. Quei giorni spensierati diventano Don’t Be Afraid to Travel Alone, il servizio fotografico a corredo dell’articolo di Cosmopolitan firmato da Emily Jay: consigli pratici per ragazze in viaggio – risparmiare, schivare le avances, tornare a casa sane e salve. Tra quegli scatti c’è l’immagine più celebre della carriera di Ruth Orkin: American Girl in Italy è Ninalee “Jinx”, la Beatrice dantesca a stelle e strisce che attraversa un girone di (galant)uomini, il coraggio come abito leggero, il quaderno dei disegni come scudo. Fischi, sguardi, sorrisi; e quella mano sul cavallo dei pantaloni, che per anni sparirà dalle riproduzioni. Potrebbe essere un manifesto della violenza di genere ma la versione di Jinx è molto diversa: nessuna molestia, racconta, solo un gioco ben orchestrato in cui lei è protagonista. Ruth dirigeva quel set improvvisato e itinerante tra statue, vetrine, vigili urbani, lambrette; un po’ Vacanze romane, molto cliché all’italiana.

Quando lo scorrere della pellicola s’inceppa come i suoi sogni di regia, non le rimane che la fotografia, immagine immobile che finge di essere vita vera. Ruth Orkin non “sorprende” l’istante, lo prepara, lo dispone, lo sceglie. Lo aveva capito fin da bambina – quando la madre attrice, Mary Ruby, la portava con sé sui set – che il mondo è una magnifica illusione. Di sicuro quello in cui lei vuole vivere. A Bologna le sale di Palazzo Pallavicini accolgono l’antologica che la curatrice Anne Morin dedica alla riscoperta della fotografa statunitense Ruth Orkin [dal 5 marzo al 19 luglio 2026]. La mostra restituisce un Novecento che è presenza urbana, e tiene il passo accanto a quelle due giovani donne fino ai nostri giorni.

La storia di Ruth Orkin [Boston, 1921 – New York, 1985] inizia con il sogno di una bambina di Boston che a dieci anni riceve la prima macchina fotografica. Hollywood d’oro – anni Venti e Trenta – ruggente e scandalosa: Ruth vuole fare la regista. Nel ’38 è la prima messenger girl della Mgm, ma l’unione cinematografica non accetta donne e la porta si chiude. Ruth cambia strada, non direzione. Inforca la bicicletta e via attraverso l’America, da Los Angeles a New York per vedere l’Esposizione Universale. È il 1939, l’Europa trattiene il fiato prima della guerra e l’America finge che tutto sia un musical. Una diciassettenne con i capelli al vento, la bici che cigola, la macchina fotografica al collo; la ruota davanti all’obiettivo è l’occhio con cui Ruth trasforma il suo diario di foto in storyboard cinematografico ante litteram, ispirato ai taccuini in cui la madre documentava le riprese dei suoi film muti.

Negli anni Quaranta la Grande Mela ha fame di futuro; di giorno Ruth fotografa bambini, di notte i nightclub. La città recita senza riflettori nei gesti minimi di una quotidianità fluida, che lei osserva dall’alto della sua finestra. Il grande schermo che le aveva infranto i sogni da ragazza si fa perdonare con un marito regista, Morris Engel, con il quale esplora il terreno sconnesso del cinema indipendente. Sono gli anni dell’adesione impegnata alla Photo League e delle prime importanti collaborazioni, gli anni dei ragazzi che si tuffano nell’Hudson dal tetto, le biciclette buttate a terra; le estati del festival di Tanglewood, di Bernstein che dà fuoco a un fiammifero come a una nota musicale.

Nella poetica delle piccole storie di quartiere lo sguardo affettuoso e ironico di Ruth Orkin si ferma sulle espressioni dei bambini che ridono, si arrabbiano, imbrogliano a carte, leggono i fumetti. Le stagioni si susseguono in città come traslochi silenziosi, l’albero di Central Park innerva una metropoli che respira nella bruma; un vecchio materasso abbandonato per strada, i gatti di strada del Pantheon, i cappelli bianchi di tre marinai, una mano allunga una fetta d’anguria a una bambina.

La mostra bolognese riporta come sottotitolo L’illusione del Tempo: e se la ride di gusto Albert Einstein nel ritratto di Ruth, lui che ha smontato l’idea di un tempo che non scorre uguale per tutti ma si adatta alle equazioni dei sentimenti. Ogni scatto è il fermo immagine nella pellicola di un regista sconosciuto ai mortali, e chissà se mai arriveranno i titoli di coda. Ninalee cammina e non si ferma. Ed è in quel passo senza esitazione che sta il senso del tempo, secondo Ruth Orkin: il tempo non si possiede, si attraversa. Continuando a pedalare per non perdere l’equilibrio.

Info

Ruth Orkin | The Illusion of Time
Dove
| Palazzo Pallavicini, Bologna
Quando | Fino al 19 luglio
Orari | Da giovedì a domenica, dalle 10 alle 20
Biglietti | Intero 16 euro, ridotto 14 euro
Contatti | E-mail info@palazzopallavicini.com – Cell. 3313471504
Web | www.palazzopallavicini.com/events/ruth-orkin/
Social | Ig @palazzopallavicini

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