Pietro Zantonini morto sul lavoro al cantiere delle Olimpiadi invernali: per chi governa il potere politico?

  • Postato il 13 gennaio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Era un padre di famiglia andato lontano per lavorare”. Sono le parole scelte da Antonio, il fratello di Pietro Zantonini, 55 anni, morto sul lavoro intorno alle due di giovedì 8 gennaio, stroncato verosimilmente dal gelo di una notte in cui i termometri hanno fatto segnare anche -12°C. L’hanno trovato sulla sua postazione, un gabbiotto prefabbricato delle dimensioni di una cabina telefonica, da cui doveva uscire ogni due ore per monitorare il cantiere dello stadio del ghiaccio in costruzione per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

In quelle poche parole di Antonio c’è un pezzo dell’identità di Pietro: genitore di un ragazzo ventenne, cresciuto con la moglie Maria; emigrante meridionale; lavoratore.

In passato Pietro aveva lavorato come steward allo stadio; poi, da settembre 2025 era arrivato a Cortina d’Ampezzo (Belluno) per fare il vigilante presso i cantieri delle imminenti Olimpiadi invernali. Un contratto precario con la SS Security and Bodyguard, a tempo determinato, già rinnovatogli una volta, e che sarebbe scaduto il 31 gennaio, a meno di una settimana dall’inaugurazione dei Giochi olimpici.

Il contratto prevedeva orari impossibili e presumibilmente una paga, stando ai Ccnl del settore vigilanza, da fame. “Pietro ripeteva di non riuscire più a sostenere turni così lunghi in notturna: parliamo di servizi di vigilanza che andavano dalle 19 di sera alle 7 del mattino seguente e si articolavano in postazione all’interno di uno gabbiotto delle dimensioni dei bagni chimici, riscaldato solo da una stufetta, e ronde in esterna ogni due ore per monitorare i cantieri. La sera in cui è morto la temperatura a Cortina era di -15°C”, ha riferito il legale della famiglia, l’avvocato Dragone. A differenza di altri suoi colleghi che quel lavoro l’avevano lasciato proprio a causa delle pessime condizioni, Pietro “cercava di resistere, perché quel lavoro gli consentiva di mantenere la sua famiglia”.

Perché un uomo di 55 anni si trasferisce a più di mille km da casa, dalla sua Brindisi, per portare a casa circa 5€ l’ora, sgobbando in condizioni che dire proibitive è un eufemismo? Perché oltre la libertà formale, esiste la costrizione sostanziale. Troppi devono decidere tra la fame vera e propria e un salario da fame. “È il mercato”, affermerà qualcuno. “Libera scelta”, la definirà qualcun altro. “Ricatto”, dico io. Reso ancor più pressante da un potere politico – anche locale – che non agisce nell’interesse dei Pietro.

Il ruolo del potere politico dovrebbe essere quello di liberarci dal bisogno. Il potere politico dovrebbe concretamente agire per liberare i Pietro dal bisogno di emigrare, da quello di accettare salari da fame a migliaia di km da casa, da quello di dover subire condizioni pericolose perché non c’è di meglio o perché se parli il contratto non ti viene rinnovato (o vieni licenziato). Dare potere e libertà ai lavoratori e alle lavoratrici. Ma c’è una contraddizione: se non abbiamo più bisogni impellenti, siamo meno ricattabili.

Se ho fame, sarò disposto a tutto per saziarla. Non a caso una famosa ristoratrice stellata di Milano qualche tempo fa se ne uscì, rivolta ai giovani, con un famoso “dobbiamo metterli alla fame”, lamentandosi di non riuscire a trovare dipendenti a causa del reddito di cittadinanza. E proprio l’abolizione del RdC ha funzionato come un attacco alla libertà di centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese: se prima potevano permettersi di rifiutare salari da fame e condizioni pessime, perché comunque potevano contare su un sostegno per mettere il piatto a tavola, oggi sono nuovamente costrette ad abbassare la testa, accettare qualunque cosa, tacere e obbedire.

Anziché combattere il mare di precarietà in cui sono costretti a nuotare lavoratori e lavoratrici, i governi che si sono succeduti non hanno fatto altro che cristallizzarla. O, peggio, iniettare nel sistema dosi sempre più pesanti, con il Jobs Act di renziana memoria che ancora si erge come “colonna infame”. Anziché introdurre un salario minimo di almeno 10€ l’ora, la maggioranza di ultradestra sta provando ripetutamente a dare una mano alle imprese del settore vigilanza, elaborando norme che permetterebbero loro di risparmiare un bel po’ di soldini nel caso un giudice – come accaduto a Milano e Firenze – dovesse deliberare incostituzionali gli stessi Ccnl perché prevedono paghe al di sotto della soglia di povertà.

Nella storia di Pietro c’è di più. Il potere mediatico produce spesso una narrazione secondo cui Lusso e Grandi eventi sarebbero un toccasana per tutta la società. Secondo la “teoria dello sgocciolamento”, dovremmo dare loro il benvenuto, perché produrrebbero occupazione – e quindi redditi – che “sgocciolerebbero” gradualmente verso le classi popolari, apportando benefici a tutti. La storia di Pietro è nella sua tragicità la smentita più netta di questa pseudo-teoria che serve solo a giustificare l’aumento delle diseguaglianze, spacciandole come un vantaggio per tutti.

Pietro che lavorava per un salario da fame nella ricchissima Cortina; Pietro che è morto al freddo e al gelo; Pietro che per molti rimarrà solo un numero sacrificato (e sacrificabile) sull’altare dei “circenses” che arricchiranno pochi a danno di molti. La domanda è sempre la stessa: per chi governa il potere politico? Con gli occhi di chi guarda e racconta il mondo il potere mediatico? La risposta è anche in questa tragedia: non per i troppi Pietro che affollano la nostra Italia.

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Il Fatto Quotidiano

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