Quella battaglia liberale per abolire il valore legale
- Postato il 29 agosto 2026
- Italia
- Di Libero Quotidiano
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Quella battaglia liberale per abolire il valore legale
Chissà se Stefano Bonaccini, che ha costruito la sua carriera interamente assorbito dalla vita politica comunista e post-comunista, abbia mai avuto il tempo di leggere qualche pagina di Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica ma soprattutto uno studioso di fama mondiale? Probabilmente, se lo avesse fatto, sarebbe stato più attento nel dare ai titoli di studio una importanza culturale e morale che non hanno mai avuto. Einaudi, in verità, fu molto più radicale, proponendo l’abolizione del loro valore legale. Suonò come una provocazione, ma in verità era una idea che egli seppe poggiare su solide basi e rigorosi ragionamenti. Tanto che, in poco tempo, la sua proposta diventò la base per tante battaglie politiche compiute in casa liberale. Fu durante i lavori della Costituente che Einaudi fece sentire particolarmente forte la sua voce, che rimase ovviamente inascoltata (“prediche inutili” avrebbe chiamato presto i suoi interventi politici).
APPELLO AI PADRI COSTITUENTI Ai padri costituenti che discettavano dottamente su come garantire quella «libertà di insegnamento» che la dittatura aveva negato, egli ricordò che «finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato.
Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo». L’abolizione del valore dei titoli avrebbe per Einaudi, come primo effetto, quello di favorire una sana competizione fra scuole pubbliche e private per meglio formare i propri iscritti e farli acquisire quelle reali competenze richieste dal mercato del lavoro e in genere dalla società. Il valore legale del titolo di studio, equiparando tutti coloro che lo possiedono, non serve infatti a distinguere l’effettiva preparazione e competenza di ognuno, né distingue gli individui per merito e talenti. C’è differenza fra laureato e laureato, così come fra chi lo è e chi non lo è. E, ancora, fra chi è laureato in una università di eccellenza e chi no. Far passare l’idea che tutte le lauree e tutti i diplomi siano uguali è perciò prima di tutto un inganno, anche e soprattutto verso chi fa sacrifici per far studiare i propri figli.
NO A CRITERI FORMALI
Si può essere un grande filosofo, come era Benedetto Croce, e non essere laureato e, viceversa, si può avere una pletora di titoli e avere una cultura media o medio-bassa: La certificazione della preparazione con il timbro dello Stato non può che rispondere criteri formali, estrinseci, a procedure che premiano il possesso pappagallesco di nozioni astratte. Senza considerare che lo Stato, avocando monopolisticamente a sé la definizione dei criteri e dei programmi scolastici, non può generare che un pensiero conformistico che, frustrando la concorrenza fra libere scuole e atenei, finisce per verso il basso la cultura generale. Restituite alla loro funzione precipua di agenzie formative, scuole e atenei darebbero vita a una sana lotta per accaparrarsi gli insegnanti e gli studenti migliori, aiutando ad esempio i poveri e meritevoli con borse di studio o con un sistema di buoni-scuola messo a punto, in ambito liberale, soprattutto dalla scuola di Dario Antiseri. Su questa linea, che ha sempre trovato la fiera opposizione di sindacati e partiti politici, solitari si sono sempre mossi quelli che Piero Ostellino amava chiamare i «quattro liberali quattro» che hanno animato la scena politica e culturale italiana nel secondo dopoguerra. Fra tutti è forse qui il caso di ricordare Salvatore Valitutti, che fu anche Ministro dell’istruzione per un breve periodo fra il 1079 e il 1980. Egli, forte della sua preparazione nelle scienze sociali, dimostrò come la logica dei “diplomifici”, che è logica conseguenza del valore legale dei titoli di studi, alimenta il clientelismo e la burocrazia, cioè gli atavici mali della società italiana. Si può dire che l’idea liberale ancora oggi, indicando una direzione di marcia, vale come ideale regolativo. Svolgendo, in negativo, il prezioso ufficio di dimostrare l’inconsistenza e la superficialità di uscite à la Bonaccini.