Perché l’addio di Vannacci potrebbe essere un problema bello grande per la Lega
- Postato il 4 febbraio 2026
- Politica
- Di Blitz
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Così, dopo mille indiscrezioni, vere e false, il generale Vannacci ha lasciato la Lega. Fonda il suo partito, Futuro Nazionale, mollando Matteo Salvini che lo aveva “inventato” alla vigilia delle elezioni europee. Lo ricordate? Fu un boom vero e proprio dopo la pubblicazione del suo libro, “Il mondo al contrario”. Lo stesso Salvini dovette sudare proverbiali sette camicie, per convincere i suoi ad accettarlo. Una scommessa: la Lega non era ai massimi storici con le preferenze, anzi. Si doveva rischiare e il rischio valse la candela. Cinquecentomila persone scrissero il nome di Vannacci sulla scheda, il partito di via Bellerio si salvò e il generale divenne un personaggio che attirava il pubblico che lo adorava senza se e senza ma.
Oggi il ritornello è cambiato: Vannacci se n’è andato per conto suo pur essendo il numero due del Carroccio. Salvini si dice amareggiato e deluso, in fondo è come se lo avesse tradito suo figlio. Un novello Giulio Cesare con il generale nella parte di Bruto. “Tu quoque Vannacci, fili mi”. Una parte della Lega plaude (“Finalmente”, dice); un’altra è perplessa perché non si sa domani in che modo voteranno i “vannaccisti”. Eccolo il vero interrogativo che nasce adesso. “Lui se n’è sia andato chi se ne frega”, sostengono i nostalgici che pensano ancora al passato, quello di Umberto Bossi che predicava solo contro la Roma ladrona. Il problema è un altro: ci sarà domani un vero e proprio salasso, come quando i Grillini arrivarono addirittura a Palazzo Chigi? Chi è, invece, a favore di una idea più nazionalista che nordista non teme scossoni e ritiene che, dopo un primo tempo incerto, il “Futuro nazionale” non avrà più del due per cento diventando un altro cespuglio insignificante per la politica italiana. Vannacci è di tutt’altro avviso: è raggiante e per niente preoccupato: “Arriveremo al venti per cento e saremo l’ago della bilancia in Parlamento”, tuona. Indipendentemente da un ottimismo così sfrenato e poco veritiero, il problema esiste e sarebbe imperdonabile prenderlo sottogamba. La Lega è spiazzata, ma ancora di più lo è la maggioranza che si chiede dove andranno a finire i voti di questa nuova creatura politica.
Il problema non è tanto il futuro prossimo, il referendum tanto per essere chiari. Ma le elezioni politiche del 2027. Perché il 22 e il 23 marzo, gli ultras del generale non avranno dubbi e voteranno per il sì. Ma l’incognita è tutta nell’avvenire. Che cosa accadrà quando si dovrà scegliere tra destra e sinistra: per essere trasparenti al massimo se confermare la Meloni a Palazzo Chigi o se il “tradimento” avrà conseguenze irreversibili per l’attuale maggioranza?
Gli ultimi sondaggi non sono più sicuri al cento per cento: la differenza tra i due schieramenti non è così lontana. Molto dipenderà dal campo largo, cioè dalla unione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Perché se l’asse di sinistra voluta a tutti i costi dalla segretaria del Pd dovesse reggere si arriverebbe al traguardo basandosi sullo sprint come nelle gare ciclistiche. Un solo voto, con una nuova legge elettorale alle porte, potrebbe essere determinante.
Ecco perché, anche se ufficialmente non appare, la maggioranza un problema se lo pone. Dove andranno a finire i voti del generale? Rimarranno e confluiranno a destra oppure se ne staranno per conto loro pronti ad approfittare della situazione tanto da essere considerati l’ago della bilancia del futuro assetto politico? Non pensiamo che nella maggioranza non si ponga da oggi in poi questo problema. In via ufficiale gli esponenti di spicco della destra fanno spallucce quando gli si pone un interrogativo del genere. Ma la verità è che ad essere preoccupati non sono soltanto gli inquilini di via Bellerio, ma pure quelli che gravitano intorno e dentro Palazzo Chigi.
Da quel furbo che è (questo non lo si può negare) Vannacci non risponderà mai ad una domanda così specifica. Lascerà nel dubbio quei giornalisti che glielo chiedono, né più e né meno di quanto è accaduto quando si presentavano in casa Lega i primi scricchiolii. I più cattivi, ma forse i più “politici” dei parlamentari vanno al di là di qualsiasi banale progetto. “Il generale”, affermano, “si siederà sulla riva del fiume in attesa degli eventi”. Pronto a salire sul carro del vincitore al momento opportuno. Solo in questo modo riuscirà a strappare qualche poltrona importante entrando di prepotenza nel giro delle figure che contano. “Avete presente Matteo Renzi”, insistono le male lingue? “Non vogliamo fare previsioni azzardate, ma – come ripeteva spesso il grande Giulio Andreotti – a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.
Stando così le cose è evidente che la premier non alzi un dito sulla questione, ma è fuor di dubbio che ai suoi fedelissimi dirà di seguire la vicenda e magari andare a cena con Vannacci per chiedergli, fra un piatto di spaghetti all’amatriciana e un dolcissimo tiramisù, quali sono le sue intenzioni: rimarrà nell’ambito della destra di oggi o ne vorrà creare una nuova, diversa da quella più centrista di Giorgia Meloni? A fregarsi le mani sono ora il Pd e i suoi alleati. Quali di grazia? Comunque, l’opposizione deve attutire il colpo subito dagli incidenti di Torino: un vero e proprio uppercut al mento tale da stendere al tappeto l’avversario. Ma in politica tutto è possibile anche che il perdente si rialzi improvvisamente e sia lui a mettere KO chi era sull’orlo di una sicura vittoria.
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