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Rinascita Scott, per il presunto boss Domenico Camillò la condanna è definitiva

  • Postato il 27 settembre 2026
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Rinascita Scott, per il presunto boss Domenico Camillò la condanna è definitiva

Il Quotidiano del Sud
Rinascita Scott, per il presunto boss Domenico Camillò la condanna è definitiva

Domenico Camillò, presunto boss della ‘ndrina Pardea-Ranisi, non ha presentato ricorso contro la sentenza pronunciata il 21 maggio dalla Corte d’Appello di Catanzaro nell’ambito del processo Rinascita Scott che lo aveva condannato a 11 anni e 4 mesi facendola così diventare definitiva. Per altri 28 invece udienza in Cassazione il 24 novembre


VIBO VALENTIA – Saranno 28 gli imputati che il prossimo 24 novembre approderanno davanti alla Corte di Cassazione per l’ultimo passaggio giudiziario del troncone con rito abbreviato del processo Rinascita Scott in quanto mancherà, Domenico Camillò, 85 anni, indicato dagli inquirenti come il presunto boss della ’ndrina Pardea-Ranisi di Vibo Valentia.

Camillò non ha infatti presentato ricorso contro la sentenza pronunciata il 21 maggio dalla Corte d’Appello di Catanzaro che lo aveva condannato a 11 anni e 4 mesi facendola così diventare definitiva e chiudendo per lui il percorso processuale relativo a questo troncone del maxiprocesso.

Per gli altri 28 imputati, invece, il giudizio proseguirà davanti alla Suprema Corte, chiamata a esaminare i ricorsi contro le pene rideterminate dalla Corte d’Appello. Per Camillò, conosciuto nell’ambiente anche come “zio Mimmo” o “Mangano”, il procedimento arriva dunque al punto finale.

LA COLLABORAZIONE ANNUNCIATA E POI IL SILENZIO

Nel percorso processuale di Camillò c’è anche il capitolo legato a una possibile collaborazione con la giustizia. L’85enne aveva reso dichiarazioni alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, successivamente depositate nell’ambito dell’udienza preliminare di Rinascita Scott.

Quelle dichiarazioni, secondo la valutazione della Dda, sarebbero però risultate generiche e lacunose e non coerenti con altri elementi acquisiti nell’inchiesta. Per l’accusa non sarebbe emersa una concreta e piena volontà di collaborazione, soprattutto alla luce delle conoscenze che venivano attribuite a Camillò sulle dinamiche della criminalità organizzata vibonese e sul proprio ruolo.

La distanza tra quella iniziale disponibilità e quanto avvenuto successivamente divenne evidente nell’aula bunker di Lamezia Terme. Chiamato a deporre nel maxiprocesso, Camillò si presentò personalmente, fornì le proprie generalità e quindi si avvalse della facoltà di non rispondere alle domande del pubblico ministero. L’esame si concluse in pochi istanti.

Una scelta differente rispetto a quella del figlio, Michele Camillò, che ha invece intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia. Nel procedimento è stato inoltre sentito il nipote Bartolomeo Arena, anch’egli collaboratore di giustizia, che ha riferito del ruolo attribuito allo zio negli equilibri della criminalità organizzata vibonese.

IL RUOLO DELLA ‘NDRINA PARDEA-RANISI DI VIBO

Secondo la ricostruzione accusatoria, Domenico Camillò avrebbe avuto un ruolo rappresentativo e decisionale all’interno della cosca Pardea, conosciuta anche come Pardea-Ranisi. Gli investigatori gli hanno attribuito una funzione nella gestione degli equilibri interni, nel coordinamento delle attività e nelle riunioni durante le quali si sarebbero assunte decisioni di rilievo.

Tra gli elementi richiamati dall’accusa ci sono anche le dichiarazioni di Bartolomeo Arena, che avrebbe indicato Camillò tra i promotori del nuovo “locale” di ’ndrangheta costituito a Vibo Valentia nel 2012, insieme al defunto Raffaele Franzè, detto “Lo Svizzero”.

Nel procedimento, contestate a Camillò anche vicende riguardanti la detenzione e disponibilità di armi e un’estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dei titolari di un noto ristorante di Vibo Valentia.

Ora, mentre per gli altri imputati resta aperto l’ultimo capitolo davanti alla Cassazione, per Domenico Camillò il verdetto è definitivo. La sua posizione esce così dal procedimento che il 24 novembre vedrà invece la Suprema Corte pronunciarsi sui ricorsi degli altri 28 imputati.

GLI ALTRI IMPUTATI

Queste le condanne in appello che saranno ridiscusse in Cassazione. Tra le 28 posizioni, la pena più alta è quella di Luciano Macrì, fissata in 20 anni e rimasta invariata. Per Domenico Macrì lacondanna rideterminata in 15 anni e 2 mesi, per Pasquale Gallone in 14 anni e 10 mesi, per Francesco Antonio Pardea in 14 anni e 8 mesi e per Domenico Pardea in 12 anni. La Corte d’Appello ha inoltre stabilito 11 anni e 10 mesi per Luca Belsito e 11 anni e 4 mesi ciascuno per Michele Dominello, Giuseppe Lopreiato e Michele Pugliese Carchedi.

Per Filippo Di Miceli e Sergio Gentile condanna a 10 anni e 8 mesi; Carmelo Salvatore D’Andrea e Filippo Orecchio a 10 anni. Per Carmelo Chiarella la pena è di 9 anni e 8 mesi, mentre Giovanni Claudio D’Andrea e Gregorio Giofrè a 9 anni e 4 mesi. Otto anni e 8 mesi quelli per Raffaele Antonio Giuseppe Barba, Paolo Carchedi, Nazzareno Franzè e Francesco Gallone. Otto anni, invece, per Domenico Cracolici, Nicola Lo Bianco, Salvatore Lo Bianco, Michele Manco, Salvatore Morgese e Domenico Prestia.

Completano l’elenco Pasquale Antonio D’Andrea, condannato a 3 anni e 4 mesi e 6.667 euro di multa, e Cristiano Gallone, per il quale sono stati stabiliti 3 anni, 5 mesi e 10 giorni e 4mila euro di multa.

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