Rogliano accoglie Cesare Berlingeri: la pittura come destino, tra luce, piega e infinito
- Postato il 10 aprile 2026
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Rogliano accoglie Cesare Berlingeri: la pittura come destino, tra luce, piega e infinito
Domenica 12 aprile, la Piccola Biblioteca di Cuti a Rogliano ospiterà un incontro con l’artista Cesare Berlingeri, in occasione della presentazione del volume “Storie di pieghe e di luce”.
ROGLIANO (COSENZA) – Nell’arte, la materia scivola oltre la superficie, si incrina, diventa pensiero. È su questa soglia che si colloca la ricerca di Cesare Berlingeri, maestro capace di trasformare la pittura in un atto totale, viscerale, inevitabile, necessario. Le sue tele non sono opere da contemplare: sono luoghi da percorrere. Zone di collisione tra segni, dove tutto si muove, si scontra, si mescola, si dissolve, diventando esperienza. Le superfici si piegano, si contraggono, si aprono. Respirano. Accolgono il tempo, lo trattengono, lo restituiscono sotto forma di luce e tensione. In queste pieghe si stratifica un mondo interiore profondo: memoria, silenzio, ossessione, infinito.
Domenica 12 aprile, alle ore 17, la Piccola Biblioteca di Cuti a Rogliano ospiterà un incontro con l’artista in occasione della presentazione del volume “Storie di pieghe e di luce”. Con Rossana Baccari (direttrice della Galleria Nazionale di Cosenza), Gemma Anaïs Principe (storica dell’arte e archivista) e Cristina Berlingeri (presidente della Fondazione Cesare Berlingeri ETS), il pubblico sarà accompagnato dentro un universo complesso e magnetico, dove la pittura si apre a una riflessione sul tempo, sul gesto, sull’invisibile. Ad accogliere i presenti saranno Daniel Cundari (poeta, performer, fondatore della Piccola Biblioteca di Cuti) e Verusca Cianni (vicedirettrice Piccola Biblioteca di Cuti).
Abbiamo intervistato il maestro Cesare Berlingeri alla vigilia di questo appuntamento. Ne emerge un dialogo intenso, a tratti spiazzante, in cui la pittura si rivela come una febbre che non si spegne mai. Non un mestiere, né una forma espressiva, ma una condizione dell’essere che attraversa il tempo e lo spazio, piegandoli, letteralmente, fino a trasformarli in materia viva. C’è qualcosa di radicale e arcaico nella sua visione: l’arte non consola, non concede tregua, ma consuma chi la crea.
Per comprendere Berlingeri bisogna partire da una parola chiave: infinito. Dall’immagine del “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich alla poetica di Giacomo Leopardi, l’artista calabrese guarda oltre, verso qualcosa di irriducibile. Non esiste un luogo preciso dell’arte. Non esiste un tempo. Esiste una continuità che attraversa ogni cosa. Qui ogni piega è scoperta, ogni gesto rivelazione. Un incontro, quello di Rogliano, che si preannuncia come un’esperienza più che un evento. Perché ascoltare Cesare Berlingeri significa entrare in un territorio raro, dove l’arte interroga, non semplifica ma scava. E lascia una traccia luminosa destinata a durare.
Maestro Berlingieri, nel suo libro “Storie di pieghe e di luce”, parte da un’immagine domestica molto forte: il braciere. Come mai?
«Un tempo, il piacere era tutto lì. D’inverno ci si riuniva attorno al braciere, dalle cinque del pomeriggio fino a tarda sera. Si raccontavano storie. Si immaginava il futuro. Il braciere era la nostra televisione. Un luogo di fantasia che oggi non esiste più».
È da quel fuoco che prende forma una sensibilità destinata a trasformarsi in linguaggio artistico. Quanto ha inciso crescere a Cittanova nella sua visione?
«Non saprei. Da ragazzi si hanno tanti interessi, non si capisce cosa sarà il futuro. Pensavo che la pittura fosse un mestiere come un altro. Non immaginavo che fosse qualcosa di così viscerale, terribile. Non è una gioia come si immagina».
Perché la definisce “terribile”?
«È una gioia per un dilettante. Un artista non finisce mai di lavorare. Non è come un impiegato che stacca alle cinque. Il lavoro resta dentro, come qualcosa di maledetto che non ti lascia in pace».
Le tele piegate sono il suo tratto distintivo. Come nasce questa intuizione?
«Un celebre scrittore, Parisi, diceva che l’arte nasce per caso o per miracolo».
Possiamo affermare che la sua arte sia nata per miracolo?
«C’è una frase di Giacomo Leopardi, nello Zibaldone, che mi ha sempre colpito: per i fanciulli il nulla è tutto, per gli adulti il nulla è nulla. Ecco, dentro di me, oggi che ho 78 anni, c’è ancora quel bambino di cinque anni. Non me ne sono mai separato. Per me, l’arte è atemporale. È un disegno unico, dall’inizio alla fine».
Cosa accade dentro quelle pieghe?
«Ci sono i miei pensieri, il mio tempo, c’è la possibilità del giorno in cui lavoro. Quando piego la tela, un segno incontra un altro segno, si confonde, si mescola. Un artista lavora su quello che accade. Per me dipingere significa assorbire il mondo che mi viene incontro. Non mi interessa rappresentare un paesaggio o una figura. Io sono un custode di luce, arie, atmosfere».
Cesare Berlingeri, un’opera o un momento della sua vita a cui si sente particolarmente legato?
«Più che a un’opera, sono legato a momenti. Nella mia vita ho fatto molto teatro, soprattutto tragedie greche, che considero una forma purissima di arte. A un certo punto ero diventato ossessionato da un’immagine: la sfinge. Ne avevo dipinte una trentina. Era diventata una malattia. Così le ho bruciate tutte. Ne ho salvata soltanto una, l’ultima. Perché quell’immagine si era trasformata: era diventata il corpo di una donna, fortemente erotica. Ecco, diciamo che ero legato a quell’immagine per la mia ossessione. Adesso non sono legato a delle immagini. Pensi al segno di croce che praticamente ci condiziona a migliaia di anni. Si tratta di due linee rette che si incontrano e si scontrano, ed è quel che accade nella mia piegatura. Il segno si incontra e si incontra con altri».
Che ruolo hanno la letteratura, il teatro e la musica nella sua arte?
«Penso che non influenzino la mia arte, ma ci siano dentro. Ciò che mi ha segnato davvero sono le prime immagini della mia vita. Il cielo, soprattutto. Non ho mai smesso di chiedermi come facciano le stelle a restare lì. E forse è per questo che nei miei quadri tornano segni di stelle, tentativi di trattenere quell’infinito. Perché l’artista ha bisogno dell’infinito».
Che spazio occupa il silenzio nel suo lavoro?
«Sa cosa diceva del disegno Paul Klee, uno dei più grandi artisti del Novecento? “Porto la linea a fare una passeggiata”. Ecco, io porto un dipinto a fare una passeggiata. Il silenzio è in questa passeggiata delle pieghe, dove momento per momento incontro una visione diversa. È come quando si cammina in una città e si incontrano un palazzo, un monumento, una casa. La stessa cosa accade nel mio lavoro: è una grande passeggiata».
Dove trova oggi la bellezza?
«Oggi la bellezza si è sbiadita. Viviamo in un mondo atroce. Noi abbiamo i poeti, gli scrittori, gli artisti. Ma abbiamo creduto ai Trump, abbiamo creduto a quell’altro con i baffetti. Sa perché Vladimir Majakovskij si è suicidato? Perché gli hanno tolto la poesia. La più grande poetessa russa era Anna Achmatova e, ad un certo punto, ha scritto: quando a un poeta tolgono la parola è finito. E quindi questo è un mondo in cui bisognerà resistere».
Maestro Berlingeri, che messaggio vuole lasciare ai giovani?
«Essere autentici. Fare quello che il loro cuore vede, non solo quel che vedono i loro occhi. Gli occhi possono mentire. E sa perché? Perché con gli occhi siamo già pieni di vizi maledetti, il cuore no. Per citare un celebre romanzo “Va’ dove ti porta il cuore”».
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Rogliano accoglie Cesare Berlingeri: la pittura come destino, tra luce, piega e infinito