Referendum, il governo ignora 350mila firme: voto fissato il 22 e 23 marzo. Già pronto il ricorso: cosa può succedere ora

  • Postato il 12 gennaio 2026
  • Politica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Alla fine il governo ha deciso di forzare. Come anticipato dal Fatto e poi confermato dalla premier Giorgia Meloni, il Consiglio dei ministri ha fissato al 22 e 23 marzo il voto sulla riforma Nordio, senza attendere i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale. Nella stessa data si terranno anche le elezioni suppletive per i due seggi parlamentari rimasti vacanti in Veneto in seguito alle Regionali. La scelta dell’esecutivo viola la prassi seguita in tutta la storia repubblicana, ignorando le oltre 350mila firme già raccolte dall’iniziativa popolare per il referendum (qui il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). In base alla Carta, infatti, cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di ciascuna Camera possono chiedere il voto su una legge costituzionale entro tre mesi dalla pubblicazione. Per la riforma Nordio questo termine scade il 30 gennaio: fino a quel giorno i cittadini hanno il diritto di raccogliere le firme e consegnarle all’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione, che poi ha trenta giorni per ammettere o meno la richiesta e definire il quesito. Solo a quel punto il Consiglio dei ministri avrebbe potuto deliberare sulla data del referendum, fissandola con un anticipo compreso tra i cinquanta e i settanta giorni. Considerando le festività di Pasqua, dunque, con ogni probabilità non si sarebbe potuto votare prima di metà aprile.

Il centrodestra, però, ha fretta di capitalizzare il provvisorio vantaggio del Sì nei sondaggi. Così il governo ha proposto un’interpretazione inedita delle norme, sfruttando le richieste già depositate dai parlamentari, ammesse dalla Cassazione il 18 novembre. La legge sulla materia (la 352 del 1970) prevede infatti che il referendum vada indetto entro sessanta giorni “dall’ordinanza che lo abbia ammesso”. E poiché un’ordinanza in questo caso c’è già – quella ottenuta dai parlamentari – secondo palazzo Chigi non c’era bisogno di aspettare l’esito della raccolta firme: anzi, la data andava obbligatoriamente fissata entro il 17 gennaio. Non la pensano così i promotori, che hanno già pronto il ricorso al Tar del Lazio con cui chiederanno la sospensione d’urgenza degli effetti della delibera. Anche se la raccolta firme resta formalmente in piedi, infatti, la scelta dell’esecutivo potrebbe svuotarne completamente il senso: non essendoci precedenti in materia, non è chiaro se la Cassazione possa ancora modificare il quesito una volta che la consultazione è stata indetta. La questione è rilevante perché il quesito proposto dai 15 giuristi che hanno lanciato la raccolta firme è diverso da quello (già ammesso) dei parlamentari, in quanto elenca uno per uno i sette articoli della Costituzione modificati dalla riforma.

Per rivolgersi al Tar, i promotori aspetteranno probabilmente il decreto con cui il presidente della Repubblica convocherà ufficialmente le urne (impugnando già la delibera del Cdm il ricorso potrebbe essere dichiarato inammissibile). Dal Quirinale è arrivato il messaggio che Sergio Mattarella non si opporrà alla scelta del governo, pur mettendo in guardia dal rischio di un pantano giudiziario. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva, infatti, in teoria la consultazione non si potrebbe tenere fino a quando la questione non sia stata decisa nel merito: il referendum a quel punto resterebbe congelato per mesi. La via d’uscita più semplice, a quel punto, sarebbe la revoca in autotutela dell’atto da parte di Mattarella. Quella del ricorso amministrativo, però, non è l’unica strada percorribile dai giuristi: poiché la scelta del governo lede il diritto soggettivo alla raccolta firme, è ipotizzabile anche un ricorso d’urgenza al Tribunale civile. Se i promotori raccogliessero e depositassero il mezzo milione di firme, poi, assumerebbero la qualità di potere dello Stato e potrebbero addirittura sollevare conflitto di attribuzione di fronte alla Corte costituzionale.

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