Quando i musicisti raccontavano le battaglie

  • Postato il 26 marzo 2026
  • Cultura
  • Di Libero Quotidiano
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Quando i musicisti raccontavano le battaglie

Pur non essendo l’unico compositore ad aver trattato in epoca contemporanea la guerra come fonte di ispirazione musicale, Alfredo Casella è stato tra i pochissimi a utilizzare la scabrosa parola nel titolo. Correva il 1915, l’Europa era in fiamme e Casella, dopo aver assistito alla proiezione di immagini cinematografiche girate al fronte, scrisse Pagine di guerra – Quattro “films” musicali per pianoforte a 4 mani. Le sue suggestioni erano state «Nel Belgio: sfilata di artiglieria pesante tedesca», «In Francia: davanti alle rovine della cattedrale di Reims», «In Russia: carica di cavalleria cosacca» e «In Alsazia: croci di legno».

Aggiungerà un quinto quadro, patriottico, «Nell’Adriatico: corazzate italiane in crociera», e fornirà del tutto anche una scintillante versione orchestrale nel 1918 (op. 25b), purtroppo raramente eseguita anche in Italia.

 

BONAPARTE E WELLINGTON

Un esempio di musica a programma, o poema sinfonico, declinato col linguaggio del Novecento come chiave interpretativa del primo conflitto mondiale. Di eventi bellici nel secolo precedente si erano interessati anche compositori del calibro di Ludwig van Beethoven e Pëtr Il’jc Cajkovskij. Il tedesco prima aveva celebrato Napoleone come simbolo dell’avvento di una nuova era dedicandogli la Terza Sinfonia “Eroica” op. 55 (1802-1804), poi, appreso che si era fatto incoronare imperatore, aveva grattato via dalla carta pentagrammata il suo nome scrivendo in italiano «per festeggiare il sovvenire di un grande uomo», senza specificare altro.

Un decennio dopo avrebbe scritto la marziale La vittoria di Wellington (1813) per salutare il ritiro francese dalla Spagna, mettendo i cannoni in partitura e pure le citazioni dell’inno britannico God save the King e di Rule Britannia. Il pubblico inglese, ma non solo quello, gradì molto, nonostante la vena ispirativa non fosse delle migliori.

Ben memore di quelli sottratti a Napoleone e ancora oggi in bella mostra in fila a Mosca all’interno del Cremlino, i cannoni piacquero pure a Cajkovskij, autore della magniloquente Overture 1812 op. 49 (1880), dove compare la citazione della Marsigliese, dapprima altera e poi smorzata al pari della Grande Armée dal generale Kutuzov a capo delle truppe dello zar. Colpi di artiglieria e orgia finale di campane a martello per l’autore russo con tanto di “Dio salvi lo zar”.

Nel Novecento la composizione simbolo della seconda guerra mondiale è diventata la Settima sinfonia op. 60 (1941) di Dmitrij Šostakovic, la celeberrima “Leningrado” costruita di getto sulla narrazione del più lungo (fin allora: Sarajevo sarebbe arrivata mezzo secolo dopo) assedio dell’epoca moderna. Ogni movimento esprime una fase dell’epopea del popolo sovietico nella città simbolo dell’irriducibilità, e tutto, dalla scrittura all’esecuzione all’eco nel mondo la fece diventare leggendaria, oltre che manifesto musicale della resistenza al nazismo. Grande organico, grande enfasi, grande pathos e quindi anche un po’ di retorica.

 

I TRE MOVIMENTI DI STRAVINSKIJ

Il russo Igor Stravinskij era un tenace assertore del fatto che la musica a programma è una creazione intellettuale perché, parole sue, la musica non esprime altro che sé stessa. Ben diversa è l’ispirazione: la seconda guerra mondiale è in controluce nella partitura della Symphony in three movements (1942-1945). Il conflitto è terminato con la sconfitta dell’Asse e la bomba atomica, e Stravinskij costretto a riparare in Francia dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 e a rimanere negli Stati Uniti nel 1939 per lo scoppio delle ostilità, consegna alla sala da concerto a gennaio 1946 la partitura con le sue suggestioni che non sono però descrizione, così come il termine Sinfonia di guerra non è suo. I tre movimenti parrebbero ispirati alla tattica della terra bruciata dei cinesi contro i giapponesi, a una meditazione sulla brutalità della guerra, alla vittoria.

L’inglese Benjamin Britten per la consacrazione della cattedrale di Coventry rasa al suolo dai bombardamenti tedeschi che polverizzarono la città, scrisse il War requiem op. 66 (1966) come un inno alla pace. Il polacco Krzysztof Penderecki con Trenodia per le vittime di Hiroshima per 52 strumenti a corde (1959-1961) in appena 8’37” (il titolo in origine) fa rabbrividire nell’angosciante evocazione sonora dell’incubo nucleare.

Altre vittime della ferocia dell’uomo sull’uomo erano state già ricordate dall’austriaco ebreo Arnold Schönberg con l’oratorio Un sopravvissuto di Varsavia op. 46 (1947) che in sette minuti e con l’asprezza del linguaggio dodecafonico è divenuto il monumento musicale sulla Shoah.

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Libero Quotidiano

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