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Racconti nel cassetto: le cose che perdo, le cose che ricordo

  • Postato il 31 agosto 2026
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  • Di Quotidiano del Sud
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In sintesi

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Racconti nel cassetto: le cose che perdo, le cose che ricordo

Il Quotidiano del Sud
Racconti nel cassetto: le cose che perdo, le cose che ricordo

Le cose che perdo, le cose che ricordo: un viaggio intimo sulla capacità di lasciar andare gli oggetti senza mai perdere il valore dei ricordi e delle persone che ci restano dentro


Ho un concetto di cosa è mio molto particolare, motivo per cui, insieme a una congenita distrazione che fa il paio con una involontaria sciatteria, perdo cose in continuazione.
Ne perdo così tante e così spesso che ho smesso di affezionarmici. Forse non l’ho mai fatto. È una cosa complessa per chi mi sta vicino, che a volte scambia per disinteresse, il fatto che io vada smarrendo regali, oggetti, pensieri. Non è così. Perdo di vista le cose, non il ricordo, non l’emozione nell’averle ricevute, non la gioia del dono.

È complicato, è vero. Tanto che sono lontanissima e davvero faccio fatica a capire le persone legate alle cose come a feticci. Come se gli oggetti non fossero corruttibili, o passassero indenni la prova del tempo. Come se non fossero, solo e semplicemente: cose.
Non è distrazione, anche se dall’esterno sembra quella: è una forma di leggerezza che mi porto dietro da sempre e che mi permette di perdere un anello di famiglia e una penna da cartoleria con la stessa, identica misura di dispiacere. Che è pari a zero, o quasi. Mia madre lo definisce un difetto di carattere. Io preferisco chiamarlo economia degli affetti: ne ho una quantità limitata, e preferisco spenderla su cose che possono restituirmela.

LA FILOSOFIA DELLE COSE E IL PESO DEL POSSESSO

Quando mi chiedono come funziona, rispondo con la naturalezza di chi non ha mai considerato la domanda interessante: «Le cose sono cose. Se le perdo, vuol dire che dovevano andare da qualcun altro». Non è una posa, anche se lo capisco se sembra costruita apposta per fare colpo al tavolo di un aperitivo. È solo il modo in cui funziono.
Il paradosso è che la nostra epoca ha reso il possesso una forma di identità, e io mi ritrovo costantemente fuori posto in questo racconto collettivo. Ci si presenta attraverso gli oggetti che si scelgono di tenere: la borsa vintage, il vinile introvabile, la tazza scheggiata del nonno che nessuno getterebbe mai. Io la tazza del nonno l’ho rotta lavandola, tre anni fa, e ho pianto per lui, non per la tazza – cosa che a mia zia è sembrata quasi un’offesa personale.

SOSTANZA E MEMORIE, IL VALORE DELL’ESSENZIALE

Chi si comporta come me viene spesso scambiato per superficiale, o peggio, per una persona incapace di provare affetto. È un equivoco clamoroso, e mi tocca da vicino. Io non mi affeziono agli oggetti ma mi affeziono, con violenza, alle persone, ai luoghi, ai momenti, proprio perché ho capito presto che le cose sono un contenitore temporaneo, non la sostanza del ricordo. Posso perdere una fotografia. Il momento fotografato resta mio, per sempre, anche senza prova.
C’è poi un lato pratico, quasi disciplinare, in questo distacco che mi porto addosso, traslocare in un pomeriggio, regalare senza fatica, non tenere scatoloni in cantina «perché non si sa mai».

Non è un elogio della sciatteria, sia chiaro, o almeno spero non lo sembri, letto da fuori. C’è differenza tra perdere le cose per distrazione cronica e perderle perché, in fondo, ho deciso che non vale la pena portarne il peso. E forse la vera domanda, quella che mi faccio davvero quando qualcuno mi guarda storto per l’ennesimo oggetto sparito, non è perché io perda sempre tutto. È perché il resto del mondo continui a comprare lo stesso oggetto identico al precedente, convinto che tenerlo stretto significhi davvero qualcosa.

MAPPE DI VITA E FRAMMENTI DI VISSUTO

Faccio così anche con le case. Ne ho cambiate talmente tante, una ventina di traslochi o forse più in quarant’anni, che non avrei potuto fare altrimenti.
Di tutte conservo un’immagine, di alcune addirittura gli odori. Di sicuro un ricordo. Anche di quelle che ho odiato e sono, e non è voluto, fotografie tristi. Brutte. Di quelle che ho amato invece sono immagini commoventi.

Io e il Gino che cuciniamo le trote a Camigliatello. Zia Gina seduta nel tinello, davanti alla finestra al Cozzo. Io e Edo nel lettone e l’Aldo che ci legge le favole alla Piazzetta. Mio padre nel bagnetto trasformato in camera oscura a casa a Roma. La Marìa e Giorgio stretti sul letto, in silenzio, il giorno dopo i funerali di nonno Gino, a Seggio.

Mia nonna Teresa che insegue i topi nella cantina alla Piazzetta. Francesco che la domenica porta le pastarelle e ci dice da prima quali sono le sue, a Santanaria. Io, Maria, Edo e Francesco che mangiamo mappazzoni di riso scotto con improbabili verdure a via Massacciuccoli, a Roma. Le pareti azzurre sulla Nomentana. Il rumore delle lacrime, l’odore dolciastro del dolore a Casalotti, quando mia sorella ci ha lasciati, per sempre. Ice e Dana che dormono ai due angoli del divano a via Val d’Ossola. Giovanni Donato in tappine e canotta che studia nel salotto a via Dessiè, a Roma.

TRACCE DI CAMMINO

Oliver che scorrazza nel giardino di via Monte Bianco e Domiziano che viene a cucinare dopo averci detto cosa comprare. Io e Livia smarrite in quel sottotetto a via della Cupa, a Perugia. La mia comunione a San Giovanni di Dio, la casa aperta alla Piazzetta. L’odore del pane dal forno di Levante. Quella casetta ad Avignone presa per le vacanze, dove sei arrivata che eri una quasi moglie e sei tornata con una vita da ricostruire. Il fiato corto per gli scaloni a casa di Edo, ad Ancona. La pozza di sangue al Laurentino. La Gnapina che addobba il terrazzino con candele e tappeti colorati a via Dessiè. Mia madre che stringe le mani della Marìa a Seggio, poco prima che morisse.

Io e Mff che ceniamo la notte, notte parlando sottovoce, a Rende. La vista strepitosa di quel monolocale a Cosenza vecchia. Io e Laila che cantiamo a squarciagola sul cd di Tozzi, dello zio Ettore in montagna a Rossano a villa Martucci. Il tavolo da ping pong nel giardino di Evy al mare bizantino. L’angoscia a San Paolo. Teresa e Aldo che si stringono le mani, su quel letto fatto di lenzuola bianche, dolore e amore sul far del tramonto al Traforo. I sette nani in terracotta al residence di Rende. Mamma, papà e Teresa che ridono nel soggiorno a Santanaria. Il professore, Peppino Bauleo, in camicia bianca che legge a casa da Ettore, in montagna. Giovanni e Viola sotto una tenda piena di palle colorate a Parma. Laila che studia mentre io le parlo di cazzate in quell’antro a Perugia. Le streghe all’Onaosi.

IMPRONTE NELLA MEMORIA: LUCI E OMBRE

Ne ho anche altre di immagini “Scolpite ormai nella coscienza. Come indelebili emozioni. Che non posso più scordare”. Simo come un cyborg sospeso su un lettino al Maggiore di Parma. Gabriella e Gilberto smarriti, eppure presenti, forti, in quell’orrida casa a due passi dall’ospedale che un essere meschino affittava a peso d’oro. La pioggia, insistente, cattiva, all’uscita dall’ospedale. Simo spaventato, io con le valige in mano, l’ombrello, la strada scivolosa, le lacrime che scendevano senza ritegno. Eppure indomita a modo io. “Un giorno sarà un racconto, qualcosa di cui parlare. Un ricordo”.

Il giardino di Iti di festa e colorato al nostro matrimonio. La gioia, la più pura e innocente. La festa festosa e allegra fatta di sorrisi e amore a pacchi. Cuori che battevano all’unisono. Il prato verde i fiori arancio, la lunga coda del mio vestito. Stringere le mani inerti di mio padre in quella clinica. Il viso scavato, il corpo fragile, scheletrico, i tubicini e le flebo. L’ultima volta che mi ha parlato, davvero, in ospedale a Corigliano, «Micetta cosa ci faccio qui? Portami a casa». Non ti ho ci ho portato e sei morto da solo a Cosenza, mentre io dormivo a casa. Non me lo perdonerò mai papino mio. La casa funeraria le parole a vuoto. Il funerale i fiori, l’odore di incenso. Il nero addosso. La morte da affrontare. Il perdono da donarsi. Mio fratello in lacrime. Le cose che non ti ho detto.

ECHI DI FELICITA’ E STORIE IN DIVENIRE

Firenze, Gong Yoo, io e Tiziana emozionate e felici come bambine. Che certi giorni restano addosso più a lungo dei ricordi, come un profumo che non vuole andarsene. Rocco che fuma e il balconcino aperto. Sul pc il giornale che prende vita.
Gli StrayKids all’Olimpico e l’avere di nuovo 15 anni con tutta l’incoscienza e l’onnipotenza dell’adolescenza.
Ne ho a caterve di ricordi così. L’ultima siamo e io Simo al pc ai due lati della stessa lunga scrivania. Ma questa è una storia ancora che stiamo costruendo. Giorno per giorno.
I ricordi sono una cosa strana, e ognuno affronta il dolore come può. Ho la fede di mio padre sul comodino. Quindi un piccolo, piccolo, consiglio, conservate, stipate, accumulate, ma se potete, tenete cose e ricordi, pensieri e parole sempre con voi, senza diventarne schiavi.

Il Quotidiano del Sud.
Racconti nel cassetto: le cose che perdo, le cose che ricordo

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