“Possiamo farlo a qualsiasi Paese”: da Nuland a Guilfoyle, quando Washington prova a cambiare i governi stranieri
- Postato il 2 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Un'indiscrezione rivela come funzionari americani potrebbero interferire negli assetti politici internazionali. Durante una cena ad Atene, l'ambasciatrice USA in Grecia avrebbe suggerito la possibilità di influenzare i governi stranieri, rispondendo a obiezioni sulla legittimità democratica con affermazioni sulla capacità americana di intervenire ovunque. L'episodio si inserisce in una lunga tradizione di pressioni diplomatiche statunitensi.
Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.
A marzo, durante una cena ad Atene, l’ambasciatrice americana in Grecia Kimberly Guilfoyle avrebbe evocato l’imminente caduta del governo in Romania – poi verificatasi a maggio – e, al ministro greco dell’Energia Stavros Papastavrou che le ricordava come il governo fosse stato eletto dal popolo, la diplomatica statunitense avrebbe risposto: “Possiamo farlo a qualsiasi Paese vogliamo. Possiamo farlo anche qui”. Quello raccontato il 25 settembre dal Wall Street Journal che ha come protagonista l’ex fidanzata di Donald Trump Jr , elevata al rango di rappresentante diplomatica dal suocero, è l’ultimo di una lunga serie di casi in cui negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno esercitato ingerenze di varia natura per favorire la caduta di questo o quel governo o orientarne la nascita in base al proprio interesse.
Sorvolando sul Venezuela, dove la rimozione di Nicolàs Maduro è arrivata manu militari, il più celebre tra quelli recenti è il cosiddetto caso Nuland. Nel dicembre 2013, nel pieno delle proteste di Maidan, l’allora sottosegretaria di Stato Usa per gli Affari europei dichiarò pubblicamente che avrebbe incontrato “rappresentanti del governo”, “l’opposizione” e “la società civile” ucraina. Il 6 febbraio trapelò sui giornali una sua telefonata con l’ambasciatore Usa a Kiev Geoffrey Pyatt nella quale i due discutevano su quali leader dell’opposizione avrebbero dovuto entrare nel futuro governo. Pyatt faceva il nome di Vitali Klitschko, Nuland rispondeva che non lo riteneva adatto e proponeva invece Arseniy Yatsenyuk: “Penso che Yats sia l’uomo che ha l’esperienza economica e l’esperienza di governo”. Quando Pyatt osservava che l’Unione europea avrebbe dovuto avere un ruolo nell’iniziativa diplomatica, Nuland replicava con un’espressione rimasta famosa: “Fuck the EU“. La diplomatica si scusò con l’Ue, ma il meccanismo era innescato. Il 27 gennaio il Dipartimento di Stato confermava pubblicamente che ambasciatore e funzionari Usa incontravano regolarmente governo, opposizione e società civile. Il 3 marzo, dopo la fuga di Viktor Janukovyč, Nuland dichiarò che Washington sosteneva il nuovo “governo di transizione” formato il 27 febbraio 2014 con Yatsenyuk come primo ministro.
Il caso più recente risale alla fine dello scorso anno. Il 22 gennaio, il Washington Post ha pubblicato la registrazione di una riunione riservata avvenuta il 1° dicembre 2025 all’interno dell’ambasciata statunitense di Dhaka. Seduti al tavolo c’erano un diplomatico americano e alcune giornaliste locali. Poche settimane prima, a novembre, un tribunale del nuovo governo provvisorio aveva condannato a morte Sheikh Hasina, prima ministra che aveva guidato il Bangladesh con il pugno di ferro per ben 15 anni e fuggita all’estero nel 2024 in seguito e un’ondata di violentissime proteste studentesche. Durante il colloquio, il funzionario Usa prevedeva una forte crescita elettorale per il Jamaat-e-Islami, un partito islamista radicale che in passato era stato bandito proprio dal governo di Hasina. Senza troppi giri di parole, il diplomatico spiegava dicendo: “Vogliamo che siano nostri amici”, spiegava il diplomatico illustrando la strategia americana e chiedendo alle giornaliste: “Potete parlare con loro? Verranno nelle vostre trasmissioni?”. Di fronte alle croniste che gli facevano notare che il partito avrebbe potuto imporre la sharia, la legge islamica tradizionale, il diplomatico ha minimizzato: “Semplicemente non credo che il Jamaat possa imporre la sharia”, ricordando senza giri di parole che Washington avrebbe mantenuto il controllo del governo grazie ai dazi: “Se lo facessero, il giorno dopo applicheremmo loro tariffe doganali al 100%“. Scoppiato il caso, l’ambasciata si è difesa definendo l’incontro una discussione informale e negando di voler favorire una fazione politica.
In Pakistan la pressione americana si è fatta ancora più diretta. Il destinatario delle attenzioni di Washington è stato Imran Khan, ex stella del cricket diventato primo ministro con un’agenda fortemente nazionalista e critica verso l’Occidente, volato a Mosca per incontrare Vladimir Putin nelle stesse ore in cui la Russia invadeva l’Ucraina nel 2022. Il 7 marzo, l’ambasciatore pakistano a Washington, Asad Majeed Khan, ha incontrato Donald Lu, il numero due del Dipartimento di Stato americano per l’Asia meridionale. Il resoconto segreto di quel colloquio (un cablogramma diplomatico noto come “Cipher“), pubblicato dalla testata giornalistica The Intercept, rivela parole pesantissime. Lu collegò esplicitamente il gelo nei rapporti con Islamabad alla visita di Khan a Mosca, affermando: “Penso che se il voto di sfiducia contro il Primo Ministro avrà successo, a Washington tutto sarà perdonato“. In caso contrario, aggiunse il funzionario, “credo che l’isolamento del Primo Ministro da parte dell’Europa e degli Stati Uniti diventerà molto forte”. Appena un mese dopo, il 10 aprile, Khan venne sfiduciato dal parlamento e rimosso dal potere.
Quello che accadde in Bolivia nel 2019 si muove su un terreno ancora più ambiguo. Evo Morales, primo presidente indigeno della Bolivia e leader socialista di lungo corso, vinse le elezioni presidenziali il 20 ottobre garantendosi il quarto mandato consecutivo, scatenando forti proteste da parte delle opposizioni che gridavano alla frode. L’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), organismo internazionale storicamente molto vicino agli interessi geopolitici e ai finanziamenti di Washington denunciò immediatamente anomalie nel conteggio dei voti, pubblicando un rapporto in cui si parlava apertamente di “manipolazione intenzionale” e “gravi irregolarità” mirate ad alterare il volere delle urne. La presa di posizione diede il via libera definitivo alle proteste e all’ammutinamento della polizia, culminato quando il capo delle forze armate “suggerì” a Morales di farsi da parte. Il presidente si dimise il 10 novembre per evitare un bagno di sangue e fuggì in esilio. Successivamente, però, autorevoli studi scientifici indipendenti — tra cui quelli del Center for Economic and Policy Research (CEPR) e di alcuni ricercatori legati al MIT di Boston — hanno smontato i dati dell’OAS, dimostrando che l’analisi statistica dell’organizzazione era viziata da errori macroscopici e che aveva di fatto legittimato quello che a tutti gli effetti era parso come un colpo di stato geopolitico.
Ne sa qualcosa anche Bashar al-Assad, salito al potere nel 2000 in Siria succedendo al padre e da sempre alleato di ferro di Iran e Russia, i storici nemici di Washington in Medio Oriente. Il 13 dicembre 2006, William Roebuck, allora incaricato d’affari dell’ambasciata americana a Damasco, inviò a Washington un cablogramma segreto intitolato “Influenzare il governo siriano alla fine del 2006”. Il testo non parlava apertamente di mandare le truppe per rovesciare Assad, ma somigliava a un manuale per destabilizzare il Paese dall’interno. Il suo punto debole, spiegava Roebuck, risiedeva nel modo impulsivo in cui Assad reagiva alle crisi. Di conseguenza, suggeriva che gli Stati Uniti coordinassero “azioni, dichiarazioni e segnali” capaci di provocare forti paranoie di golpe all’interno del regime. Per fare questo, il diplomatico proponeva di finanziare segretamente i media dell’opposizione e di utilizzare “mezzi più indiretti per inviare messaggi che influenzino la cerchia ristretta” del presidente, gettando i semi del logoramento politico che avrebbero poi infiammato la regione ben prima che la Siria sprofondasse nella guerra civile del 2011.
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