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Quelli del Liceo furono anni belli. Lettera che lettera non è

  • Postato il 14 settembre 2026
  • Editoriale
  • Di Paese Italia Press
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In sintesi

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Quelli del Liceo furono anni belli. Lettera che lettera non è

Pierfranco Bruni 

Furono anni belli. Quelli del Liceo. Anni di canzoni e di film. Anni di libri letti e riletti che non avevano nulla a che fare con il programma scolastico.

Almeno per me, che ho attraversato la fine degli anni Sessanta e i primi quattro anni dei Settanta del Novecento. A pensarci bene, non ho quasi mai letto con attenzione un libro di storia o di filosofia tra quelli dei testi scolastici. I miei libri di storia erano altri, pur approfondendo gli stessi contesti dei libri canonizzati. Lo stesso per la filosofia. Non mi interessava la storia della filosofia. Mi interessava la filosofia attraverso le parole dei filosofi. E ancor più la storia della letteratura.

Ricordo di aver costruito una impalcatura tutta mia della letteratura. Dal Cantico delle Creature fino a Pavese, con i testi postumi pubblicati subito dopo il suicidio. Mi ero già allora disegnato una controstoria del pensiero.

Ho ritrovato in uno scaffale del mio studio di San Lorenzo del Vallo tutti i quaderni di quel tempo. Copertina rigorosamente nera e bordatura dei fogli in rosso.

Ho vissuto sempre fuori dalle regole. Anticonformista alle medie, con la rimandatura in italiano in terza nel 1968. Si diceva che i temi non erano farina del mio sacco. Gli stessi problemi al Liceo. Rimandato sempre in italiano. Fino ad abbandonare l’ultimo anno e andare altrove. In terza media, agli esami di riparazione, feci un tema sulla occupazione sovietica a Praga. Era il settembre del 1968. Apriti cielo.

Eppure furono anni meravigliosi. Per la giovinezza? Non soltanto. Per gli amori? Tanti e stupendi. Ma perché erano gli anni di Anonimo Veneziano. Erano gli anni de La prima notte di quiete. In quel cinema di Spezzano Albanese che mi ha formato più di qualsiasi docente. Tranne due. Quel cinema che vide nascere amori e baci nel buio.

In seconda Liceo, il prof. Angelo Bruni, nessuna parentela, che mi ha dato gli strumenti per comprendere e leggere la vera storia. Lo ricordo ancora. Aveva tra le mani sempre una Muratti. La girava. L’accarezzava. La coccolava. Ma non l’accendeva. Spiegava con calma. Mi fece capire come si compone una bibliografia. Non mi sono servito di Umberto Eco quando ho scritto la tesi di laurea. Mi è bastato il metodo di questo grande professore di storia, che mi portava da Alain Delon de La prima notte di quiete di Zurlini a leggere Vanina Vanini.

L’altra era la professoressa Ceci. Non ne ricordo il nome, solo il cognome. Era la docente di italiano. Profondamente sensuale. Arrivava con un Maggiolino color crema. Una donna stupenda ed elegante, alla Jean Birkin. Bionda. Bionda vera. Ma non è per questo che ha lasciato in me una traccia indelebile. Forse non soltanto per questo. Aveva la perfezione dell’italiano sulle labbra. Sapeva spaziare dalla poesia ai temi che poi avremmo chiamato antropologia. Da lei ho capito il valore della comparazione. Un giorno ci fece fare una ricerca sull’importanza del mare e dell’ambiente in letteratura.

Insomma, due docenti che mi hanno spinto a pensare con la mia testa e non con i libri di testo. Gli anni del Liceo sono uno scavo nella mia vita grazie alla mia autonomia di pensiero e a questi due docenti che mi hanno spalancato il mistero e la rivelazione della letteratura, della storia e della filosofia.

Un Liceo voluto dalla mia generazione. Il Liceo di Spezzano Albanese è stato voluto da un gruppetto della mia generazione. Penso al primo anno. Nato dentro una struttura dove di mattina c’era la scuola media e di pomeriggio il liceo. Una sola classe, all’inizio. La finestra buttava su un pollaio. Che situazione. Poi passammo in via Nazionale.

Ci furono scioperi, occupazioni, cortei. Di notte mettevamo i banchi in fila per sdraiarci e dormire un po’, con coperte rubate di nascosto a casa. Furono giorni felici e di allegria. Mancava tutto. Stufe, carta igienica, cestini. Persino i cestini in classe. Ma furono anni belli. Io scrivevo poesie. Avevo fogli dappertutto.

Ci divertivamo a disegnare i cartelloni dei cortei. Cacciammo in un giorno tutti coloro che si presentavano con le bandiere. Rosse, naturalmente. Eravamo liberi, ma liberi per davvero. Venimmo addirittura convocati in Prefettura a Cosenza con l’invito perentorio a smettere le occupazioni. Ma noi, ancora più duri, non smettemmo finché le nostre richieste non vennero esaudite.

Dopo qualche mese entrammo nuovamente in sciopero perché chiedevamo l’autonomia. Impossibile, in quel tempo. Poi andai all’università. Il Liceo di Spezzano nacque come sezione staccata del Liceo G. B. Scorza di Cosenza. Come la Scuola Media di San Lorenzo del Vallo, sezione della Media di Spezzano. Furono anni di lotta senza alcuna bandiera, ma con le nostre sole convinzioni, volontà, caparbietà. Non c’entrava nulla il Sessantotto e tanto meno il Sessantannove alle spalle. Anzi, eravamo altro e altri.

Ma il tempo è passato. Passa sempre il tempo. Gli anni del Liceo non sono solo un ricordo. Sono un sigillo. Gli amori di quegli anni sulle corde del mio Fabrizio De André. Quanti poeti ho letto in quel contesto e i cui libri sono ancora tra le mie mani. Da Eliot a Spoon River. Da De André a Luigi Tenco, morto nel 1967.

Ho avuto una vita bella e confesso che ho vissuto sull’onda di Neruda, con le Venti poesie d’amore e una canzone disperata, che mi ha condotto alle nove poesie de La terra e la morte di Cesare Pavese. In quegli anni li avevo già letti tutti. E annotati.

La Media di San Lorenzo e il Liceo di Spezzano sono stati voluti dalla mia generazione. Tutto questo oggi è antico. Allora era una profezia che ha visto la realtà. E non avevamo bandiera.

Quegli anni restano impressi nel mio cuore. Scrivevo poesie tanto che nel 1975 pubblicai il mio primo libro. In quegli anni si è costruito il mio essere libero. In quegli anni cantavo: “Un giorno dopo l’altro la vita se ne va…”. Un tracciato senza ombre ma con la luce negli occhi. Gli anni del Liceo a Spezzano Albanese. La mia giovinezza. Le poesie che non smetto di abitare. Il resto venne dopo.

Oggi non voglio riviverli. Li custodisco. Come si custodisce l’eco nella conchiglia e se lo si vuole ascoltare basta poggiarla su un orecchio. Tutto ritorna. Quando incontro un compagno di Liceo quell’eco si avverte. Ma non c’è nostalgia. Forse in quegli anni tutto si è fatto trasparente. Quanti amori intesi. La vita ha sempre un senso. Gli anni del Liceo a Spezzano Albanese. Nel 1975 mi sono iscritto all’Università. Laureato due sessioni prima del previsto nel 1978. Poi è iniziata un’altra avventura chiamata destino.

Il tempo è sempre la frase di un istante. Tutto si coglie in quell’istante che non passa ma resta nella consapevolezza di essere stati ragazzi giovani e ora il cammino è nella serenità di vivere tutto con memoria nei cassetti. Forse ho voluto scrivermi un’altra lettera che lettera non è ma l’ho pensata come tale. Io ragazzo dai lunghi capelli e dai pullover con il collo alto neri e blu e una sciarpetta pendente ora ascolto il mare e osservo le onde che rigano gli scogli e penso che vivere è sempre abitarsi.


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