Restituire valore alla lana italiana. Un progetto in Abruzzo lavora tra pastorizia, design, territorio e futuro 

  • Postato il 11 gennaio 2026
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  • Di Artribune
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La lana è una delle attività più antiche della penisola italiana: per secoli è stata una colonna portante della produzione artigianale e dell’economia del Paese. Già in epoca preromana Etruschi e Italici allevavano ovini e producevano tessuti in lana per usi quotidiani e rituali. Nella Roma antica, la lana diventa centrale per l’abbigliamento – tra toghe e tuniche – e si strutturano vere e proprie filiere produttive, con fasi specializzate di allevamento, tosatura, filatura, tessitura e tintura. L’allevamento si concentrava in aree chiave come in Apulia (Puglia), nei territori dei Marsi, Peligni e Vestini (Abruzzo) e in Sardinia (Sardegna). Nei secoli successivi, queste pratiche si consolidano nelle grandi corporazioni medievali di Firenze, Siena, Prato e Milano, dove la lana viene lavorata ed esportata in tutta Europa, fino alla crisi del settore tradizionale tra il XIX e il XX Secolo con l’industrializzazione. 

Courtesy AquiLANA - Valeria Gallese
Courtesy AquiLANA – Valeria Gallese

L’Abruzzo, dove la transumanza ha le sue radici 

I pascoli montani e i lunghi tratturi – veri e propri fascioni di strade, mulattiere e sentieri che attraversano le regioni – percorsi dai pastori nella transumanza stagionale tra montagna e pianura, hanno modellato per secoli la vita delle comunità pastorali e le economie locali. La lana abruzzese grezza, veniva ceduta a centri di lavorazione esterni, mentre la pastorizia e la transumanza scandivano la vita delle aree interne. 
Nel XV Secolo questo sistema viene istituzionalizzato con la Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, che regolava e tassava il passaggio delle greggi. In questo periodo l’Abruzzo diventa uno dei maggiori produttori di lana del Regno di Napoli, confermando il ruolo centrale della pastorizia nell’organizzazione del territorio. 
Oggi, grazie anche al riconoscimento UNESCO nel 2019 della transumanza come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, questi percorsi e le pratiche ad essi legate stanno vivendo una nuova fase di valorizzazione. A rafforzare questa attenzione, il 2026 è stato proclamato dalla FAO Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (IYRP 2026), un’occasione per ripensare la filiera laniera anche in chiave sostenibile e culturale. 

La lana e l’impegno di Valeria Gallese 

In questo contesto si inserisce il lavoro di Valeria Gallese, veterinaria e fondatrice di AquiLANA, a Santo Stefano di Sessanio. Tra i pascoli del Gran Sasso, Gallese ha scelto di sottrarre la lana abruzzese al destino di prodotto di scarto trasformandola in filati naturali e sostenibili, lavorati a mano. La lana sucida – appena tosata e ancora grezza – è un materiale prezioso, eppure oggi, se non lavorata o venduta, viene considerata “rifiuto speciale”, con costi e obblighi di smaltimento per gli allevatori. La sua bottega è oggi un punto di riferimento nazionale e internazionale, dove tradizione, innovazione e cultura contemporanea si incontrano. Un impegno che le è valso il riconoscimento di Ambasciatrice del Parco nel Mondo per il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, titolo assegnato a chi riesce a trasmettere i valori ambientali, culturali e identitari del territorio su scala globale. In questa intervista, Valeria Gallese racconta il suo percorso, le criticità della filiera italiana e le prospettive per un futuro in cui la lana torni a essere una risorsa economica, culturale e identitaria. 

Courtesy AquiLANA - Valeria Gallese
Courtesy AquiLANA – Valeria Gallese

Intervista a Valeria Gallese 

Quando hai capito che la lana sarebbe diventata il cuore del tuo lavoro?  
È avvenuto in modo molto naturale e istintivo subito dopo un corso in medicina veterinaria sulla gestione genetica del gregge. Volevo vedere il lavoro nelle aziende agricole e una mia compagna aveva il cugino che allevava pecore, così mi presentai e mi misi subito a disposizione per aiutare con la tosatura di quella primavera. 

AquiLANA nasce prima come necessità, come visione o come gesto politico? 
La lana mi ha appassionato da subito perché era il prodotto che più aveva bisogno di essere valorizzato: non partecipava ai redditi aziendali e veniva venduta sporca, ricavandone poco o nulla. Io avevo uno sguardo pratico e zootecnico: vedevo un problema reale da risolvere. Ero fresca di studi ed ero determinata a trasformarla in filato. 
Andai dagli allevatori dicendogli che gli avrei pagato la lana di più rispetto agli altri perché l’avrei trasformata in filato, ma era talmente tanto tempo che non si faceva più che non si fidavano e mi dissero di no. Io rappresentavo, ai loro occhi, il commerciante di lana che sempre si era approfittato di loro pagando poco la materia sucida e non permettendogli di rientrare dei costi della tosatura. Inoltre, ero giovane e femmina. Quell’anno la lana ha avuto un tracollo reale. I commercianti iniziarono a ritirare la lana per 20 centesimi al chilo, così gli allevatori non riuscivano neanche a recuperare il costo di tosatura. Così uno di loro mi richiamò: “Tu quanto mi dai per la lana?”. Risposi: “Al contrario, devi dirmi tu quanto vuoi e io te lo darò”. Mi chiese di venire con i soldi in contanti, ancora non si fidava che lo avrei pagato. E così ebbe inizio tutto. Era il 2012 e quando arrivai ebbi un’accoglienza veramente familiare con tanto di pastarelle della pasticceria. Oggi per me è diventata una routine ma quando iniziai sembrò un evento eccezionale.  

Come sono cambiate le cose da quando hai iniziato?  
Ho aperto la bottega nel 2016; quest’anno, ad aprile, sono dieci anni. Prima vendevo online con la partita IVA, ma con la bottega di Santo Stefano di Sessanio le quantità di lana sono cresciute in maniera esponenziale: quest’anno ho raccolto 30mila kg da dodici allevamenti, a cui pago le lane molto di più rispetto all’inizio. Il sistema di raccolta della lana è cambiato profondamente. Prima veniva trattata come uno scarto; oggi gli allevatori la considerano un bene, perché vedono che io la trasformo e questo ha portato a una rivalutazione morale del loro lavoro: le lane non sono più un sottoprodotto, ma un’opportunità preziosa. Le tosature sono diventate più curate: le pecore vengono tosate sciolte, con le zampe libere, i velli raccolti puliti e le postazioni igieniche. Tutto è più attento, più rispettoso dell’animale e della qualità della lana.  

Ovvero quella che chiamiamo tosatura dolce? 
Sì, esatto, tosatura dolce. Le pecore non vengono più legate, come accadeva in passato, ma tosate sciolte: il tosatore le tiene semplicemente con leggere pressioni tra le gambe. La tosatura è un’operazione necessaria, l’animale ne ha bisogno. Quando le pecore vengono liberate dal vello — due, due chili e mezzo di lana che portano sulle spalle — saltano, come se provassero gioia: sembra che vadano leggere verso l’estate.  

Courtesy AquiLANA - Valeria Gallese
Courtesy AquiLANA – Valeria Gallese

La qualità della lana è una caratteristica legata solo alle razze o anche ad altri fattori? 
È legata alla tecnica di allevamento, allo stato di benessere dell’animale, sono tanti i fattori che concorrono ma principalmente c’è la razza. L’Italia è ricca di biodiversità e ogni razza produce una lana diversa. Abbiamo la pecora Sarda, grande produttrice di latte ma con lana di scarsa qualità; la Gentile di Puglia, la Sopravissana e la Merinizzata (Merinos), allevate sulle montagne dell’Appennino centrale, che producono lane di grande pregio. Non esiste una lana migliore in assoluto: ogni qualità è legata a una razza e merita una filiera dedicata. Le lane Merinos, come quelle che uso io, sono adatte per l’industria della maglieria e per chi lavora a maglia artigianalmente. La lana della pecora Sarda, invece, potrebbe trovare impiego in pannelli isolanti o in settori come l’automotive. Purtroppo, in Italia queste filiere si sono interrotte, ed è per questo che la prima filiera di trasformazione della lana che ho avviato ha suscitato grande interesse, perché dopo secoli di interruzione – perchè son passati secoli! – finalmente ho iniziato a lavare e valorizzare queste lane. 

Dopo la tosatura, come si sviluppa la filiera della tua lana? Puoi guidarci attraverso le varie fasi del processo? 
Dopo aver raccolto la lana sucida ho iniziato a mettere a sistema il lavaggio, sono andata a Biella dove non fui subito ben accolta, non erano ben volute le lane italiane e comunque dovevano essere consegnate in una certa maniera. Quindi ho dovuto studiare tre anni nel tessile biellese, un corso di selezione e cernita organizzato insieme al nostro Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, con il progetto Pecunia. Pensa che c’erano tre posti disponibili e andammo solo in due, non si trovò neanche la terza partecipante. Mi hanno insegnato a raccogliere le lane, a dividerle per categorie, a imballarle secondo determinati criteri. E solo allora mi hanno accolto nei loro lavaggi.  

Con quanti kg hai iniziato?  
Ho iniziato con 50 kg, adesso arrivo a 30mila kg. Anche per loro è stato un investimento su di me. Come dico sempre, in Abruzzo ho trovato la materia prima, ma a Biella ho trovato le competenze. Ora muovo due autotreni che raggiungono il settore tessili biellese, vengono fatti tre lavaggi diversi: uno per la lana più fine, poi per la più grossa e infine per le lane naturalmente colorate – marroni, grigie, brinate – che non vanno mischiate con le bianche. Poi vengono lavate, asciugate, pettinate e filate. A questo punto me le rimandano in Abruzzo dove con l’arcolaio – antico strumento della tradizione laniera – le trasformo in matasse e poi le tingo con piante, radici, fiori e foglie.  

Quale tintura ti ha portato maggiore fortuna?  
Senz’altro la tintura con il Montepulciano d’Abruzzo e gli scarti dello zafferano DOP dell’Aquila. A livello artigianale conoscevo la tintura con il vino, ma si usavano le bucce. All’epoca ero incinta del mio secondo figlio e certi odori di piante mi davano fastidio, così provai direttamente con il vino, fu un successo. Oggi mi fa da supporto un laboratorio specializzato che segue sempre criteri di tintura naturale, perché è diventato troppo impegnativo farlo da sola. Quest’anno ho aggiunto la lana Moretta, il vello è già marrone, quindi non ha bisogno di tintura. Quest’anno poi, che è andato il color cioccolato sono stata fortunata. Sono spesso stata accompagnata da un buon vento in questi anni, io penso che se fai le cose in maniera etica, la vita ti premia. 

AquiLANA è anche una bottega a Santo Stefano di Sessanio, ma è diventata un punto di riferimento anche internazionale. Chi sono i tuoi acquirenti?  
Vendo principalmente in modo diretto a persone che lavorano a maglia, al telaio, appassionate di ferri e uncinetto, ne è piena l’Italia! E poi partecipo alle fiere di Vicenza, Torino, Roma, Bergamo e Napoli. Vorrei aggiungere presto Milano. Non spedisco più, non riesco a seguire le vendite online. Cerco di fare in modo che la gente mi raggiunga, questa è una cosa bella per il territorio. Santo Stefano è un borgo turistico e quindi ci sono persone che mi vengono a trovare da fuori dormono qui nel borgo, mangiano e c’è una bella economia che si muove. Moltissimi stranieri. 

Come mai vendi la lana solo in matasse?  
Quando ho iniziato, in bottega entravano persone di una certa età che ricordavano quando, da bambini, le nonne li coinvolgevano a fare il gomitolo: le mani una di fronte all’altra come uno strumento perfetto per far girare il filo. Allora pensai che se si ricordano i gomitoli, si ricordavano anche le nonne. In quel periodo presentavo la lana già a gomitolo, come si faceva nelle mercerie, preparandola a mano come una volta. Poi decisi di venderla in matasse, così le persone sarebbero state invitate a ripetere questo gesto antico per creare il loro gomitolo. Oggi, quando acquistano la lana in matasse, mi sento responsabile di mantenere vivo questo ricordo, questa memoria affettiva e poetica. 

Courtesy AquiLANA - Valeria Gallese
Courtesy AquiLANA – Valeria Gallese

Come dialoghi con il mondo della moda contemporanea? 
Negli anni ho sviluppato alcuni progetti temporanei con alcune scuole di moda come il NAMI di Pescara e la NABA di Milano. Abbiamo collaborato con Brioni, tramite il progetto Pecunia, abbiamo fatto una capsule con loro, qui vicino, a Penne conservano il primo atelier sartoriale di dimensioni industriali d’Italia e una parte consistente della loro produzione ha ancora sede qui. 

Qual è il significato culturale e ambientale della pastorizia nella storia e nella società contemporanea? 
La pastorizia rappresenta un legame culturale fondamentale, la tosatura è stata una delle prime operazioni di domesticazione della pecora e ci lega alle radici dell’umanità. 
Oggi la gente dimentica che siamo prodotti di secoli di selezione e che la pastorizia ha contribuito a plasmare la nostra civiltà. Il mestiere del pastore, pur essendo pieno di sacrifici, resta una missione per chi lo sceglie: è difficile, poco riconosciuto socialmente, economicamente sacrificante, ma fondamentale per il territorio e la biodiversità. Senza pastori, i boschi avanzano incontrollati, gli animali selvatici si avvicinano ai centri abitati e i pericoli legati a incendi e frane crescono. La pastorizia custodisce il territorio e mantiene un equilibrio che altrimenti verrebbe perso. Chi sceglie questo mestiere nonostante le difficoltà lo fa con grande passione. 

La pastorizia tradizionale italiana si fondava su un equilibrio tra lana, latte e carne, mentre oggi la lana è marginale, quando non addirittura costo o un rifiuto. Quali scelte economiche, normative e culturali hanno prodotto questo squilibrio e chi ne paga oggi le conseguenze? 
Chi paga le conseguenze di questo squilibrio sono sicuramente i pastori, ma anche noi come società. Abbiamo perso l’accesso a una fibra naturale straordinaria e oggi ci vestiamo di poliestere senza renderci conto dei vantaggi della lana: isolamento termico, traspirabilità, comfort. Solo quando la si usa ci si accorge della differenza. Negli ultimi anni c’è una timida riscoperta, anche nell’abbigliamento leggero, ma resta marginale. Un ruolo decisivo lo ha avuto la normativa europea, che definisce la lana come sottoprodotto dell’allevamento ovino. Si è così creato uno squilibrio strutturale nei rapporti commerciali: chi compra decide il prezzo, perché l’allevatore non ha alternative.  
 
Quindi è il commerciante ad approfittarne? 
Inizialmente pensavo di sì, poi entrandoci in contatto ho capito che anche il commercio della lana è un settore fragile, che funziona solo su grandi volumi e su un mercato internazionale estremamente competitivo. I container dove vengono stipate le lane costano più delle lane stesse. Questo spiega perché i prezzi sono bassissimi: non per cattiva volontà, ma perché è un commercio che fa fatica a reggersi. Di fatto, hanno, tra virgolette, risolto il problema della lana di scarto, continuando comunque a ritirarla, anche quando il valore era minimo. Quando però questo sistema è entrato in crisi, non c’è stato alcun intervento pubblico per creare alternative, filiere locali o nuove condizioni economiche. Tutti sono stati lasciati soli, e quindi nell’abbandono vige la legge del più forte. 

E tu come hai fatto? 
Io ho creato una filiera alternativa, piccola ma non così piccola: 30mila kg di lana sono un risultato importante, così come dodici aziende che oggi non hanno più il problema della lana, perché la pago in modo giusto. Ho costruito tutto partendo da zero, senza alcun aiuto statale. L’ho fatto da sola e in questo c’è la mia dignità: sono riuscita in un’impresa in cui nessuno prima era riuscito. Allo stesso tempo resta un po’ di amarezza: se una singola persona, senza sostegni, è riuscita a fare tutto questo, mi chiedo perché sia rimasta un’eccezione e non sia diventata un modello condiviso. 

Margherita Cuccia 

L’articolo "Restituire valore alla lana italiana. Un progetto in Abruzzo lavora tra pastorizia, design, territorio e futuro " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Artribune

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