Rosanna Sparapano racconta il set de “Il bene comune”: «Un viaggio catartico nel Pollino»
- Postato il 17 giugno 2026
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Il Quotidiano del Sud
Rosanna Sparapano racconta il set de “Il bene comune”: «Un viaggio catartico nel Pollino»
L’attrice congolese Rosanna Sparapano racconta il set del film “Il bene comune”, diretto da Rocco Papaleo: «È stato un viaggio catartico nel Pollino. Sono stata travolta dalla natura».
PARCO DEL POLLINO (COSENZA) – Ci sono luoghi che non si limitano a fare da sfondo a una storia: la assorbono, la attraversano, la modellano e finiscono per raccontarla insieme ai protagonisti. Nel Parco del Pollino – tra natura selvaggia, sentieri che si inerpicano verso il cielo, boschi secolari e silenzi che sembrano custodire segreti millenari- prende forma “Il bene comune”, il quinto film diretto da Rocco Papaleo. Un’opera che intreccia libertà, redenzione e rinascita, seguendo il cammino di quattro detenute prossime alla scarcerazione che intraprendono un’escursione alla ricerca del Pino Loricato, simbolo di resilienza e straordinario attaccamento alla vita.
Nel film, come nella vita, il viaggio conta più della destinazione. Ogni passo nel cuore del Pollino diventa un’occasione per confrontarsi con il proprio passato, con le ferite da ricucire, con le proprie fragilità e con la possibilità di ricominciare. Una dimensione che ha coinvolto anche gli interpreti, chiamati a misurarsi non solo con i propri personaggi, ma con un territorio capace di imprimere un segno profondo. Tra loro c’è Rosanna Sparapano, che indossa i panni di Anny, una donna brillante e anticonformista, vittima di pregiudizi che non riescono a coglierne la vera essenza. Hacker e attivista ambientale, Anny rappresenta uno sguardo nuovo e sorprendente sull’universo femminile raccontato dal film. Attrice di origini congolesi, formatasi al Piccolo Teatro di Milano, Sparapano ha vissuto le riprese come un’esperienza che supera i confini del set cinematografico.
Quando parla del Pollino, la sua voce tradisce ancora uno stupore vivo. Non descrive soltanto una location, ma una presenza che l’ha attraversata e trasformata. Tra la potenza della natura, la condivisione con un cast d’eccezione composto da Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo e un percorso artistico e personale intenso, “Il bene comune” si è rivelato per lei come un’esperienza destinata a restare. Con Rosanna Sparapano abbiamo ripercorso le emozioni delle riprese, la costruzione di un personaggio complesso come Anny, il suo rapporto con le radici e il cammino che l’ha portata dal teatro al cinema, fino ai nuovi progetti che la attendono.
Rosanna Sparapano, era la sua prima volta in Calabria per questo progetto? Com’è stata questa esperienza sul territorio, tra set e vita quotidiana?
«In realtà, conoscevo già la Calabria. Sono stata qui in vacanza però in altre zone. Questa esperienza con Rocco Papaleo è nata un po’ per caso: lui cercava proprio un profilo come il mio, così ho deciso di mettermi in gioco tramite la mia agenzia. Ai provini è andata bene. Papaleo aveva da tempo in mente questo progetto, un film ambientato tra Lauria, la Basilicata e la Calabria. E devo dire che sì, Diamante è bellissima, ma il Parco del Pollino in particolare mi ha proprio travolta. È stato come un viaggio catartico: la natura, i faggi, quell’atmosfera… ogni giorno andando sul set ero completamente estasiata».
In che modo questo contatto così diretto con la natura ha influenzato il suo modo di vivere il set e il lavoro sul personaggio?
«È una sensazione difficile da spiegare. Noi spesso diamo per scontata la nostra terra, ma quando viene valorizzata anche attraverso il cinema e lo sguardo di chi arriva da fuori, diventa una soddisfazione ancora più grande. Poi c’è un aspetto che mi ha colpito molto: credo servano più attenzioni e risorse per questi territori. Ho visto anche situazioni difficili, come gli animali abbandonati. Se avessi potuto, li avrei adottati tutti. In quei luoghi, ho sentito un contatto fortissimo con me stessa. Il Pollino per me è stato qualcosa di magico, una sensazione mai provata prima, quasi totalmente immersiva. Nel film, ci sono immagini incredibili, perché il paesaggio sembra davvero un altro attore accanto a noi».
Com’è stato lavorare in un cast prevalentemente al femminile, con attrici come Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo?
«Quando mi è stato detto che avrei lavorato con loro ho avuto un tuffo al cuore. Le stimo tantissimo: per me sono un patrimonio del cinema italiano, tra le migliori attrici che abbiamo. Allo stesso tempo ero anche un po’ intimidita, ma subito dopo ho pensato: che occasione incredibile, vivila fino in fondo. E devo dire che sono state tutte molto accoglienti, collaborative. C’era anche Livia Ferri, con cui ho condiviso davvero tutto: gioie, fatiche, ansie, momenti di leggerezza. E poi Andrea Fuorto, un attore giovane ma con un talento enorme, secondo me destinato a fare grandi cose. Ha già un bagaglio sorprendente. Tra l’altro, parlando sul set, è venuto fuori che lui e Rocco Papaleo potrebbero essere addirittura lontanamente imparentati… una cosa nata per caso che ci faceva sorridere molto».
Rosanna Sparapano, ’è un ricordo o un momento dal backstage che racconta bene lo spirito di questo set?
«La cosa più particolare è stata l’atmosfera generale. Sarà stata la location, sarà stato il caldo, la fatica fisica… ma tutto era condiviso. Sembravamo davvero una famiglia allargata. E questa è una cosa rara, perché non sempre sul set gli attori entrano davvero in sintonia. Qui invece si è creato un clima familiare: vivevamo tutto in gruppo. È stato surreale, ancora oggi faccio fatica a crederci. Io vengo dal teatro, da una formazione al Piccolo Teatro di Milano dove l’ambiente era molto più rigoroso, più freddo, guidato da una forte disciplina. Qui invece ho trovato grande umanità. Di solito, nel nostro ambiente trovi pugnali volanti anziché solidarietà».
Come avete costruito il suo personaggio durante le riprese? Hai avuto libertà di intervenire anche sulla sua identità?
«Il personaggio lo abbiamo costruito un po’ durante il lavoro, perché la sceneggiatura dà delle indicazioni, ma poi sul set si è aperto uno spazio di approfondimento molto bello. Rocco Papaleo mi ha permesso di lavorare in modo molto preciso sul passato di Anny, di immaginarla davvero, di capire quale fosse la sua storia prima del film. Anche il nome è cambiato in corso d’opera: inizialmente era diverso, poi io avevo trovato un’assonanza con un altro personaggio e ho proposto di modificarlo.
Alla fine Rocco mi ha detto: “Chiamala come tua mamma”. Per me è stato un privilegio enorme. Da lì ho costruito una biografia molto precisa. Mentre giravo, avevo un mondo interiore chiarissimo: immaginavo questa ragazza come un’ingegnera informatica che lavora per grandi multinazionali, ma che allo stesso tempo porta avanti un lavoro parallelo per una onlus in Congo, legata proprio alla madre del personaggio. Il Congo era un punto emotivo forte. Una terra spesso dimenticata, segnata da contraddizioni e guerre. Anny, nella mia idea, prendeva risorse dal mondo delle multinazionali e le reinvestiva in progetti umanitari. Era un’eroina silenziosa. Ovviamente tutto questo nasceva dal mio immaginario, ma mi ha aiutato tantissimo a darle profondità».
Questo lavoro così personale ha avuto anche una componente autobiografica per lei?
«Sì, inevitabilmente. Sono nata a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. Anche se oggi di “democratico” resta poco, è comunque la mia origine. E quindi certe sensibilità mi appartengono. Non era solo finzione: era qualcosa che toccava anche la mia storia».
Rosanna Sparapano, dopo un’esperienza così intensa al cinema, oggi qual è la sua direzione?
«In questo momento sono molto presa dal teatro. È il mio punto di partenza. Ora, sento ancora di più il desiderio di tornare a un contatto diretto con il palco, con il pubblico».
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Rosanna Sparapano racconta il set de “Il bene comune”: «Un viaggio catartico nel Pollino»