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Pulitzer 2026 al Washington Post: vince Hannah Natanson, la reporter perquisita dall’Fbi dopo gli scoop sull’amministrazione Trump

  • Postato il 6 maggio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Pulitzer 2026 al Washington Post: vince Hannah Natanson, la reporter perquisita dall’Fbi dopo gli scoop sull’amministrazione Trump

Giornalismo per il bene pubblico: un riconoscimento, quello del premio Pulitzer 2026, vinto per la seconda volta in cinque anni dal Washington Post e questa volta grazie agli articoli della “narrative enterprise reporter” Hannah Natanson che hanno “squarciato il velo di segretezza che circonda la caotica riorganizzazione delle agenzie federali da parte dell’amministrazione Trump e per aver documentato con grande ricchezza di dettagli gli impatti umani dei tagli e le conseguenze per il Paese”.

La soddisfazione non cancella quello che la giornalista ha dovuto patire per aver il suo lavoro: lo scorso gennaio casa sua è stata perquisita da cima a fondo dagli agenti dell’FBI che le hanno sequestrato pc, telefono, cellulare e uno smartwatch. L’atto era stato giustificato dalla necessità di indagare sulla possibile condivisione di segreti governativi. Il Washington Post e altri organi di stampa avevano condannato l’episodio come una “tremenda intrusione” da parte dell’amministrazione Trump. Il 4 maggio il Washington Post ha dato conto del divieto, imposto al dipartimento di Giustizia da un giudice federale della Virginia, di esaminare i dispositivi elettronici sequestrati.

Dopo l’annuncio del Pulitzer, Natanson ha ringraziato i funzionari pubblici “che hanno rischiato tanto per confidarsi con me” e ha poi aggiunto: “Voglio che sappiate che la vostra fiducia è il più grande onore che riceverò mai. Noi al Post stiamo facendo tutto il possibile per proteggerla”.

Roberto Saviano, con un post sui social, ha reso nota la storia della giornalista: “Hannah Natanson è stata minacciata, trascinata in tribunale e ha visto l’FBI perquisire casa sua all’alba, sequestrandole il telefono, computer e strumenti di lavoro. Non era l’indagata. Era la giornalista. La sua “colpa” sarebbe questa: aver raccontato come l’amministrazione di Donald Trump, con Elon Musk e il progetto DOGE, volesse smantellare lo Stato dall’interno. Tagli, epurazioni, licenziamenti via mail comunicati all’improvviso, agenzie svuotate, servizi pubblici indeboliti, migliaia di lavoratori espulsi e la macchina pubblica trasformata in un laboratorio ideologico. Quel lavoro, costruito con oltre mille fonti federali, protette e ascoltate, oggi ha vinto il Pulitzer Prize per il Public Service, il riconoscimento più importante del giornalismo americano. Il Pulitzer ha premiato proprio questo: aver squarciato il velo di segretezza sulla demolizione del governo federale, raccontandone con precisione il caos e le conseguenze reali e tangibili sulla vita di milioni di persone. Mentre il potere intimidiva, lei indagava. Mentre cercavano di spaventarla, lei continuava a pubblicare. Mentre provavano a zittirla, il suo lavoro faceva luce. Il giornalismo non è un crimine. Il giornalismo è luce nel buio.”

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Il Fatto Quotidiano

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