Ringrazio Stranger Things per avermi ricordato Bob Dylan, ma non riesco a non vederne gli enormi difetti (attenzione: spoiler!)
- Postato il 5 gennaio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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C’è una canzone, dolcissima e straziante, di Bob Dylan, significativamente Bob Dylan’s Dream, contenuta nel suo secondo album, il celebre Freewhelin’, dall’iconica copertina; al cospetto dei capolavori presenti nel disco, questo brano è spesso dimenticato; il poco più che ventenne cantautore, ancora non famoso, riflette sulle amicizie perdute, con la voce e la saggezza di un adulto disincantato: “Con i cuori affamati nel calore e nel freddo/ Non pensavamo che saremmo mai diventati vecchi/Pensavamo che potevamo restare per sempre in allegria/ ma in realtà le nostre possibilità erano una su un milione”. Non riesco ad ascoltarla senza commuovermi.
Penserete a un errore di impaginazione: cosa c’entra una canzone poco nota del ‘63 con una serie monumento agli anni ’80? C’entra perché il segreto del successo di Stranger Things risiede precisamente nell’aver colto e abitato quel sentimento di commossa nostalgia espressa da Dylan: i Fratelli Duffer non si sono inventati nulla, hanno semplicemente elaborato sul piano della narrazione seriale la poetica dei loro mentori Stephen King e Steven Spielberg.
All’intera fortunatissima serie si potrebbe mettere in calce la memorabile frase finale di Stand by Me: “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, chi li ha avuti?”.
Da questo punto in poi, enormi spoiler.
A Natale ho ricevuto per regalo portachiavi, felpe, mazzi di carte e diverse magliette di Stranger Things. Quindi, dal punto di vista dell’intrattenimento ovviamente “mi piace”. Ma non posso non vederne gli inaccettabili difetti.
Nel mio post facilmente profetico per Il Bazar Atomico, scritto prima dell’ultima puntata, avevo intuito il senso del finale. Ho trovato commovente i momenti finali, il commiato dall’adolescenza, il passaggio del testimone alle future generazioni, la citazione letterale da Stand by Me, stupenda la coda finale con i personaggi tramutati in personaggi di Dungeons & Dragons sulle note di Heroes di David Bowie, anche il finale ambiguo sul futuro di Undici. Ma il percorso per arrivare a quel finale è inaccettabilmente approssimativo.
I fratelli Duffer sono stati magistrali dal punto di vista del marketing e dell’hype: la divisione dell’ultima stagione in tre tronconi ha consentito a centinaia di youtuber, influencer e comunità di fan di sbizzarrirsi sulle più disparate teorie riguardo il destino dei protagonisti. Questo è sicuramente parte del divertimento: se Stranger Things si rivela “una storia di D&D”, è stato bellissimo diventare ciascuno un master sulla base del mondo di fantasia della serie.
Peccato che le teorie dei fan erano più interessanti, imprevedibili, coerenti e sensate degli archi narrativi reali.
Immediato obiettare che il senso della serie fosse restituire la magia della scoperta e l’importanza dell’amicizia, all’interno della cornice di finzione delle grandi saghe anni ’80. Certo, la sospensione dell’incredulità è il presupposto di qualsiasi avventura fantasy: ma la “magia” del racconto è proprio rendere plausibile ciò che è impossibile. Gli autori hanno rivelato un’attenzione maniacale ai cosiddetti easter egg, ogni dettaglio secondario si è rivelato circolarmente strutturale alla narrazione.
Purtroppo, in questa minuziosa opera di collage d’opere altrui, si è perso il senso della trama: personaggi completamente abbandonati, incongruenze grottesche (Vecna rapisce Holly col pensiero da una dimensione all’altra, ma se la fa strappare via da un ragazzino cicciottello), premesse smentite (nel Sottosopra si entrava come a Chernobyl, nell’Abisso si passeggia come a Via del Corso)… soprattutto, che senso ha tramutare un villain in un kaiju se poi viene liquidato come in un film di Bud Spencer e Terence Hill?
Più volte i Duffer sono dovuti intervenire pubblicamente per spiegare il senso di alcune scene: segno evidente che non sono state scritte bene, nonostante la presenza di numerosi, comodissimi deus ex machina (viaggi interdimensionali, personaggi in grado di creare illusioni etc.) per spiegare le apparenti contraddizioni.
Da Lost a Game of Thrones, non è la prima volta che un finale delude i fan: in questo caso, non c’è né l’ambizione filosofica del primo, né il coraggio del secondo. L’accusa che rivolgo ai Duffer è il mantra della loro stessa serie: “gli amici non mentono”. Li ringrazio, però, per un’intuizione stupenda: l’emozione di ascoltare Purple Rain mentre un gruppo di ragazzini prova a salvare il mondo.
Ps. Si parla di un episodio segreto con finale alternativo, pubblicato nei prossimi giorni. Sarebbe davvero un colpo di teatro geniale.
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