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Romano Floriani Mussolini, compagni indignati per i cori: caccia ai fascisti

  • Postato il 26 agosto 2026
  • Sport
  • Di Libero Quotidiano
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  • 5 min di lettura
In sintesi

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Romano Floriani Mussolini, compagni indignati per i cori: caccia ai fascisti
Romano Floriani Mussolini, compagni indignati per i cori: caccia ai fascisti

Proviamo per un attimo a metterci nei panni di Romano Floriani Mussolini. Un esercizio acrobatico, perché sembrano diventati un bene demaniale: ci si accomodano volentieri giornalisti, moralisti d’ordinanza, filosofi della domenica e quell’incredibile categoria di persone che ha sviluppato il talento di trasformare un’anagrafica in un’emergenza. Il ragazzo ha ventitré anni, fa il calciatore e soffre di due mali incurabili. Uno: è molto forte. Due: è il pronipote di Benito Mussolini. Il primo guaio lo rende impossibile da ignorare. Il secondo fa ripiombare l’Italia, ancora vittima di spasmi woke, nel mezzo di un trauma storiografico a cadenza settimanale. Ai tempi della Juve Stabia esibiva fiero il cognome ingombrante, lo stesso del nonno quartogenito del Duce.

Solo che dopo una rete al Cesena nel dicembre 2024, lo speaker gli riservò la solita liturgia: gridò «Romano» attendendo il boato dello stadio. Che rispose, manco a dirlo, «Mussolini». Peccato che l’urlo collettivo fosse condito da una profusione di braccia tese da far scattare l’allarme rosso in Procura federale. Trasferitosi alla Cremonese, il ragazzo tentò la strada della scarpetta enigmistica: via la dicitura integrale, spazio al cognome paterno Floriani seguito da una timida «M.» puntata. Un cortocircuito delizioso, considerato che i professionisti dell’anti-patriarcato si sono battuti tanto per valorizzare pure il cognome delle madri. Tranne della sua: Alessandra Mussolini. Raggiunto il limite della disperazione, deve aver concluso che l’unica via di fuga fosse farsi chiamare semplicemente «Romano». Nome che oggi svetta sulla maglia della Lazio. Solo che "romano" è pure... il saluto. Insomma, come lo metti lo metti non lo leverebbe dai guai manco un programma di protezione testimoni.

 

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Il suo esordio con i biancocelesti, ritardato di un anno proprio per il terrore che la Curva Nord potesse trasformare l’Olimpico in un raduno nostalgico, è finalmente arrivato a Bologna con una prestazione impeccabile. E i quattromila tifosi in trasferta, da sempre famosi per la loro insospettabile sobrietà politica, non si sono fatti pregare, intonando un sardonico: «Bello de nonno». Per la gioia elettorale di Bonelli e Fratoianni. Lui vorrebbe solo sentir parlare di sovrapposizioni, diagonali difensive e pagelle. Ma figurarsi. Troppo lineare. In Italia preghiamo per la naturalizzazione degli immigrati e ci facciamo problemi per un terzino, bravo, iscritto a referto come «Romano», «Floriani M.» o persino «F. Mussolini» perché la Repubblica non può permettersi che qualcuno sugli spalti scivoli nella goliardia. Perché il fascismo, si sa, è un pericolo mortale. Specialmente quando si nasconde tra il novantesimo minuto, un coro da bar e il microfono dello speaker.

 

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Autore
Libero Quotidiano

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