Phisikk du role – Il velo dell’ignoranza: una legge elettorale di 80 anni fa
- Postato il 31 maggio 2026
- Politica
- Di Formiche
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Martedì due giugno saranno passati ottant’anni dall’avvento della Repubblica, l’unica e sola, e dell’Assemblea Costituente. Anche i nostri Padri (e nonni) dovettero misurarsi con la legge elettorale che oggi così tanto sembra appassionare i posteri, al punto da cambiarne una ad ogni nuovo governo, o quasi. Le regole per il voto dell’Assemblea le fece la Consulta Nazionale, una specie di parlamento consultivo, nominato nel 1945 dal governo su indicazione dei partiti antifascisti e dell’associazionismo più rilevante per coadiuvare l’esecutivo su tematiche centrali, come bilancio, trattati internazionali e, appunto, legge elettorale.
I consultori agirono con il sano “velo dell’ignoranza” su come sarebbe andata a finire, visto che non si era mai votato col suffragio universale, da vent’anni c’era desuetudine alla libertà e i sondaggi demoscopici non si usavano ancora. Insomma: non si sapeva come sarebbe andata a finire, per cui si scelse lo strumento elettorale più pulito e democratico che esista, il proporzionale con voto di preferenza, per consentire che i nuovi elettori potessero scegliere non solo la lista (e dunque il partito) più vicino alle loro idee, ma anche le persone più idonee a rappresentarle nelle aule parlamentari. Il governo sarebbe andato così alla maggioranza parlamentare scaturita dalle urne.
Il sistema proporzionale, com’è noto, non regala niente a nessuno: la percentuale di voti conquistata dalla lista sarà la percentuale di seggi che prenderà nell’assemblea elettiva. L’Assemblea costituente, quando la gente poteva scegliersi il suo rappresentante, venne composta dal 95% di laureati (oggi i laureati in Parlamento sono il 76%), a fronte di una popolazione che per il 45% era analfabeta o illetterata e i solo poco meno dell’1% aveva conseguito la laurea. Si trattò, dunque, di gente all’altezza del compito potente che la storia aveva preparato per loro. E che svolsero alla grande. Il sistema proporzionale col voto di preferenza funzionò e per questo restò nei successivi 47 anni la regola per garantire la rappresentanza, fino alla caduta del Muro di Berlino e al nostro rinculo tangentopolese.
Ancora una volta, la quinta da quando si cancellò il sistema proporzionale per sostituirlo col maggioritario (1993), si prepara una nuova legge elettorale, voluta dal centro-destra al governo. Considerato che il nostro sistema non prevede maggioranze più onerose di quelle necessarie per approvare una legge ordinaria- circostanza che, invece di spingere al rimedio, perché una legge elettorale è quanto di più importante possa esistere nel sistema costituzionale, sembra non interessare un fico secco manco all’opposizione. Ed è molto probabile che la premier porti a casa la legge che vuole con la maggioranza che ha. Potremmo ragionare minutamente sulle tecnicalità di un testo, ma non lo faremo.
Ricordiamo soltanto che l’ultima bozza presentata nei giorni scorsi ha punti di criticità indubbi, come un premio di maggioranza del 17,5% per la coalizione che superi il 42%, il quale fatto, vista anche la diserzione delle urne ormai intorno al 60%, significa che un’alleanza di poco più del 25% dei consensi potrebbe portare a casa quasi il 60% dei seggi; inoltre continua ad ignorare il voto di preferenza, lasciando ai capi bastone il diritto di cooptare in parlamento chi gli pare, mentre rispunta l’indicazione del capo della coalizione. Vorremmo rilevare, tuttavia, una certa assonanza tra le aspettative di risultato elettorale di ottant’anni fa e di oggi.
Anche oggi, così come allora, non era per niente chiaro come sarebbe andata a finire: eravamo al voto per la prima volta e la polarizzazione non era solo una postura più o meno pretestuosa, come talvolta accade oggi giocando a fare la faccia truce tra nemici irriducibili, ma era ideologica, con una divaricazione incolmabile tra visioni che vedevano da un lato la liberaldemocrazia e dall’altro il socialcomunismo. Si scelse, a garanzia di tutti, il proporzionale nudo e crudo: tanto il popolo sovrano ti dà, tanto sarà la tua rappresentanza, scelta anche con i nomi e cognomi degli eletti dalla gente e non dai capi.
L’anno prossimo andremo a votare e, nonostante l’ausilio delle scienze demoscopiche, nessuno parte con la vittoria in tasca. Di più: la destra vede eroso il suo campo dall’affacciarsi di Vannacci che col suo 3-4% rischia di diventare indispensabile, mettendo in crisi la strategia della Meloni che tende a recuperare consensi dall’area moderata, spaventata, invece, dall’ex generale. Non sta molto meglio la sinistra, che non solo si presenta come sinistra/sinistra senza appeal nei confronti dell’area centrista, ma non riesce a recuperare pezzi necessari, come Azione di Calenda, indispensabili per competere ad armi pari.
A questo punto, visto pure che vengono cancellati i collegi uninominali, risorsa per le coalizioni, e che la proposta della destra prevede che se nessuno raggiunge il 42% si va col sistema proporzionale, perché non andarci da subito? Col proporzionale ognuno si porta a casa ciò che il popolo gli riconosce e la maggioranza di governo la si cerca in Parlamento. Come si è fatto sempre, fino a che non abbiamo voluto, nel 1993, fare gli americani. Ma, come diceva Carosone, siamo nati in Italy e il maggioritario non è per noi.