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Rossella dall’incidente alle nuove cure a Bangkok grazie ad una raccolta fondi

  • Postato il 30 ottobre 2026
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Rossella dall’incidente alle nuove cure a Bangkok grazie ad una raccolta fondi

Il Quotidiano del Sud
Rossella dall’incidente alle nuove cure a Bangkok grazie ad una raccolta fondi

Dall’incidente nel marzo 2024 alla speranza di nuove cure: un’intervista esclusiva in cui Rossella Chirillo racconta la sua storia, gli interventi e la raccolta fondi per Bangkok.


COSENZA – «Ragazzi, ho il posto fisso». Questa la prima battuta di Rossella Chirillo dopo aver scoperto che la sua vita sarebbe cambiata profondamente. Era appena uscita dalla Tac, dopo il grave incidente in moto avvenuto il 30 marzo 2024. Fuori dall’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza c’erano amici, familiari, colleghi e soccorritori del 118, in attesa di conoscere l’esito degli accertamenti. Rossella, invece, si trovava davanti a una notizia che avrebbe avuto bisogno di tempo per comprendere e accettare. L’ironia, arrivata quasi spontaneamente, è stata il suo primo modo di affrontare una realtà completamente nuova. Una battuta che racconta molto della sua personalità e del suo modo di guardare alla vita con ottimismo, caratteristica che continua ad accompagnarla.

Ex soccorritrice del 118, giovane e con tanti progetti, Rossella oggi sta costruendo un nuovo percorso, fatto di obiettivi e ricerca di nuove opportunità. Tra queste c’è Bangkok, una possibile occasione per accedere a nuove cure e intraprendere un ulteriore percorso di recupero. Al suo fianco si è attivata anche una rete di solidarietà insieme a La Terra di Piero, con una raccolta fondi pensata per contribuire alle spese del viaggio in Thailandia, delle cure, della riabilitazione e della permanenza.

Rossella, che ricordo conserva di quel momento e di quello che è successo dopo?

«Il 30 marzo 2024 ho avuto un incidente che, paradossalmente, mi ha cambiato la vita. Anche se, a dire la verità, non l’ho vissuto tanto come un cambiamento, quanto come la necessità di continuare la vita che avevo davanti. Il mio primo pensiero è stato: “Caspita, che cosa è successo? Adesso devo rialzarmi”. E da lì è cominciato tutto. Ero consapevole che mi aspettavano mesi difficili, con momenti bui, momenti di felicità e anche tanta rabbia. Sapevo che sarebbe stato un percorso lungo, ma dovevo affrontarlo».

«Ho il posto fisso!»: era un modo per esorcizzare quello che stava succedendo?

«Sì, perché in quel momento non sapevo davvero come comunicare agli altri quello che avevo appena scoperto. Fuori dall’ospedale c’erano tutti: familiari, amici, colleghi e tanti soccorritori del 118. Quando sono uscita dalla Tac, mi è venuta spontanea quella battuta: “Ragazzi, ho il posto fisso!”. Era il mio modo, forse, per alleggerire una situazione che non sapevo ancora come affrontare. Mia zia è svenuta. Solo dopo ho capito che probabilmente erano tutti talmente preoccupati e in tensione da non sapere come darmi quella notizia».

Quanto è stato importante il sostegno della sua famiglia, degli amici e delle persone che le sono state accanto? C’è un gesto o una presenza che ricorda in modo particolare?

«La presenza che porterò con me per tutta la vita è quella di mio fratello Christian. Dal giorno dell’incidente non mi ha lasciata un attimo. È stato il mio sostegno più grande. Naturalmente, anche tanti amici e familiari mi sono stati vicini e mi hanno aiutata ad affrontare questo percorso. Non dimenticherò mai nessuno di loro».

Prima dell’incidente lavorava nel mondo dell’emergenza sanitaria e studiava infermieristica, dico bene?

«Esatto. Era quello che mi piaceva. Ma oggi sono diversa. Non riesco più a vedere le persone che stanno male, soprattutto in ospedale. Per me è cambiato tutto. Ho vissuto sulla mia pelle esperienze che mi hanno trasformata. Ho provato dolore, ho avuto paura e alcune situazioni durante il ricovero mi hanno lasciato un segno».

Nel suo racconto torna spesso sulle cure ricevute dopo l’incidente. Ci sono episodi che l’hanno particolarmente colpita?

«Sì, soprattutto quello che è successo dopo il primo intervento. Non riuscivo a stare seduta: il dolore era così forte che mi sembrava di spezzarmi in due. All’inizio, però, ho avuto la sensazione che la mia difficoltà fosse interpretata come una mancanza di collaborazione. Ma non era una questione di volontà: semplicemente, non ci riuscivo perché stavo troppo male».

Poi, arrivò la comunicazione che sarebbe stato necessario un altro intervento…

«Esatto. Un giorno arrivò la dottoressa, mi fece sdraiare immediatamente e mi disse che c’era un problema. In quel momento non capivo cosa stesse succedendo. Poi, mi spiegarono che avrei dovuto affrontare un nuovo intervento: una vite era troppo vicina all’aorta e la stabilizzazione non aveva dato il risultato previsto. Per me fu un altro colpo. Avevo già affrontato l’incidente e il primo intervento, e mi ritrovai di nuovo davanti alla prospettiva di un’operazione. Nel giro di venti-venticinque giorni affrontai due anestesie generali e due interventi. Fu pesante, sia fisicamente sia mentalmente».

Nel suo racconto ci sono anche altri episodi legati alle medicazioni e alla gestione del dolore?

«Ricordo anche una ferita al braccio, dalla quale continuava a fuoriuscire un filo di garza. Quando, dopo circa una settimana, vennero a medicarmi, provai un dolore fortissimo. Non riuscivo a riposare e mi svegliavo continuamente durante la notte. Una mattina venne l’anestesista e mi chiese come fosse andata la notte. Le risposi che non sapevo neanche come stessi riuscendo a respirare. Quando si rese conto della situazione, si mostrò molto preoccupata e chiese perché non mi fosse stato somministrato un antidolorifico. Io, del resto, avevo già segnalato più volte il problema».

Questi episodi hanno inciso anche sul suo rapporto con il mondo della sanità?

«Tantissimo. Quando lavori in quel settore hai un certo modo di vedere le cose. Poi, ti ritrovi dall’altra parte e vivi situazioni che non avresti mai immaginato».

C’è una persona che ricorda con particolare affetto per la vicinanza dimostrata in quel periodo?

«La proprietaria di casa. Mi permise di non pagare l’affitto per un anno. Una cosa assolutamente non scontata. Non smetterò mai di ringraziarla: ho trovato una santa. Ho sempre abitato da sola, ero abituata alla mia indipendenza. Avevo anche pensato a come lasciare la casa e a organizzare tutto. Perché quando ti succede una cosa del genere continui comunque a pensare anche agli altri».

Oggi, però, guarda lontano. Addirittura fino in Thailandia. Com’è nata l’idea di Bangkok?

«Ne abbiamo parlato con diverse persone. Ho incontrato un ragazzo che mi ha raccontato la sua esperienza e mi ha detto che era stato lì, ottenendo un buon risultato. Noi avevamo già provato a contattare la struttura, ma inizialmente non ci avevano accettati. Poi abbiamo riprovato, inviando nuovi esami e tutta la documentazione. Mi hanno comunicato che potevo essere presa in considerazione per questo trattamento. A Xiamen, in Cina, ho effettuato un check-up molto approfondito, con esami che qui non avevo mai fatto. È stato costoso, ma almeno abbiamo avuto un quadro più completo da sottoporre agli specialisti».

In cosa consisterebbe il trattamento?

«Da quello che mi hanno spiegato, l’obiettivo sarebbe intervenire sulla cicatrice gliale che si forma nella zona della lesione e che ostacolerebbe la riconnessione dei nervi. Mi hanno parlato anche dell’impiego di cellule staminali, che verrebbero iniettate per cercare di favorire la rigenerazione nervosa. È una strada che voglio provare a percorrere. Non posso sapere come andrà e non voglio fare promesse. Però almeno ci provo. Magari non riuscirò a recuperare quello che vorrei, ma potrei recuperare altro. L’importante è non lasciare niente di intentato».

Un percorso di cure così lungo comporta anche spese economiche importanti, cosa significa sapere che La Terra di Piero ha deciso di accompagnarla in questa nuova fase attivandosi in una raccolta fondi?

«Abbiamo affrontato tante visite e cercato possibilità anche all’estero, persino in Cina. Il ragionamento è sempre stato lo stesso: “Sì, sono seduta, ma se esiste una possibilità, se c’è una strada in fondo alla quale si intravede un po’ di luce, perché non provare a percorrerla?”. Finché siamo riusciti a sostenere le spese, lo abbiamo fatto. Ma i costi sono tanti e non è semplice andare avanti da soli. Adesso abbiamo individuato un altro percorso, che ci ha aperto nuove prospettive e ci dà nuove speranze. Sapere che La Terra di Piero ha deciso di sostenermi significa non dover affrontare tutto questo da sola. È un aiuto concreto, ma anche una grande dimostrazione di fiducia e solidarietà».

La raccolta fondi ha un obiettivo di 40 mila euro, destinati a contribuire alle spese per le cure, la riabilitazione, il viaggio e la permanenza in Thailandia. Cosa vorrebbe dire a chi sta pensando di contribuire, anche con una piccola donazione?

«Vorrei dire grazie, prima di tutto. Ho sentito tantissime persone vicine, non soltanto familiari e amici, ma anche persone che magari non avevo mai incontrato e che, in qualche modo, mi hanno fatto sentire come se fossero al mio fianco. Anche una piccola donazione può fare la differenza, così come condividere la raccolta fondi o semplicemente parlarne. Credo che la cosa più bella sia proprio vedere tanta solidarietà, scoprire quante persone siano disposte a mettersi in gioco per aiutare qualcuno che sta attraversando un momento difficile. È qualcosa che mi emoziona profondamente e che non do affatto per scontato».

Se dovesse descrivere Rossella prima dell’incidente e quella di oggi, cosa direbbe?

«Sono cambiata, sicuramente. Ci sono cose che prima facevo senza neanche pensarci e che adesso non posso fare nello stesso modo. Però cerco di mantenere le mie passioni, continuo a fare tatuaggi quando posso, parlo con le persone e mi tengo impegnata. Non voglio che tutta la mia vita ruoti intorno a quello che mi è successo».

C’è una frase che ripete spesso: testa e pazienza.

«Ci vogliono tanta testa e tanta pazienza. Devi imparare ad affrontare le cose un giorno alla volta. Non sai come andrà, ma puoi decidere di provarci. E io voglio provarci».

A chi oggi si trova ad affrontare una situazione difficile e fatica persino a immaginare un futuro, quale messaggio vorrebbe lasciare?

«Una cosa soprattutto: non lasciare che sia la vita a viverti o a consumarti. Devi essere tu a prenderla in mano. Se un medico ti dice che non ti alzerai più, non significa che tu debba smettere di cercare una strada, una possibilità, un’altra prospettiva. Se intravedi una luce, seguila. Perché a volte quella luce puoi essere proprio tu a portarla dentro di te, e puoi portarla ovunque andrai».

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Rossella dall’incidente alle nuove cure a Bangkok grazie ad una raccolta fondi

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