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Perché Maria Zambrano occupa la vita del mio pensare

In sintesi

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Perché Maria Zambrano occupa la vita del mio pensare

Pierfranco Bruni 

Perché Maria Zambrano ha occupato e occupa la vita del mio pensare. Non è una domanda retorica, è una confessione che si fa fedeltà. Difendo la mia solitudine, e Zambrano è la sola che mi ha insegnato che difendere la solitudine non è fuggire il mondo, è trovare il luogo dove il mondo può essere ascoltato senza rumore. La solitudine non è isolamento, è custodia. Si può stare tra molti ed essere soli nel senso più alto, si può stare soli ed essere abitati da molti. Zambrano occupa il mio pensare perché ha dato nome alla mia solitudine, l’ha chiamata dimora, non prigione.

Perché ho scritto, perché scrivo. Ho scritto perché la parola è una disgregazione che lega il nostro essere al nostro tempo. La parola detta si disgrega nell’aria, cade, si spezza, si disperde, ma proprio disgregandosi ci lega al tempo che abitiamo, ci fa contemporanei della nostra ferita. Si scrive per la sconfitta subita. Questa frase di Zambrano che porto come un talismano, si scrive per la sconfitta subita, non per la vittoria esibita. Si scrive quando qualcosa in noi è stato sconfitto, una speranza, un amore, una città, e quella sconfitta chiede di non essere dimenticata, chiede di diventare parola che resta. Momenti e circostanze hanno fatto di me uno che scrive perché sconfitto, non perché vincitore, e la sconfitta non è rassegnazione, è conoscenza più profonda della vittoria.

Si scrive per trattenere le parole nel pensare. Le parole dette volano, le parole pensate si trattengono. Scrivere è l’atto di trattenere le parole nel pensare perché non cadano nel vuoto del chiacchiericcio. Le parole cadono, sì, cadono ogni giorno dalle bocche di tutti, cadono come foglie secche, ma nello scrivere si possono raccogliere prima che tocchino terra, si possono custodire nella loro potenza. Perché bisogna sempre riconciliare. Riconciliare la parola con il pensiero, il tempo con l’essere, la solitudine con la comunione. Zambrano occupa il mio pensare perché tutto il suo pensiero è riconciliazione, non sistema. Non divide, ricuce.

Le parole sono in potenza, il pensiero è potere. Questa è la distinzione che mi ha salvato dalla retorica. Le parole sono date a tutti, tutti parlano, tutti hanno parole, ma le parole in potenza non sono ancora pensiero. Il pensiero è potere perché è parola che ha trovato la sua fedeltà, parola che non si vende, che non si presta alla vanità. Si scrive e si scrive davvero solo quando le parole in potenza diventano pensiero in potere, quando smettono di essere rumore e diventano luce. Scrivere non è lo stesso del parlare. Parlare è necessario, è sociale, è scambio, ma scrivere è altro. Parlare appartiene al tempo che passa, scrivere appartiene al tempo che resta. La verità non emerge dalla parola, ma dal pensiero nello scrivere. Quante parole si dicono ogni giorno senza verità, quante verità tacciono perché non trovano scrittura. Il segreto dello scrittore è questo, stare nel pensiero finché la parola si fa vera, non cercare la parola brillante, cercare il pensiero fedele.

Fuori dal tempo. Ecco il vero della poesia. L’estasi. Zambrano mi ha insegnato che la poesia non è genere letterario, è uscita dal tempo, è istante che rompe la successione e rivela. Gli istanti sono la vera vita nella fedeltà perché svelano. Non viviamo nel tempo continuo, viviamo di istanti che si accendono, e quegli istanti sono fedeli perché non tradiscono, mostrano. Scrivere è attendere l’istante, custodirlo, inciderlo. Bisogna incidere, non scivolare. La scrittura contemporanea scivola, vuole piacere, vuole essere veloce. Incidere è altro, è lasciare segno, è ferire la pagina perché la pagina ferisca il lettore e lo svegli.

La solitudine è un segreto da scoprire e può diventare mistero. Svelare, rivelare. La solitudine è un segreto nel comunicare a se stessi. Non si è soli per mancanza degli altri, si è soli perché si è in colloquio con se stessi, e quel colloquio è segreto che può diventare mistero se custodito. Tutto ciò ha nobiltà. La nobiltà non è titolo, è custodia del segreto. Si può dominare lo scrivere. No, non si può. È un atto di fede. Chi crede di dominare lo scrivere scrive bene, ma non scrive vero. Lo scrivere vero si domina solo perdendosi, solo consegnandosi. È atto di fede perché si scrive senza sapere se la parola verrà, e si continua a scrivere anche quando non viene, per fedeltà.

Bisogna incontrare il destino. Scrivere ha bisogno di fedeltà. Non di talento, non di successo, di fedeltà. Coscienza e verità. La verità ha bisogno del silenzio. Chi cerca la verità non ha vanità, ma fedeltà. La vanità cerca la parola che brilla, la fedeltà cerca la parola che resta anche al buio. Bisogna superare le ombre che attanagliano il cammino, e le ombre sono molte, sono la prigionia delle passioni, sono l’invidia, la fretta, il voler dire tutto subito, il voler essere letti subito. Lo scrittore vero è oltre le menzogne, non perché sia puro, ma perché ha attraversato le proprie menzogne e le ha riconosciute.

La carità è sempre l’amore di Dio, San Paolo, la carità ci rende liberi. Zambrano, che era credente senza chiesa, mi ha insegnato che la carità non è bontà, è libertà. Solo chi ama senza possedere è libero, solo chi scrive senza possedere le parole è libero. Continuo a studiare e leggere Maria Zambrano perché la chiarezza è la via dei Beati. Non la chiarezza facile del giornalismo, ma la chiarezza che viene dopo aver attraversato il buio, la chiarezza che è trasparenza, non semplificazione. Oltre la prigionia delle passioni c’è una luce chiara, e quella luce è beata perché non acceca.

Il segreto dello scrittore è porsi. Porsi di fronte al foglio come ci si pone di fronte al destino, senza difese. Non bisogna cercare la parola, la parola è nel nascosto che si rivela allo scrittore fedele. Cercare la parola è vanità, attendere che si riveli dal nascosto è fedeltà. Perché continuo a leggere Maria Zambrano. Perché ogni volta che apro Claros del bosque, ogni volta che rileggo Filosofía y poesía, ritrovo la mia solitudine difesa, ritrovo il mio scrivere come atto di fede, ritrovo la mia sconfitta che diventa pensiero, ritrovo le parole che cadono e che nello scrivere trattengo, ritrovo il segreto che diventa mistero, ritrovo la carità che rende liberi, ritrovo la chiarezza dei Beati oltre le ombre. Zambrano occupa la vita del mio pensare perché non mi ha dato idee, mi ha dato un modo di stare nella solitudine senza disperarmi, di stare nella parola senza tradirla, di stare nel pensiero come potere che non domina ma illumina. In questa visione della luce c’è Aurora. Uscire nella notte restandoci con le schegge di luce che attraversano anche il pensiero. Perché siamo fatte di notte. L’importante è non restarci. La fedeltà è proprio qui. Gli dèi restano nella indefinibile immortalità ma gli uomini sanno. Gli uomini che sono stati toccati dalla fedeltà. Per questo non smetto di leggere Maria Zambrano. 
Ed eccola qui. Eccomi qui con il tempo di abitare.

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