Prof in Svizzera. “Da Catania mi sono trasferita a Ginevra a 58 anni. Qui mi sento viva e guadagno il doppio rispetto all’Italia”
- Postato il 5 luglio 2026
- Cervelli In Fuga
- Di Il Fatto Quotidiano
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C’è un’immagine che Rosa Maria Falà non dimentica. Una docente siciliana con trent’anni di insegnamento alle spalle, abituata alle sue classi di francese nella periferia catanese, che si ritrova improvvisamente a correre da una scuola all’altra di Ginevra, fra tram perfettamente puntuali, gruppi di studenti di età diverse e livelli linguistici opposti, cercando di reinventare completamente il proprio modo di insegnare. “Mi sono detta: ma dove sono andata a finire?”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “A quasi sessant’anni ho dovuto reinventarmi un lavoro”. Di solito, a 58 anni, molti colleghi iniziano a pensare alla pensione. Lei ha deciso invece di ripartire. Dal 2025 vive a Ginevra, dove insegna Lingua e Cultura Italiana presso il Consolato Generale d’Italia. Una scelta maturata lentamente, intrecciata ai ricordi dell’infanzia e a quella Svizzera che per anni aveva visto attraverso gli occhi del padre emigrato.
“Lui ha lavorato qui per dieci anni. Con le sue mani ha costruito il futuro mio e dei miei fratelli”, racconta. “Io passavo qui tutte le estati da ragazzina. Ricordo le feste degli italiani emigrati, il loro spirito di sacrificio, ma anche il rispetto che trovavano nel lavoro. Credo che il mio desiderio di apertura verso il mondo sia nato proprio allora”. Per anni Rosa Maria ha insegnato francese in una scuola della periferia etnea, trasformando però quell’istituto in una finestra aperta sull’Europa. Coordinatrice di progetti Erasmus ed eTwinning, ambasciatrice europea per la scuola dal 2022, ha portato studenti e colleghi a confrontarsi con realtà internazionali ben lontane dalla Sicilia che conoscevano. Poi, però, è arrivato il momento di mettere alla prova se stessa. “A un certo punto ho capito che sarebbe stato più grande il rimpianto di non provarci rispetto alla paura di ricominciare. Avevo bisogno di capire se potevo ancora crescere, imparare, rimettermi in discussione”.
L’impatto con la nuova realtà, però, non è stato semplice. In Svizzera insegna italiano a studenti con livelli linguistici differenti, provenienti da scuole diverse, all’interno di corsi extracurriculari. “Mi sentivo una pagina bianca, pensavo che qui non ero nessuno”. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. “Mi sono resa conto che non stavo cancellando il mio passato. Stavo scrivendo qualcosa di nuovo sopra tutto quello che avevo costruito in trent’anni”. Anche la quotidianità ha contribuito a cambiare la sua prospettiva. “Qui il sistema ti permette di lavorare bene”, racconta. “Ogni scuola ha la sua fermata del tram o del bus, i trasporti sono efficienti, gli orari vengono rispettati. In Sicilia per fare pochi chilometri spesso devi prendere la macchina perché i mezzi quasi non esistono”. Una differenza che per lei va oltre la semplice organizzazione. “Qui mi sento davvero una docente europea”. Ginevra, del resto, è un laboratorio internazionale permanente. “La metà della popolazione è di origine straniera. Può capitarti in diverse occasioni di incontrare il ricercatore del CERN o un diplomatico”. Ed è proprio questa dimensione multiculturale che oggi considera uno dei maggiori stimoli professionali. “Mi sento viva perché ogni giorno entro in contatto con persone di grande spessore umano e intellettuale”.
Nel suo lavoro quotidiano incontra soprattutto figli e nipoti dell’emigrazione italiana. Ragazzi che parlano italiano spesso solo in parte, ma che vedono nella lingua una risorsa concreta per il proprio futuro professionale in Svizzera. “Per loro l’Italia è il mare, le vacanze, le città d’arte. Non la immaginano come il loro futuro”. Una differenza netta rispetto alla generazione di suo padre. “Lui viveva la Svizzera come un sacrificio temporaneo per tornare poi in Sicilia. Questi ragazzi invece si sentono svizzeri”.
Ed è proprio qui che Rosa Maria prova a costruire un ponte culturale. Non solo grammatica e letteratura, ma tradizioni, cittadinanza attiva, identità europea. Organizza viaggi, progetti, visite istituzionali. Ha portato i suoi studenti a Strasburgo e ora sogna di accompagnarli a Roma, dentro il Parlamento italiano. L’esperienza svizzera le ha anche mostrato in modo ancora più evidente le fragilità strutturali della scuola italiana. “Noi insegnanti italiani non siamo meno preparati di nessuno. Il problema è che mancano investimenti, strutture, rispetto per il ruolo docente”. Il confronto economico è inevitabile. “Qui in un mese guadagno quello che in Italia prendevo in due”, racconta senza giri di parole. “Ma soprattutto c’è rispetto. Il docente è considerato autorevole”. Rosa Maria osserva scuole curate, ricche di personale e ambienti funzionali. “Entrare in una scuola bella cambia anche il modo in cui vivi il tuo lavoro. In Sicilia spesso lavoravamo facendo miracoli con pochissimi mezzi”. Eppure, nonostante tutto, non parla mai dell’Italia con distacco o amarezza. Anzi. “Più vivo all’estero, più mi sento italiana. Porto dentro di me la Sicilia, le sue tradizioni, il suo calore”. È forse questa la chiave della sua storia: partire non per allontanarsi dal proprio Paese, ma per riscoprirlo. Anche suo padre, ancora oggi, fatica a capire quella scelta. “Ogni volta mi chiede: ma perché non rientri?”, racconta emozionandosi. “Lui aveva lavorato qui proprio per permettere a noi figli di restare in Sicilia”. Ma dentro quella decisione, Rosa Maria vede anche un modo per restituire qualcosa. “Papà ha costruito il nostro futuro con le sue mani. Io sento di restituire quel sacrificio portando qui la cultura italiana”. Non una rottura dunque, ma una continuità. Un nuovo capitolo scritto lontano da casa, senza smettere mai di portarsela dentro.
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