Rubio, il cattolico di Miami inviato da Trump a Roma: cosa c'è dietro la visita
- Postato il 4 maggio 2026
- Esteri
- Di Libero Quotidiano
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Rubio, il cattolico di Miami inviato da Trump a Roma: cosa c'è dietro la visita
Quando Marco Rubio arrivò a Roma per l’insediamento di Leone XIV, un anno fa, chiese a Parolin in quale lingua si sarebbero parlati: «Spagnolo, inglese o cubano?». Il cardinale sorrise e disse che la lingua ufficiale era l’inglese, ma aveva ammesso sottovoce che non era «altrettanto bella». Non era cortesia ma il riconoscimento reciproco di due uomini che si capiscono.
Rubio è figlio di esuli cubani, nato a Miami, cattolico praticante, il primo latinoamericano a guidare il dipartimento di Stato. In questa amministrazione, in cui l’emisfero occidentale è priorità e Cuba è un avamposto russo-cinese da neutralizzare, Rubio ha trovato l’unico interlocutore credibile con L’Avana nella Santa Sede, che non ha mai interrotto i rapporti con l’isola, neanche negli anni più bui del castrismo. Quella pazienza ha già dato frutti storici: il Vaticano fu decisivo nella quasi-normalizzazione Obama-Castro del 2014. Oggi lo stesso schema silenzioso si ripete.
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Dopo gli incontri diplomatici a fine febbraio, a Roma, Parolin ha dichiarato che la Santa Sede ha compiuto i «passi necessari» per una soluzione «negoziata» tra le due capitali. Il ministro degli esteri cubano è stato ricevuto da Leone XIV. Cinquantuno prigionieri sono stati liberati prima della Settimana Santa, con L’Avana che ha citato le relazioni col Vaticano, che canalizza gli aiuti verso il Paese. Gli uomini di Rubio hanno incontrato il nipote di Raúl Castro ai margini del Summit Caricom. Il contesto, però, non è secondario.
Leone ha definito «non accettabile» la minaccia di Trump all’Iran, ha rifiutato l’invito a Washington per il 250° anniversario dell'indipendenza americana e il 4 luglio sarà a Lampedusa. Il 9 aprile ha ricevuto Axelrod, stratega di Obama, alimentando la percezione di un papa schierato coi Democratici in vista delle elezioni di metà mandato. Come ogni presidente americano, Trump non tollera che il pontefice occupi la politica estera né che non sia al suo fianco sul nucleare iraniano: lo ha definito «terribile in politica estera», mentre un sondaggio Nbc dà a Leone +34 tra gli americani, contro il -12 di Trump. La mediazione passa per Parolin e per Rubio, il solo con la grammatica personale per sedersi a quel tavolo.
Oltre i confini di Città del Vaticano, ci sono Roma e l’Europa. A Monaco, a febbraio, Rubio aveva rassicurato l’Europa con toni opposti a quelli di Vance – aveva citato Mozart, Shakespeare, i Beatles, il destino intrecciato – pur ridefinendo la NATO: non un abbandono ma una rinegoziazione, in cui chi vuole l'ombrello contribuisce al costo. Con l’Italia i dossier sono Sigonella e Hormuz. Quando Roma ha rifiutato di aprire la base siciliana ai rifornimenti americani per l’Iran, Trump ha minacciato il ritiro dei 13mila soldati dalle basi italiane, aggiungendo che il Paese «non è stato di alcun aiuto». Le fonti della Difesa non ci credono: le sette basi hanno un valore strategico che non si negozia per rappresaglia, come invece è accaduto in Germania dove Washington ritirerà più di 5mila uomini.
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Su Hormuz la posizione di Roma è nota: missione navale sì, in quadro multilaterale e a conflitto terminato. La Marina ha otto cacciamine pronti a La Spezia e una fregata Fremm, offerta che forse Rubio sentirà nominare da Crosetto. Il G7 di Évian, in Svizzera, è tra meno di sei settimane, e sarà il primo incontro tra Meloni e Trump da quando il presidente l’ha liquidata come priva di coraggio: «Pensavo avesse coraggio, ma mi sbagliavo». La premier aveva difeso il Papa e si era rifiutata di appoggiare la guerra in Iran: due scelte obbligate sul fronte interno, in un Paese dove Trump non supera il 20% di consenso. Rubio viene a preparare quel tavolo, a portare a Washington i segnali che rendano Évian possibile. Intanto giovedì, quando entrerà in Vaticano, lui, cattolico figlio dell’esilio, e Parolin sapranno già in che lingua parlarsi.
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