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L'allargamento della NATO a est dopo la fine della Guerra fredda è una delle trasformazioni geopolitiche più profonde e controverse dell'Europa contemporanea. A partire dal 1999, nel giro di pochi anni, l'Alleanza Atlantica inglobò al suo interno svariati Paesi del Patto di Varsavia (sciolto ufficialmente dopo il crollo dei regimi comunisti in Europa orientale) che fino a poco tempo prima erano considerati obiettivi da colpire in caso di conflitto con il blocco sovietico. Polonia, Ungheria e Repubblica ceca furono i primi a entrare nella NATO per rafforzare la loro difesa e consolidare legami politici ed economici con gli Stati Uniti e l'Europa.. Da ex satelliti a scudo geopolitico
Nel decennio successivo, fra il 2004 e il 2009, arrivarono altri vecchi soci del Patto (Bulgaria, Romania, Slovacchia), tre Paesi che avevano fatto parte dell'Unione Sovietica (Estonia, Lituania, Lettonia), due pezzi dell'ex Jugoslavia (Slovenia, Croazia) e persino un Paese, l'Albania, che negli anni della Guerra fredda era stato più vicino a Pechino che a Mosca. Ma al vertice di Bucarest del 2008 gli Stati Uniti proposero che l'organizzazione si allargasse fino a comprendere altri due Paesi che avevano fatto parte dell'Impero zarista e dell'Unione Sovietica: Ucraina e Georgia.
«L'obiettivo dell'allargamento, a partire dalla fine degli anni '90, è stato quello di stabilizzare il continente europeo e garantirne la sicurezza nei confronti della Russia ma anche una moneta politica utile a legittimare la postura filo-occidentale dei nuovi alleati facilitandone la modernizzazione», spiega lo storico Marco Clementi, docente all'università di Pavia. «È stato un processo di espansione geopolitica che ha aumentato la capacità degli alleati di essere presenti nelle aree di maggiore crisi e instabilità, a partire dai Balcani Occidentali, dove il periodo post Guerra fredda si è rivelato tutt'altro che uno spazio di pace e stabilità, e anche in Nord Africa e in Medio Oriente. In queste aree la NATO poteva arrivare più facilmente inglobando Paesi nuovi che facessero da cerniera territoriale».. Secondo Clementi, che è anche autore del volume La Nato. Dal mondo diviso in due alla minaccia del terrorismo globale (Il Mulino), non è un caso che i primi Paesi coinvolti pienamente nella Nato siano stati la Polonia, la Repubblica Ceca e l'Ungheria. «Sono stati fra i primi ex satelliti dell'Unione Sovietica ad abbracciare con successo i modelli politici ed economici occidentali e sono anche i Paesi che si frappongono fisicamente fra la Germania e la Russia, proteggendo la linea di difesa lungo la quale la NATO ha ammassato la gran parte delle sue forze convenzionali per tutta la Guerra fredda».. Un rospo da ingoiare
Ma l'allargamento a Est non è mai stata soltanto una questione geopolitica: è anche una ferita simbolica che continua a segnare le relazioni tra Mosca e l'Occidente. Dal punto di vista russo, l'espansione non è vissuta come una semplice adesione di Stati, ma come una minaccia esistenziale e il tradimento storico di un'intesa raggiunta dopo la riunificazione tedesca, quando l'ex Germania Est entrò a far parte della Repubblica Federale Tedesca e quindi dell'Alleanza. All'epoca, per ottenere l'approvazione sovietica di una Germania unita nella NATO si stabilì che truppe straniere e armi nucleari non sarebbero mai state dislocate a Est.. «La questione», prosegue Clementi, «rimanda al trattato sull'unificazione tedesca che fu concordato con clausole che impedivano la dislocazione di truppe ai confini nella Germania Orientale. È un testo molto conteso a causa di un addendum che venne aggiunto all'ultimo momento, secondo il quale la Germania avrebbe dovuto interpretarne il significato giuridico. Ma è chiaro che ciò che riguarda Berlino non può, ad esempio, essere vincolante per la Polonia e per gli altri Paesi dell'Europa orientale. Da allora viene usato per legittimare, anche se in modo molto debole, il diritto all'allargamento della NATO.. La "promessa da gentiluomini"
A questa rivendicazione già di per sé discutibile se ne aggiunge un'altra che riguarda il memorandum di Budapest del 1994, in cui Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia concordarono di rispettare pienamente l'indipendenza di Paesi come Kazakistan, Bielorussia e Ucraina ottenendo in cambio lo spostamento da quei Paesi delle armi nucleari dell'era sovietica». Ma se gli Stati occidentali interpretano l'allargamento come un atto di libertà e cooperazione, nella retorica russonazionalista l'espansione della NATO non è altro che un atto ostile nei confronti di Mosca.. Eppure, non ci sono mai state promesse ufficiali, né accordi scritti da parte dei leader occidentali alla Russia di non espandersi verso Est. L'Occidente ottenne il via libera per la riunificazione tedesca, ma a Mosca né Gorbaciov né i suoi oppositori – neanche coloro che più o meno apertamente diffidavano dell'atteggiamento della leadership occidentale – chiese esplicitamente che fosse formalizzato un accordo scritto sulla non espansione della NATO. Molti anni dopo persino lo stesso Putin ammise, in un'intervista al regista Oliver Stone del 2017, che non esisteva alcun accordo ufficiale in tal senso ma solo una promessa da gentiluomini formulata a Gorbaciov dall'amministrazione Bush.. Tesi alternative
Tra gli studiosi c'è chi continua però a dissentire apertamente su questo punto. Una voce critica particolarmente nota è quella dello storico Daniele Ganser, ricercatore presso lo Swiss Institute for Peace and Energy Research. «Le mie ricerche dimostrano che James Baker, Segretario di Stato degli USA sotto il presidente George Bush padre, promise a Gorbaciov il 9 febbraio 1990 che né la giurisdizione, né le forze armate della NATO sarebbero state spostate verso l'Europa Orientale, se Mosca era d'accordo che la Germania riunita divenisse membro dell'Alleanza. Ma poi nel 1999 e negli anni successivi l'Alleanza si è allargata lo stesso verso est. Quindi è chiaro che gli Stati Uniti hanno mentito alla Russia perché, anche in assenza di un accordo scritto, per i russi la garanzia verbale era comunque vincolante. Man mano che nel corso degli Anni '90 il numero dei Paesi che aderivano alla NATO cresceva, anche Gorbaciov riconobbe di essere stato ingannato».. Ma su questo punto, Clementi ribatte: «Bisognerebbe capire a che titolo, oggi, la Russia parla a nome dell'Unione Sovietica, visto che quel soggetto giuridico non esiste più da tempo». Resta il fatto che, in anni recenti, il processo di allargamento dell'Alleanza Atlantica ha causato periodi di forte tensione con la Russia.. Le tensioni
Il primo si verificò nel 2004, al tempo dei moti rivoluzionari in Georgia e in Ucraina nei quali emerse la volontà di avvicinamento di questi due Paesi all'Occidente. Prima della crisi attuale scaturita dall'offensiva militare russa in Ucraina iniziata nel febbraio 2022, un altro momento di tensione fu il conflitto russo-georgiano del 2008 e la prima crisi ucraina del 2014, che portò all'annessione della Crimea per mano russa e al conflitto nel Donbass.. C'è chi teme che una continua crescita della NATO in Europa Orientale senza una strategia di dialogo possa perpetuare le tensioni all'infinito con crisi cicliche con la Russia. Tensioni che potrebbero manifestarsi militarmente e anche in altri ambiti come quello economico, tecnologico e informativo.
L'auspicio è che una possibile evoluzione futura passi per Bruxelles, con un rafforzamento dell'autonomia strategica dei Paesi europei, che potrebbe ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e favorire un'architettura di sicurezza più europea. «In ogni caso, un'ulteriore crescita della NATO a Est sembra al momento alquanto improbabile, poiché tutto si gioca sul terreno del futuro dell'Ucraina», conclude Clementi. «Forse un giorno Kyiv entrerà nell'Unione Europea ma non potrà mai entrare nella NATO. Sarà comunque importante stabilire regole chiare sulle clausole di garanzia, dal momento che in passato proprio la mancata chiarezza su quelle ha prodotto incomprensioni, manipolazioni e una tensione costante»..
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