Pogacar oltre il cannibalismo: è il più grande di tutti i tempi
- Postato il 27 luglio 2026
- Sport
- Di Libero Quotidiano
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Pogacar oltre il cannibalismo: è il più grande di tutti i tempi
Cinque Tour non fanno ancora un primato, ma a 27 anni ne sono l’anticamera. Tadej Pogacar entra a Parigi nella stanza occupata da Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain e guarda già oltre. Il quinto Tour, terzo consecutivo dopo i trionfi del 2020, 2021, 2024 e 2025, ne fa il più giovane pentacampione e lo consegna alla leggenda con la naturalezza quasi sadica di chi trasforma la fatica altrui nel proprio divertimento. Merckx era il Cannibale. Per Pogacar servirà un’altra parola: il cannibalismo sembra perfino una forma moderata di appetito.
I numeri dicono parità, il modo racconta una gerarchia diversa.
Anquetil conquistò il quinto Tour nel 1964, a 30 anni, con 55 secondi di vantaggio. Merckx nel 1974, a 29, lasciò Poulidor a oltre otto minuti vincendo otto tappe. Hinault arrivò a quota cinque nel 1985, trentenne e con il naso fratturato; Indurain nel 1995, a 31 anni, completò cinque successi consecutivi costruiti nelle cronometro. Pogacar è tanto altro: attacca in salita, vince contro il tempo, sprinta, conquista le classiche e affronta ogni traguardo come fosse il primo. La facilità non sta soltanto nei 6’26” lasciati a Evenepoel, ma nella sensazione che avrebbe potuto allargare il divario a piacimento.
È questo il punto che sfugge a chi considera la sua superiorità un difetto del ciclismo contemporaneo. Non è il Tour a essere troppo debole: è Pogacar a essere troppo forte. Dietro non ci sono comparse, ma Vingegaard, vincitore nel 2022 e 2023 e fermato da una caduta; Evenepoel, campione olimpico e mondiale; talenti come Del Toro e Seixas. La corsa non è povera di avversari, è ricca di un corridore fuori scala. Come spesso accade, invece di riconoscere l’eccezione si svaluta chi la circonda. Pogacar ha tolto ossigeno al Tour, vincendo cinque tappe e trasformando l’Alpe d’Huez nel manifesto della propria onnipotenza. Eppure, il giorno seguente, ha rinunciato a un’altra esibizione per restare accanto a Del Toro, difenderne podio e maglia bianca e lavorare da gregario. Il più feroce quando corre sa essere anche il più generoso quando può scegliere. Il Re Sole del ciclismo.
A Parigi, però, è tornato cacciatore. Pur con tre settimane nelle gambe e il quinto Tour già al sicuro, anziché godersi la passerella ha attaccato sulla Butte Montmartre insieme a Mathieu van der Poel e ci ha provato fino agli ultimi 500 metri degli Champs-Elysees. Poi l’olandese ha continuato da solo, resistendo fino al traguardo al treno del gruppo lanciato a quasi 60 km/h: un campione tra i campioni. Quell’ultimo chilometro racconta la grandezza del ciclismo che stiamo vedendo: il dominatore dei grandi giri corre la tappa celebrativa come una classica, il re delle classiche sfida e batte il plotone degli sprinter. Pogacar non sminuisce gli altri, li esalta; per provare a fermarlo sono costretti a superare se stessi.
Per questo il dibattito sul più grande di sempre può già considerarsi chiuso. Merckx conserva un palmares sterminato, ma nessuno ha mostrato la completezza di Pogacar nell’era della specializzazione esasperata e degli avversari preparati al millimetro. Lo sloveno ha già unito Tour, Giro, Mondiali e Monumenti, vincendo su pietre, salite e cronometro. E lo ha fatto prima dei 28 anni. Restano i fischi lungo le strade francesi, la parte più meschina del Tour. Fischiare chi bara è legittimo; fischiare chi vince perché è troppo bravo è invidia travestita da passione. Enzo Ferrari diceva che gli italiani perdonano tutto tranne il successo. Evidentemente vale anche oltre le Alpi. Sono trascorsi quasi ottant’anni dal Tour di Bartali del 1948 e, parafrasando Paolo Conte, i francesi continuano ancora ad incazzarsi.
Ora a Pogacar manca un solo Tour per restare da solo in cima. I sette di Armstrong non esistono più, cancellati nel 2012 insieme alla menzogna che li aveva prodotti. Nessuno tra Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain è riuscito a vincere il sesto: tutti si sono fermati davanti a quella porta. Pogacar potrà aprirla già a 28 anni, ma non serve aspettare un’altra estate: il quinto Tour non lo ha reso uno dei più grandi, ha certificato che è il più grande. Il Cannibale divorava le corse, Pogacar sembra divorare perfino i limiti della storia.