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Perché per me il ko degli Azzurri, così come il disagio giovanile, ci parla di scarsi investimenti sulle nuove generazioni

  • Postato il 2 aprile 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Perché per me il ko degli Azzurri, così come il disagio giovanile, ci parla di scarsi investimenti sulle nuove generazioni

di Stefano Borioni*

Per la terza volta l’Italia resta fuori dai mondiali. La sconfitta, però, al di là dell’amarezza, apre una riflessione che va oltre il risultato: ci parla di come, a volte, pur avendo grandi obiettivi, finiamo per impantanarci. Ci parla dello stallo, di qualcosa che non riguarda solo il risultato ma può essere letto con maggiore profondità, alla luce dei processi che lo precedono.

Quando un Paese smette d’investire nei vivai perde non solo risorse e competenze, ma anche i legami tra le generazioni. I giovani smettono di essere percepiti come apprendisti, risorse, futuro, e diventano strumenti o schermi su cui gli adulti proiettano ansie, frustrazioni, parti non riconosciute di loro stessi. Chi parla più di loro che con loro li descrive spesso come svogliati, incostanti, distratti dai cellulari. Ma è la realtà? O stiamo banalizzando un processo relazionale più complesso?

Dopo la pandemia, tra i più ragazzi ansia e depressione sono aumentate significativamente. Un disagio che avrebbe richiesto il rafforzamento dei contesti di supporto, ma che – almeno dal mio osservatorio clinico – è stato accolto in modo opposto: maggiore pressione, focus sulla performance, meno spazio per la crescita e più fretta di vedere i risultati. Spingere solo sulla prestazione, in qualsiasi contesto, genera però ansia e competizione, non talento. Specie in un contesto sociale che vuole il risultato da ostentare e lo vuole quanto prima; vuole il tormentone dell’estate, non il genio di Mozart.

La vittoria ai mondiali del 1982 non fu un miracolo, ma il frutto di un ecosistema capace di far crescere percorsi di formazione. Nel cinema Fellini conviveva con giovani talenti come Moretti e Salvatores; nella musica Dalla, Paoli, De Gregori, Battiato e De André erano quarantenni che facevano cose straordinarie in modo sorprendentemente normale. Non c’erano talent show, ma – guarda un po’- c’erano i talenti.

Non si tratta di nostalgia, ma di osservare una dinamica allora quotidiana che è rimasta viva finché non è stata progressivamente erosa dall’interno: esistevano – in ogni ambito – filiere capaci di sostenere il tempo della formazione, dell’errore, della complessità, dell’evoluzione del talento. Oggi molti bambini arrivano a scuola già capaci di leggere e scrivere, ma spesso, per decisione dell’adulto, sono portati a rinunciare al gioco fine a se stesso, all’errore, alla noia, all’ozio necessario a pensare. Sono portati a rinunciare a quei passaggi che, da adulti, diventeranno introspezione.

Una dinamica che, in parte, si riflette anche nelle relazioni tossiche, nell’ego ipertrofico mascherato d’autostima, nella dipendenza affettiva, nella crescente e sfaccettata violenza che troppo spesso sfocia nei femminicidi. Eppure, anche qui, la risposta collettiva resta inutilmente rituale: indignazione intensa e breve, poi silenzio. Perché non investire nell’educazione sentimentale, nell’insegnare a riconoscere la tossicità, a tollerare il rifiuto, la fine di un legame? Senza questi passaggi, il problema resta intatto e la ripetizione inevitabile.

La crescita non è solo un processo intrapsichico: è il prodotto di contesti relazionali che sostengono, rispecchiano e accompagnano. Quando questi vengono meno, ciò che emerge non è solo fragilità, ma difficoltà a integrare parti di sé nelle relazioni stesse.

In questo senso, la sconfitta calcistica ha un grande pregio: ci permette, se vogliamo, di vedere. Come in un quadro impressionista da vicino emergono solo pennellate scomposte, ma facendo un passo indietro si scorge la forma, la dinamica, il contesto. E tutto questo, forse ci riguarda più di una partita, più di quanto vorremmo ammettere.

*Psicologo e Psicoterapeuta ad indirizzo Psicoanalitico

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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