Perché Montale non comprese Luigi Pirandello accogliendo la posizione di Benedetto Croce


di Pierfranco Bruni

La letteratura del Novecento, quella che attraversa il Risorgimento, il Romanticismo, il periodo prefascista, fascista e postfascista, ha vissuto una stagione assai articolata e, al tempo stesso, una stagione di grandi scontri, sia alla fine dell’Ottocento – si pensi alla questione della lingua – sia all’inizio del Novecento, periodo caratterizzato dal dibattito tra gli intellettuali e dall’interventismo culturale in relazione alla Grande Guerra. Furono anni che aprirono a una dialettica molto singolare.


Non è vero che in letteratura, o nella cultura in senso generale, vi sia stata una forma autoritaria. Gli intellettuali erano liberi di esprimersi, tanto è vero che molti di loro chiesero autonomamente la tessera del Partito Nazionalfascista e che la maggior parte firmò articoli su giornali e riviste i cui direttori o le cui redazioni erano rette da uomini di cultura molto vicini al fascismo, se non addirittura fascisti. Penso soprattutto alla rivista Primato, che ospitò numerosi intellettuali i quali, immediatamente dopo, divennero antifascisti.
La dialettica fu dunque un fatto importante, ma da essa si passò successivamente a una visione nella quale il senso e il significato dell’ambiguità divennero tangibili.

La posizione di Benedetto Croce fu inizialmente ambivalente, successivamente ancorata al Manifesto antifascista, ma sempre vicina a una dimensione liberale. La sua rivista Estetica (1903) aprì prospettive decisive nel dibattito intorno al concetto di poesia. Su questo tema si esprimeranno, in seguito, molti poeti, parecchi dei quali assumeranno una doppia visione: pur condividendo l’estetica crociana e superando la visione della Ronda di Cardarelli, daranno al tempo stesso il loro contributo alla rivista Primato, diretta, tra gli altri, da Giuseppe Bottai.


Anche Eugenio Montale contribuirà alle tesi crociane, partecipando al dibattito sull’Ermetismo promosso proprio da Primato. I primi articoli sul concetto di Ermetismo e sulla sua funzione negli anni Trenta sono scritti da Montale e pubblicati sulla rivista. In quel periodo l’ambiguità e l’ambivalenza di scrittori, poeti e intellettuali diventano una sorta di gioco a rimpiattino, una contraddizione di fondo. Sposare la tesi di Croce significava, e ha significato, assumere una posizione anche nei confronti di tutti coloro che Croce non amava.


Il punto nevralgico sta proprio qui. Un conto è accettare la tesi crociana sull’estetica della poesia, sul rapporto tra poesia e non poesia; un conto è sposarne integralmente la posizione, rinunciando a una chiave di interpretazione autonoma. In questo senso, soprattutto per alcuni poeti, l’autonomia da Croce sarebbe stata doverosa e opportuna. Montale, invece, rimane ancorato a questa dimensione, dimostrando addirittura di accettare la posizione crociana contro Pirandello.

La posizione di Eugenio Montale nei confronti di Pirandello rivela come egli non abbia mai elaborato un giudizio personale, accogliendo invece la valutazione di Croce senza una propria verifica critica. È questa la leggerezza di Montale dal punto di vista critico. Com’è possibile che il poeta più impoetico del Novecento abbia potuto esprimersi con le parole di Croce contro Pirandello?


In un saggio dal titolo L’estetica e la critica, apparso inizialmente sulla rivista Il Mondo (n. 50, Firenze, 11 dicembre 1962, p. 3), Montale osserva:
«…A volte l’immedesimazione gli riesce impossibile; come nel caso del Kleist, questo strano poeta perfettamente traducibile, che spinge l’obiettivazione del suo mondo fino a un’apparente freddezza e gratuità (è certo la figura dell’uomo Kleist incapace di comporre in armonia i suoi dissidi doveva riuscire ostica a Croce); come nel caso del Pirandello, che per lui doveva appartenere alla classe degli “pseudo poeti filosofanti”, il che era parzialmente vero».
Kleist, drammaturgo, poeta e scrittore tedesco – Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist – fu figura tragica e inquieta, nella vita come nell’opera. Si suicidò il 21 novembre 1811, nei pressi di Berlino, insieme a Henriette Vogel. Nato a Francoforte sull’Oder il 18 ottobre 1777, è uno dei poeti della ricerca inquieta di una felicità mai conosciuta. Sia Croce sia Montale risultano lontani, per esperienza esistenziale e conoscenza tragica, dall’universo di Kleist e di Pirandello.


Quel “parzialmente vero”, accolto da Montale, costituisce una sfaccettatura particolarmente ostica nei confronti di Pirandello. Siamo nel 1962, in un periodo in cui Montale avrebbe potuto esercitare una piena autonomia di pensiero rispetto a Croce. Al contrario, il testo appare ancora profondamente segnato dall’ostilità crociana verso il rapporto tra poesia e filosofia.
Il legame tra poesia e filosofia verrà ricomposto successivamente da María Zambrano.

Ricucendo questa frattura, la filosofa spagnola riconnette il processo filosofico, inteso come pensiero, con il processo poetico, inteso come immaginario creativo. L’immaginario attraversa il pensiero, lo supera e resta creatività, fantasia, arte.


La posizione di Croce, mutuata parzialmente da Montale, diventa così una questione conturbante. Se poteva avere una giustificazione dialettica negli anni Trenta e Quaranta, appare anacronistica negli anni Sessanta, dominati dalla sperimentazione e dalla neoavanguardia. Definire Luigi Pirandello “pseudo poeta filosofante” significa, di fatto, distruggere l’intera sua opera.

E che cos’è l’opera di Pirandello? È un sistema complesso di connessioni tra poesia e filosofia. Non solo le liriche di Mal giocondo, ma l’intera opera narrativa e teatrale, dove la parola, il dialogo e il linguaggio diventano strumenti di una visione filosofica incarnata nella poesia dei personaggi.


Il fu Mattia Pascal è il primo romanzo che pone in congiunzione l’immaginario poetico e quello filosofico, fino a Uno, nessuno e centomila del 1926. Liquidare tutto questo come “pseudo poesia” significa cancellare un percorso che coincide con il cuore stesso del Novecento.
La gravità di tale giudizio sta qui, anche se è una gravità priva di reale consistenza critica. Da ciò nasce l’esigenza di rileggere anche le prose di Montale per comprendere il rapporto tra la sua poesia e la sua scrittura saggistica.
Ho sempre considerato Montale il poeta più impoetico del Novecento, proprio perché ha introdotto nel linguaggio poetico una tensione prosastica. In questo senso è, per certi aspetti, l’ultimo epigono dell’Ottocento e porta con sé residui di una poetica romantica di primo Novecento.


Il “male di vivere”, concetto legato indissolubilmente al nome di Montale, è in realtà una visione filosofica della vita che rinvia a Baudelaire, ma soprattutto a Pirandello. Il Mal giocondo pirandelliano è la sintesi poetica di una metafisica dell’ironia, del dolore attraversato dal gioco.
Uscire dal male costruendolo come gioco significa rendere il dolore sopportabile. Questo intreccio tra “giocondo” e “giocando” lega Pirandello alla linea crepuscolare di Gozzano, Corazzini e Moretti. Montale recupera questo concetto e lo trasforma, passando per Baudelaire, nel “male di vivere”.


Qui sta la contraddizione di Montale: rifiuta il legame tra poesia e filosofia sul piano critico, ma lo assume integralmente nella propria poesia. Così tradisce Croce o ne fraintende la posizione.
Montale, filtrando Croce, riversa su Pirandello un sarcasmo che lo rende criticamente poco credibile. Pirandello aveva già superato quelle categorie in Uno, nessuno e centomila, nel teatro e ne I giganti della montagna. Montale scivola su Pirandello perché non comprende fino in fondo il nesso tra poesia e filosofia.


Questa non è una posizione contro Montale, ma una chiave di lettura per un Novecento non ancora sufficientemente interpretato, che necessita di riferimenti forti, trasparenti e non contraddittori.
Pirandello resta il grande filosofo dell’uomo e l’antropologo dei personaggi, che parlano attraverso un immaginario profondamente poetico. La sua dimensione onirica custodisce tracciati fondamentali per le generazioni future.
Montale non ha mai amato Pirandello. In Un panorama letterario, pubblicato su L’Ambrosiano (16 maggio 1928), riprendendo Croce, giudica eccessivo l’ottimismo di Crémieux nei confronti di Pirandello.


È questa la conclusione. Il poeta più impoetico del Novecento ha tentato anche la strada della critica letteraria, ma i suoi scritti critici oggi risultano privi di reale tenuta teorica. Conoscere resta, tuttavia, l’unica via per comprendere il legame profondo tra letteratura e vita.
Sottotitolo
Il punto nevralgico sta proprio in questo, nel fatto che accoglie la posizione dello stesso Croce; Montale rimane ancorato a questa dimensione dimostrando di accettare la posizione crociana contro Pirandello; il legame tra poesia e filosofia è un legame ricomposto successivamente da Maria Zambrano; Pirandello resta sempre il grande filosofo dell’uomo e l’antropologo dei personaggi.

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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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