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Raiz in concerto a Sibari: «Napoli è una radice che guarda al mondo»

  • Postato il 9 agosto 2026
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Raiz in concerto a Sibari: «Napoli è una radice che guarda al mondo»

Il Quotidiano del Sud
Raiz in concerto a Sibari: «Napoli è una radice che guarda al mondo»

Frontman degli Almamegretta ora con un percorso da solista, Raiz sarà in concerto a Sibari e si racconta in questa intervista


Tra le voci più riconoscibili e magnetiche della musica italiana, Raiz attraversa da oltre trent’anni suoni, lingue e geografie componendo un’identità plurima e profondissima. Frontman e vera anima degli Almamegretta, ha dato corpo a una delle esperienze più originali del panorama nazionale, mescolando dub, reggae, elettronica, radici mediterranee e tensione politica in un linguaggio ancora oggi inconfondibile. Poi il percorso solista, un’estensione naturale, più intimo forse, ma sempre acceso dalla stessa urgenza espressiva, dalla stessa capacità di far convivere Napoli, la sua tradizione e il mondo, memoria e presente, carne e spiritualità.

In vista del concerto di questa sera, domenica 9 agosto, al Parco Archeologico di Sibari, con inizio alle ore 22, appuntamento inserito nel cartellone di Sibari in Progress e del Peperoncino Jazz Festival, questa conversazione con Raiz prova ad avvicinare non solo l’artista, ma anche l’uomo che continua a interrogare la musica come spazio vivo e necessario. Il tour è “In Montecalvario”, titolo che già contiene un universo: un richiamo alle origini, a una Napoli fisica, simbolica, popolare, visionaria e fierissima. Da qui prende forma un dialogo sul palco, sulla voce, sulle radici e sulle metamorfosi di un musicista che ha fatto dell’attraversamento la sua cifra più autentica.

Da dove parte e dove arriva questo concerto?

«In realtà è uno spettacolo che sto ancora costruendo e che probabilmente troverà una forma definitiva verso la fine dell’anno. Si tratta è un recital che nasce dalla mia esperienza più recente con la musica di Sergio Bruni, dal disco che gli ho dedicato, Si ll’ammore è ‘occuntrario d’’a morte. Parto da lì e poi torno un po’ indietro anche nel mio repertorio. Ci sono canzoni, ma anche racconti, episodi che mi sono successi in tanti anni di carriera. Si chiama Montecalvario perché è il quartiere da cui arriva una parte profonda della mia radice: lì è nata mia madre, lì c’è la sua famiglia, lì sento la mia napoletanità più vera e più forte».

Una parola importante: radice. Quanto conta oggi per te? E quanto conta invece la contaminazione?

«Per me è fondamentale sapere da dove si viene, perché solo così poi ci si può mettere in viaggio e contaminarsi davvero. Se la radice diventa pura identità, uno scudo identitario o addirittura un randello per colpire chi è diverso da te, allora non serve a niente. Se invece la usi per confrontarla con le radici degli altri, per capire dove ci si può incontrare, allora diventa qualcosa di prezioso. Io ho sempre lavorato così, sia da solista sia con gli Almamegretta».

Hai citato gli Almamegretta. Che cosa ti è rimasto di quegli anni?

«Soprattutto l’idea che tutto potesse succedere. E infatti poi è successo davvero di tutto. Eravamo molto liberi, e ricordo con grande piacere il fatto che non fossimo legati a logiche immediate, a meccanismi di consenso da verificare nell’istante. Oggi è tutto molto diverso. Io, per fortuna, essendo un artista con una storia alle spalle, posso permettermi ancora qualche libertà, ma chi comincia oggi spesso è schiavo dell’algoritmo: pubblica un pezzo e deve capire subito se funziona oppure no. E questo finisce per spingere tutti verso i trend del momento e tutto si assomiglia».

Nella tua musica convivono Napoli, il Mediterraneo e il mondo. Come stanno insieme queste anime dentro di te, prima ancora che sul palco?

«Credo che l’identità di ogni persona sia un’esperienza complessa e personale. Raccogli ciò che diversi mondi possono darti. È un po’ come nei diagrammi di Venn dove le aree si intersecano. Il problema è che oggi, con il sovranismo e il superidentitarismo, sembra che tu debba scegliere: o sei con me o sei contro di me. Io invece penso che il pluridentitarismo, il sentirsi parte di più culture, il sentirsi cosmopoliti, possa essere una salvezza».

In che modo la tradizione napoletana continua a sorprenderti invece di restare soltanto memoria?

«Per fortuna Napoli è ancora una civiltà che sa confrontarsi con il proprio passato senza trasformarlo in museo. Qui il passato resta vivo. Penso, per esempio, a un artista come Geolier, che oggi è tra i più popolari in Italia. Anche lui, in modo diverso, si confronta con la tradizione: conosce Pino Daniele, conosce la canzone napoletana, e dentro un linguaggio contemporaneo continua a portare questa radice. Significa che a Napoli esiste ancora una continuità: ci si rinnova senza cancellare ciò che si è stati. Fuori da Napoli, invece, mi sembra spesso tutto più appiattito. È difficile trovare altrove artisti che prendano davvero la propria tradizione locale e la facciano vivere nel presente».

Che cos’è per te, oggi, la musica popolare?

«È nata sui ritmi del lavoro e della vita di un tempo che non esiste più. Portarla nel presente significa contaminarla, farla dialogare con altre sonorità, con altre culture, con altri immaginari. Naturalmente si può anche riproporre la musica antica così com’era, operazione legittima. Creare nuova musica popolare vuol dire prendere quella radice e trasformarla, anche restando nel Mediterraneo. Io ho cercato di farlo mettendo insieme canzoni napoletane e canzoni più orientali. A volte le somiglianze diventano impressionanti. Questo dimostra che ci sono moltissime cose che ci uniscono più di quanto pensiamo»

Che cosa cerchi quando canti?

«La prima cosa che cerco è un’emozione. Soprattutto per me. Canto prima di tutto per me stesso. E penso che se provo davvero qualcosa mentre canto, allora quella cosa arriverà a chi ascolta. Il mio è un canto malinconico, intenso, è la mia natura. Amo anche le cose leggere, ma mi appartengono di più le sfumature malinconiche, i toni più densi. Quello che cerco davvero è questo: emozionare. Poi, certo, arrivano anche il testo e il significato».

Qual è oggi la sfida artistica che senti più viva?

«Mi piacerebbe fare un disco che tenga insieme tutte le esperienze che ho attraversato: la musica elettronica, la tradizione, la dance, tutti i territori in cui sono passato. La vera sfida è riuscire a trovare un’unità, un filo che colleghi tutto».

Cosa vorresti lasciare in chi viene a un tuo concerto?

«Un senso di tranquillità e di speranza. Vorrei passasse l’idea che un mondo fatto di convivenza e coesistenza è possibile. Delle good vibes, per dirla alla giamaicana, ma nel senso più profondo del termine».

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