Potenza, «All’ospedale San Carlo una diagnosi troppo sbrigativa»

  • Postato il 8 marzo 2026
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Il Quotidiano del Sud
Potenza, «All’ospedale San Carlo una diagnosi troppo sbrigativa»

Potenza, all’Ospedale San Carlo una diagnosi troppo sbrigativa: «Come se l’obiettivo non fosse capire il problema ma arrivare subito alla dimissione». La testimonianza di un lettore dopo un’esperienza all’ospedale.


POTENZA – “Posti letto da liberare o pazienti da curare?”: comincia con questa domanda la testimonianza che ci manda un lettore e che pubblichiamo. Chiede l’anonimato per questioni personali, ma all’Altravoce Il Quotidiano la sua identità è nota. «È una domanda scomoda – scrive – ma sempre più pazienti se la pongono dopo alcune esperienze vissute nell’Ospedale San Carlo di Potenza. Quando una persona entra in una struttura sanitaria lo fa perché sta male, perché prova dolore e perché si affida a chi ha scelto la professione medica con la speranza di trovare competenza, ascolto e soprattutto attenzione.

IL RISCHIO DI UNA DIAGNOSI SBRIGATIVA E LA PSICOLOGIZZAZIONE DEL DOLORE

Ma cosa accade quando, di fronte a sintomi reali, non emerge immediatamente una spiegazione chiara? Sempre più spesso la risposta sembra essere la più semplice e la più veloce: trasformare il problema in qualcosa di psicologico. Antidepressivi proposti con leggerezza, anche quando il paziente continua a rifiutarli e a ribadire di essere lì per un problema fisico. Oppure la spiegazione più comoda di tutte: “è stress”. Terapie che vengono prescritte e poi tolte nel giro di pochissimo tempo, valutazioni che cambiano rapidamente senza un reale approfondimento diagnostico, visite percepite come frettolose, quasi come se l’obiettivo principale non fosse comprendere il problema ma arrivare il prima possibile alla dimissione. Esami e consulenze che avrebbero potuto contribuire a chiarire il quadro clinico non sarebbero stati effettuati. Anche una visita cardiologica, che avrebbe dovuto rappresentare un momento di valutazione specialistica accurata, vissuta come un passaggio estremamente rapido e privo di un reale approfondimento clinico, quasi assimilabile a una formalità».

DALLA TESTIMONIANZA DEL PAZIENTE DI POTENZA: LA SENSAZIONE DI ESSERE LIQUIDATI DALL’OSPEDALE E IL PESO DI UNA DIMISSIONE SENZA RISPOSTE

«Il risultato finale – continua – sarebbe stata una dimissione senza una diagnosi chiara e senza risposte concrete. E si torna a casa nella stessa situazione in cui si è entrati , anzi peggio. Per chi vive queste situazioni la sensazione è devastante: quella di essere liquidato con superficialità, come se il dolore raccontato fosse esagerato, immaginario o comunque non degno di un’indagine seria.

E allora la domanda diventa inevitabile. La medicina non dovrebbe essere prima di tutto una vocazione? Perché chi si rivolge a un medico non cerca solo una prescrizione o una dimissione veloce. Cerca qualcuno che ascolti davvero, che indaghi, che non si arrenda alla spiegazione più semplice quando una risposta non è immediata. Quando questo non accade, quando il paziente si sente trattato con sufficienza o quando il suo dolore viene ridotto a stress o ansia senza reali approfondimenti, il risultato è uno solo: la perdita di fiducia».

I VIAGGI DELLA SPERANZA E IL CROLLO DEL RAPPORTO MEDICO-PAZIENTE

«È proprio da esperienze come questa – conclude il lettore – che nasce una domanda sempre più diffusa: perché tanti pazienti del Sud scelgono di curarsi altrove? Viaggi della speranza verso altre regioni, spese economiche importanti e sacrifici personali non nascono solo dalla ricerca di tecnologie più avanzate, ma spesso dalla necessità di sentirsi ascoltati e presi sul serio. La medicina, prima ancora che una professione, dovrebbe essere una responsabilità morale verso chi soffre. Quando questa dimensione umana viene meno, il danno non è soltanto sanitario: diventa sociale. Forse è arrivato il momento di porsi seriamente una domanda: il sistema sanitario sta davvero mettendo al centro il paziente, oppure sta diventando sempre più un meccanismo in cui la fretta e la gestione dei posti letto rischiano di avere la priorità sulla cura?».

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