"Quei figli hanno ricevuto amore, la famiglia del bosco va riunita"
- Postato il 28 agosto 2026
- Italia
- Di Libero Quotidiano
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"Quei figli hanno ricevuto amore, la famiglia del bosco va riunita"
«Io rispetto senza ombra di dubbio la figura del magistrato, ma in uno Stato di diritto si possono non condividere certi provvedimenti, soprattutto se diventano obsoleti col passare del tempo perché intervengono modifiche che cambiano le condizioni di partenza». Antonio Di Pietro le cose le dice senza girarci attorno. È uno che la vita in campagna la conosce bene, ed è anche abituato a non far sconti a chicchessia. «Mettiamola così: quanto sta succedendo alla “famiglia del bosco” lo rispetto ma non lo condivido».
Dottor Di Pietro, lei che idea s’è fatto?
«Questo caso è la fotografia di una realtà che ai miei tempi vivevamo tutti, intendo tutti quelli che come me stavano in campagna. Glielo dico con la più serena tranquillità: non abbiamo sofferto in alcun modo, vivevamo benissimo. Anzi, sono i ricordi del periodo migliore della nostra vita. La campagna ha regole diverse rispetto alla città, cosa crede?».
In che senso?
«Noi non avevamo il frigorifero né la lavatrice ma non ne sentivamo il bisogno, non avevamo il riscaldamento a metano ma non siamo mica morti di freddo. Ci siamo attrezzati, come si sono attrezzati prima di noi i nostri padri. Guardi, la scelta dei Birmingham Trevallion io, ora, alla mia età, non la rifarei.
Ma se potessi tornare indietro, eccome. Subito».
Perché?
«Perché è una scelta di vita libera. Dopodiché intendiamoci, l’igiene e l’istruzione sono valori fondamentali e se non provvedono a garantirli i genitori, qualcuno, magari le istituzioni, deve supplire. Non voglio entrare nel merito delle ragioni di un faldone che non ho letto, però dopo così tanti mesi sono stati fatti passi avanti nel confronto, nel dialogo, ci sono state aperture... Credo sia necessario prenderne atto e disporre di conseguenza».
Come?
«Mi appello al buon senso di chi deve decidere, suggerendo che non lo faccia solo guardando alla norma asettica, nuda e cruda del diritto, ma anche alla realtà fattuale che qui è fatta di affetti, di cuore, di amore, di condivisione. È come un cordone ombelicale».
Scusi? Un cordone ombelicale?
«Sì, quello che lega i bambini ai genitori. In tutte le storie umane piano piano quel cordone si rompe, è naturale. Un bambino diventa ragazzo e adulto e poi va per conto suo. Va bene. Però interromperlo forzatamente vuol dire togliere la linfa a un rapporto parentale e, seppur alle volte può essere corretto e anche giusto, qui non è percepito come tale».
D’altronde i tre “piccoli del bosco” stanno peggio oggi di ieri, nonostante le comodità della casa famiglia e tutto il resto... Cosa ne pensa?
«Ma certo. Catherine e Nathan hanno sempre e solo voluto dare amore ai loro figli. Non disprezzo, non odio, non quant’altro. Non stiamo parlando di un gruppo zingaresco che viveva all’avventura, per strada o sotto i ponti, e campava di ladrocini. Io penso che, al di là dei grandi ragionamenti filosofici che si stanno facendo, forse sarebbe opportuno dare un po’ di spazio all’esperienza sul campo. Se ne è parlato così tanto senza nemmeno conoscere come stavano lo cose».
E come stanno?
«Io parlo per quella che è la mia conoscenza. Quel genere di vita lì, molto semplice, genera amore e non odio».
Faccio l’avvocato del diavolo: tocca guardare al sodo di alcune questioni, però. L’ha detto anche lei poco fa. Quei ragazzini devono poter avere un’istruzione, devono essere seguiti...
«Certamente. Tuttavia anche su quel piano si è trovato un punto di incontro, oppure si sta aiutando a trovarlo. Allora io dico, per prima cosa riallacciamo il cordone ombelicale perché troppe volte si guardano le norme nella loro asetticità e non si va all’interno dell’animo umano. La discussione empirica ha poco a che fare con la realtà fattuale che è lì da vedere: glielo ripeto, quei genitori avevano gesti d’amore per i loro figli. Qualcuno potrà considerarli “sbagliati”, personalmente ho delle riserve ma le tengo per me, però non hanno fatto del male a nessuno. E poi posso essere sincero?».
Prego.
«Io non mi ritroverei tanto in uno Stato nel quale le cose stanno così e stanno così per tutti. Non è lo Stato che mi deve dire come lavare i miei figli, basta che siano puliti. Ma stiamo scherzando? Anche perché se andiamo a fare le pulci a tutti non si salva più nessuno. Se dovessimo accettare una regola per cui ogni volta che c’è un comportamento da parte di un genitore che non corrisponde al comune sentire questo va sanzionati, dove finiremmo?».
Senta, non crede che questa vicenda sia stata oltremodo chiacchierata? Palmoli è piena di curiosi che vogliono fotografare il casolare, ci si è messa pure la politica...
«Mi faccia fare un distinguo. La speculazione, che sia politica o mediatica, non la condivido. Però altra cosa è che questo caso sia stato attenzionato oltremodo. Anche la magistratura lo ha rincorso, si è fossilizzata sulla prima relazione piuttosto che prendere atto dell’evoluzione della situazione che c’è ed è sotto gli occhi di tutti. Io credo che, oggi come oggi, e glielo dico davvero senza alcuna critica verso i magistrati, si dovrebbe prendere atto che uno sforzo comune è stato fatto».
In che modo?
«Un gesto concreto da parte dell’autorità giudiziaria potrebbe essere rimettere insieme questa famiglia, è il minimo indispensabile anche perché questi ragazzi stanno crescendo».