Riforma fiscale e scaglioni: ecco come cambieranno le tasse per i redditi medio-alti
- Postato il 24 settembre 2026
- Di Panorama
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Italia un Paese oppresso dalle tasse? Mica tanto, visto che il 70% dei contribuenti versa solo il 21% di imposte sui redditi e una bella fetta di italiani non paga nulla. È vero piuttosto che c’è una fascia di popolazione, formata da quadri, funzionari e dirigenti, su cui il Fisco si accanisce e che sostiene in gran parte la spesa pubblica. È il ceto medio-alto. Ma in suo soccorso arriva il governo che conferma obiettivo di portare dal 43 al 33% l’aliquota dello scaglione tra i 50 e i 60 mila euro.
È quanto emerso il 24 settembre nel corso della presentazione dell’ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali sulle entrate fiscali: al convegno, promosso in collaborazione con CIDA-Confederazione Italiana Alti Dirigenti e Professionalità e in occasione delle celebrazioni per l’80° anniversario CIDA, ha partecipato anche il viceministro dell’Economia e delle Finanze Maurizio Leo che ha ribadito l’impegno dell’esecutivo a tagliare le imposte che pesano sul ceto medio.
La sproporzione del gettito e il peso sui soliti noti
Ma andiamo con ordine. In base ai dati snocciolati dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, il totale dei redditi prodotti nel 2024 e dichiarati nel 2025 ai fini IRPEF è ammontato a 1.076 miliardi, per un gettito generato al netto del TIR (trattamento integrativo del reddito, riconosciuto ad alcuni lavoratori) di 216,24 miliardi di euro. Un conto dunque da oltre 200 miliardi che a pagare sono però i “soliti noti”: nonostante aumentino sia i dichiaranti, vale a dire 42.837.963 persone che hanno presentano una dichiarazione dei redditi, sia i versanti, vale a dire 34.105.072 soggetti che hanno effettivamente corrisposto almeno 1 euro di IRPEF, il 65% di tutta l’Imposta sui Redditi delle Persone Fisiche continua a gravare sulle spalle di quei circa 8 milioni di contribuenti (il 18,78% del totale contribuenti) che dichiarano 35mila euro lordi l’anno – all’incirca 2mila euro netti al mese. Tenendo conto anche dei redditi tra i 29mila e i 35mila euro (l’11,44% del totale), l’analisi mostra come il 30,22% degli italiani corrisponda il 78,67% dell’IRPEF. Invece gli italiani con redditi fino a 29mila euro, che rappresentano il 69,78% del totale, pagano solo il 21,33% di tutta l’IRPEF, pari a un terzo della spesa sanitaria.
Anche per i pensionati il quadro è simile: quelli con redditi fino a 26mila euro lordi annui sono il 66% e versano il 26,64% del totale IRPEF mentre il grosso delle imposte (66,19%) grava sui pensionati con redditi dai 29mila euro in su.
Il piano del governo tra aliquote e scaglioni
Un problema che non sfugge al governo: «Noi siamo intervenuti» ha detto il viceministro Leo «nel corso del tempo, durante questa legislatura, innanzitutto per spostare il meccanismo delle aliquote da quattro a tre e poi, con la legge di bilancio dello scorso anno, del 2026, l’aliquota del 35%, quindi quella che abbraccia lo spazio da 28 a 50mila euro, l’abbiamo portata al 33%. Qual è l’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza? Ovviamente, tenendo conto che quest’aspetto già è stato da più parti sollecitato, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%».
Il corto circuito del welfare e la spesa assistenziale
Una buona notizia che però non elimina la numerose iniquità accumulatesi negli anni del nostro sistema sociale. Prendiamo il welfare. Come rilevato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nel 2024 sono occorsi 138,33 miliardi per la spesa sanitaria, 180,5 per l’assistenza sociale e altri 13,5 per il welfare degli enti locali. Per finanziare solo queste tre funzioni che, in assenza di contributi di scopo pesano sulla fiscalità generale, è stato sostanzialmente necessario utilizzare tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP e compagnia). «Un’enorme redistribuzione di ricchezza» ha spiegato Alberto Brambilla Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali «di cui non solo la maggior parte dei cittadini che fruisce, appunto gratuitamente, di quei servizi non si rende neppure conto, ma che lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito».
Stefano Cuzzilla, Presidente CIDA, ha rimarcato che «oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera IRPEF. A questa forte concentrazione del prelievo si accompagna un altro paradosso: in sedici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a oltre 180 miliardi, senza una corrispondente riduzione della povertà. È il segnale che non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio. La progressività è un principio di equità, ma non può trasformarsi nella penalizzazione permanente di chi lavora, produce e dichiara integralmente il proprio reddito. Serve un cambio di rotta: meno pressione su chi già sostiene il sistema, più contrasto all’evasione, un welfare capace di concentrare le risorse su chi ne ha realmente bisogno e di accompagnare le persone verso il lavoro e l’autonomia, aumentando la base di chi contribuisce».