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Processo “Isola Scaligera 2”, il pentito Mercurio e la passione inedita dei clan per l’arte moderna

  • Postato il 21 aprile 2026
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Processo “Isola Scaligera 2”, il pentito Mercurio e la passione inedita dei clan per l’arte moderna

Il Quotidiano del Sud
Processo “Isola Scaligera 2”, il pentito Mercurio e la passione inedita dei clan per l’arte moderna

Isola Scaligera 2, rivelazioni del pentito Mercurio su investimenti nell’arte, capolavori di Picasso, Warhol e Fontana usati come come moneta


ISOLA CAPO RIZZUTO – Una ‘ndrangheta da collezione. Non più solo cemento, fatture false e intimidazioni silenziose. La cellula veneta della cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto ha scoperto il valore dell’arte moderna come bene rifugio e sofisticato strumento di compensazione finanziaria. Durante un’udienza del processo “Isola Scaligera 2”, che si sta celebrando a Verona, le rivelazioni del collaboratore di giustizia Domenico Mercurio hanno squarciato il velo su una gestione patrimoniale d’alto bordo, nell’ambito della quale i nomi di Pablo Picasso, Andy Warhol e Lucio Fontana venivano usati per regolare debiti milionari tra imprenditori e clan.

Mercurio, rispondendo alle domande incalzanti dei pm Stefano Buccini e Laura Cameli, ha tracciato un quadro inedito della “mafia degli affari” al Nord. Il pentito non è un personaggio qualunque: è il nipote di quel Santino Mercurio che, stando alle sue dichiarazioni, era un “azionista” della cosca. Un uomo d’azione che, secondo gli inquirenti, avrebbe assunto la reggenza del “locale” di Verona quando il capo indiscusso, Antonio Giardino, era detenuto.

CAPOLAVORI COME MONETA

L’aspetto più dirompente della deposizione riguarda l’acquisizione di un lotto di opere d’arte per risolvere un contenzioso economico legato alla Mondial Fruit, società dell’imprenditore Stefano Zambon. Mercurio descrive l’operazione con una freddezza burocratica che rivela la dimestichezza con i grandi capitali. «Questi qua erano quadri importanti», ha messo a verbale Mercurio, spiegando che la società di Zambon aveva investito cifre colossali in arte. «Si parlava di 17, 18 milioni di euro che lui aveva investito in quadri». Quando i soci sono arrivati alla resa dei conti, i quadri sono diventati la moneta per tacitare i creditori. «Lui aveva questi cinque quadri che gli erano rimasti… c’era un Picasso, c’era un Warhol, c’era un Fontana», ha elencato il pentito, precisando che il valore di quel singolo lotto superava il milione di euro.

DICIOTTO MILIONI INVESTITI IN QUADRI

Questa passione inedita della ’ndrangheta isolitana per i grandi maestri del Novecento nasce dalle macerie della Mondial Fruit. Secondo Mercurio, la società è stata l’oggetto di una spoliazione programmata.  Quando il castello di carte ha iniziato a cedere, Mercurio è entrato in scena per gestire la “spartizione” dei beni rimasti. «Lui aveva questi cinque quadri che gli erano rimasti… c’era un Picasso, c’era un Warhol, c’era un Fontana, un altro di cui non ricordo il nome e un altro ancora… erano cinque quadri importanti». Questi pezzi, sottratti al patrimonio aziendale, sono stati utilizzati da Mercurio per tacitare creditori pericolosi che premevano per riavere il denaro.

LA TRUFFA MONDIAL FRUIT

Mercurio dichiara di aver «partecipato personalmente alla truffa dei 30 milioni di euro con lui (Zambon, ndr)». Specifica che si trattava di una truffa di natura bancaria e che il rapporto con l’imprenditore veneto non era occasionale. Quando la situazione della Mondial Fruit è precipitata, Mercurio è intervenuto con un ruolo diverso, quello di garante e protettore. Zambon, sentendosi messo alle corde dalle pressioni del fratello Renato e di altri soci (che erano arrivati a graffiargli la macchina), si rivolse a Mercurio chiedendo, appunto, «protezione». Poiché non era possibile restituire i soldi in contanti (usati per acquistare opere d’arte con i fondi di Mondial Fruit), Zambon consegnò a Mercurio cinque quadri “importanti” per tacitare i creditori.

IL “GARANTE”

Mercurio descrive con precisione il suo ruolo di “ufficio legale” della malavita. La scena madre si svolge nel suo ufficio in Largo Caldera a Verona, dove le opere vengono portate per essere visionate. «I quadri avevano i loro certificati, il loro prezzo, c’era poco da valutare». Per convincere i creditori ad accettare tele al posto dei contanti, Mercurio ha schierato i suoi esperti. «I fratelli Valbusa, Leonardo specialmente, che era competente nel settore». La truffa si chiude con una “parcella” per la mediazione mafiosa. «Io e Rosario Capicchiano dovevamo prendere 80.000 euro per questa operazione». Denaro che, puntualmente, veniva pagato man mano che le opere venivano vendute sul mercato parallelo. “No, noi vogliamo i soldi”, le prime obiezioni dei creditori. Ma «alla fine accettarono», di fronte a un cognome come quello di Mercurio, che a Verona era «rispettato». Accettarono anche se «non capivano niente di arte».

LA FUGA IN BRASILE

La pressione per la truffa Mondial Fruit e i debiti hanno travolto Stefano Zambon. Il verbale restituisce l’immagine di un uomo braccato. «Zambon a un certo punto è scappato in Brasile», racconta Mercurio. Una fuga disperata per sfuggire a chi non accettava più scuse, nemmeno davanti alla bellezza di un taglio di Fontana. Mercurio racconta anche di essere andato lui stesso in Brasile e di avergli consigliato di costituirsi alle forze dell’ordine. «E così fece. Infatti arrivò all’aeroporto e si consegnò».

DENARO “COMPRATO”

Il capitolo quadri è solo la punta dell’iceberg. Mercurio descrive un sistema integrato dove la liquidità necessaria per far girare le imprese veniva “comprata” dai cugini Giardino (Alfonso, Antonio e Vincenzo). «Io il denaro lo compravo perché andare in banca a chiedere 100.000 euro cash è impossibile». Il “cambio” avveniva con tassi da usura legalizzata: «Facevo un bonifico per una fattura falsa e loro mi davano i soldi meno la provvigione… si parlava del 30, del 35 per cento». Un meccanismo che permetteva alla cosca di accumulare montagne di contante, mentre le imprese venete venivano svuotate dall’interno, proprio come accaduto con la Mondial Fruit.

“AZIONISTA ECONOMICO”

Il processo Isola Scaligera 2 racconta una mafia che ha completato la sua metamorfosi. Se a Isola Capo Rizzuto si combatte per il controllo del territorio, a Verona si specula sulle serigrafie di Warhol. È una ‘ndrangheta che non ha più bisogno di sparare perché ha imparato, tra l’altro, a “garantire” il mercato dell’arte e a sostituirsi ai canali bancari. Ma è anche una ‘ndrangheta che non ha più bisogno di reclutare formalmente i propri affiliati tramite rituali arcaici. Mercurio ha confermato in aula, davanti al Tribunale di Verona, di non essere mai stato affiliato. «Era stato superato in maniera importante il discorso dell’affiliazione. Allora bastava fare una semplice fattura, un semplice guadagno, un semplice scambio di denaro per comunque renderti affiliato. Non c’era più il rito». Quello che può dire è che Antonio Giardino, insieme a Pasquale Arena detto “Nasca” venuto apposta da Isola, gli svelò che le loro famiglie erano “in affari”. Un concetto che bastava, a quello che allora era il “fatturista” dei clan di Isola. Uno che non aveva bisogno del “battesimo” di ‘ndrangheta. Lui era l’«azionista economico», come si è definito in aula.

LEGGI ANCHE:‘Ndrangheta, il pentito: «Cambi di residenza fittizi da Isola per eleggere il sindaco di Verona» – Il Quotidiano del Sud

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