Primavere arabe, la verità dopo 15 anni: rivoluzioni finite in guerre, jihad e caos
- Postato il 10 marzo 2026
- Di Panorama
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Sono passati più di 15 anni da quando Mohamed Bouazizi, un giovane che vendeva frutta al mercato della cittadina tunisina di Sidi Bouziz, il 10 dicembre 2010 si diede fuoco davanti all’ufficio del governatorato locale, per protestare contro i soprusi e la corruzione della polizia. La morte di questo ragazzo scatenò quella che venne chiamata Rivoluzione dei Gelsomini che sconvolse la Tunisia contagiando gran parte del mondo arabo con le cosiddette Primavere arabe.
Ma quel gesto, che avrebbe portato alla caduta in sequenza del presidente tunisino Zine al-Abidine Ben Ali, di quello egiziano Hosni Mubarak e soprattutto al crollo del regime di Muammar Gheddafi in Libia, gettando altre nazioni in sanguinose guerre civili come Siria e Yemen, oggi – dopo innumerevoli crisi e fiumi di sangue versati – appare l’innesco di un esperimento fallimentare. Un artificioso tentativo, benedetto dagli Usa a trazione democratica di Barack Obama, di eterodirigere dei cambi di regime sulla carta “chirurgici”, ma nella realtà incontrollabili nelle loro conseguenze nefaste. La Tunisia, Paese che aveva fatto scoppiare la scintilla di queste sommosse, ha attraversato anni particolarmente bui e complicati con governi deboli e l’estremismo islamico sempre più forte grazie al partito Ennahda, rappresentante locale della Fratellanza Musulmana, organizzazione considerata terrorista da un sempre maggior numero di nazioni.
Tunisia: dalle rivolte alla stretta di Kais Saied
Al posto di Ben Ali si sono succeduti uomini inadeguati come Moncef Marzouki che si era lasciato condizionare dagli islamisti, vagheggiando una fusione con la Libia, e poi il quasi novantenne Beji Caid Essebsi, che durante la sua presidenza ha visto i peggiori attentati terroristici di matrice islamica della storia tunisina. Parallelamente la situazione economica è andata peggiorando di anno in anno con tassi di disoccupazione crescente e continue rivolte popolari.
Ben Ali aveva governato dal 1987, grazie ad un’efficace operazione gestita dall’Italia che aveva appoggiato la detronizzazione del padre della patria Habib Bourguiba per senilità con un colpo di stato “medico”, un unicum nella storia dei golpe, rendendo la Tunisia una nazione stabile ed affidabile per quasi 25 anni. Nel 2019 l’arrivo del giurista e docente universitario Kais Saied, candidato come indipendente, aveva ridato speranza, anche se nel 2021 il nuovo presidente ha impresso una svolta autoritaria arrestando il leader degli islamisti e diversi rappresentanti dell’opposizione. Oggi Saied governa con il pugno di ferro, cercando di contenere i flussi migratori dal Sahel e lavorando con i Paesi occidentali, soprattutto con Roma con cui vanta un rapporto solido e diretto.
Egitto: la caduta di Mubarak e il golpe di al Sisi
L’Egitto è stato travolto dalle sommosse popolari alla fine di gennaio del 2011. Con il pomposo nome di Rivoluzione del Nilo, i manifestanti occuparono piazza Tahrir, cuore pulsante del Cairo che intorno a sé ha la sede della Lega Araba, il Museo egizio, il campus dell’American university e la sede del Partito nazionale democratico al potere da decenni. Le dimissioni di Hosni Mubarak portarono a elezioni che consegnarono il Paese alla Fratellanza musulmana con il presidente Mohamed Morsi. Il nuovo leader cercò di stravolgere la Costituzione con la scusa di “proteggere la rivoluzione”, ma di fatto con il chiaro progetto di trasformare il Cairo in un Paese fortemente islamizzato. La sua infausta presidenza è sopravvissuta a malapena un anno, quando il suo ministro della Difesa, generale Abdel-Fattah al Sisi, porta a compimento un colpo di Stato arrestandolo con l’accusa di istigazione alla violenza e spionaggio al servizio di potenze straniere. Morsi viene incolpato per aver cospirato con Hamas ed Hezbollah e condannato a morte nel 2015, ma muore di infarto nel 2019. La sua rimozione da parte dell’esercito è approvata anche dal leader dell’opposizione laica Mohamed el Baradei, dallo sceicco della moschea di al-Azhar e dal capo della Chiesa copta d’Egitto Teodoro II° di Alessandria: tutti preoccupati della deriva islamista ed estremista che l’Egitto stava prendendo.
Libia: il caos dopo la caduta di Gheddafi
Ma l’autentico disastro di queste sommosse viste sempre di buon occhio, quando non direttamente finanziate dall’Occidente, è stata indubbiamente la Libia, che si ritrova ancora oggi divisa a metà e dominata dalla violenza delle milizie.
L’eliminazione del colonnello Muammar Gheddafi, unico leader dei Paesi arabi trucidato per strada, in favore di smartphone, venne pianificata a Parigi dal presidente Nicolas Sarkozy. Dopo mesi di battaglie il rais sembrava deciso ad abbandonare la Libia e riparare in Siria, ma l’Eliseo non poteva permetterlo, come starebbe emergendo dall’inchiesta sui finanziamenti illeciti per le presidenziali 2007 che ha portato a 5 anni di condanna in primo grado a Sarkò (il quale nega ogni coinvolgimento). Il leader libico si trovava asserragliato nell’ultima roccaforte di Sirte, sua città natale dove le tribù gli erano ancora fedeli, e aveva tentato una sortita con un convoglio di un centinaio di mezzi. La colonna provò a raggiungere il Ciad, ma droni americani iniziarono a bersagliarla. Due caccia francesi Rafale, decollati dal Sud della Francia, attaccarono ripetutamente i mezzi di Gheddafi, distruggendone la metà. Intanto i servizi transalpini avvertirono i ribelli che erano arrivati nella zona catturando il colonnello: la sua fine è nota, i video sono ancora sui social, e lo vedono prima torturato e poi giustiziato sul posto. Il presidente francese, con l’appoggio del premier britannico David Cameron e il via libera di fatto dell’amministrazione Obama, che fornì missili a lungo raggio e jet, aveva architettato in tutta fretta l’operazione Harmattan per riaffermare il ruolo militare di Parigi e soprattutto prendere il posto dell’Italia che aveva una posizione dominante nel campo dello sfruttamento degli idrocarburi libici. Proprio Roma, con l’allora premier Silvio Berlusconi, stigmatizzò l’operazione, rimanendo però una voce inascoltata.
Anche la Nato mise il cappello sul blitz, che aveva come mandante occulto pure il Qatar, stretto alleato di Parigi e principale finanziatore della Fratellanza musulmana, che rifornì di armi e soldi tutte le fazioni ribelli libiche. All’Assemblea delle Nazioni Unite, che dimostrò per l’ennesima volta la sua inutilità, nessuno ascoltò il ministro degli Esteri del Niger Mohamed Bazoum, poi presidente del Paese africano, che chiedeva di non rovesciare il governo di Gheddafi, elemento chiave per i delicati equilibri regionali. Il rais con una spregiudicata politica estera teneva lontano dal Sahel l’estremismo islamico e bloccava tutte le istanze secessioniste dei gruppi ribelli del deserto come i Tuareg.
Il Sahel destabilizzato e l’eredità delle rivolte
Ma la Francia non intendeva fermarsi e le parole del figlio più “moderato” di Gheddafi, Saif al Islam, assassinato pochi giorni fa, restano emblematiche: «Abbiamo finanziato noi la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy e ne abbiamo le prove», prove che dovevano in qualche modo sparire.
Gli errori di Parigi si sono poi moltiplicati quando l’Eliseo ha pensato di essere in grado di gestire il post crisi. La Libia è andata in frantumi con centinaia di milizie, fazioni islamiste padrone di intere città e l’arrivo dei turchi a Tripoli e dei russi a Bengasi. Quindici anni dopo, ci ritroviamo con due governi ormai delegittimati che si accusano a vicenda, la Cirenaica in mano a Khalifa Haftar, un autentico signore della guerra espressione delle influenze russe sul Mediterraneo, un esercito di migranti in pressione dall’Africa sub-sahariana che ha trasformato il Paese in un pericoloso hub di transito verso le nostre coste. In tutto questo, mentre le riserve petrolifere non bastano più a ricostruire una nazione in ginocchio.
La Primavera araba libica ha distrutto anche il Sahel dove sono arrivati gli ex arsenali di Gheddafi, alimentando le ribellioni dei Tuareg in Mali ed armando i gruppi jihadisti in Niger, Burkina Faso, Mali e Ciad. I francesi hanno tentato di intervenire militarmente con due operazioni, entrambe fallimentari, aprendo la porta ai colpi di stato diretti dai mercenari russi dell’ex Wagner Group.
L’attuale ministro degli Esteri della Tunisia, Mohamed Ali Nafti, ha definito le cosiddette Primavere arabe come un inverno arabo, una regressione democratica e una deriva violenta e islamista che ha danneggiato tutti i Paesi coinvolti. Parole che raccontano il fallimento di questo movimento mosso da interessi nazionali di Paesi esteri che ha lasciato il mondo arabo in macerie.