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Perché la crisi di Hormuz non ha prodotto lo shock energetico che tutti aspettavano

  • Postato il 4 agosto 2026
  • Economia
  • Di Formiche
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In sintesi

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Perché la crisi di Hormuz non ha prodotto lo shock energetico che tutti aspettavano

Il 30 luglio il Brent viaggiava a 88 dollari al barile e il gas europeo TTF a 59 euro per megawattora. Sono numeri alti, ma non sono numeri da catastrofe: nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, il TTF superò i trecento euro. Eppure la contrazione dell’offerta che stiamo attraversando è, sulla carta, incomparabilmente più grave. Secondo gli economisti della Banca centrale europea la guerra in Medio Oriente ha sottratto ai mercati una media di quattordici milioni di barili al giorno, il quattordici per cento dell’offerta mondiale. La guerra in Ucraina, per confronto, ne ha sottratto uno.

Qualcosa è cambiato, e le conseguenze vanno ben oltre il Golfo.

Partiamo da come funziona una strozzatura. Lo Stretto di Hormuz è largo poco più di trenta chilometri nel punto più angusto e ci passano ogni giorno circa venti milioni di barili di petrolio, più quantità rilevanti di gas liquefatto. La sua importanza non è geografica ma funzionale: è un meccanismo di conversione della potenza. Consente cioè a un attore relativamente debole – missili anti-nave, mine, droni, piccole imbarcazioni veloci e soprattutto ambiguità sulle proprie intenzioni – di ottenere un effetto sistemico sproporzionato rispetto ai mezzi impiegati. Non serve affondare le petroliere: basta rendere incerto il passaggio perché i premi assicurativi salgano e i mercati scontino il rischio. Il chokepoint non è un luogo, è un moltiplicatore.

Per cinquant’anni quel moltiplicatore ha funzionato. Nel 2026 funziona molto meno, e la ragione, spiegano gli economisti di Francoforte, non ha nulla a che vedere con la deterrenza militare.

Il primo motivo è che il mercato del petrolio è entrato nel conflitto con un eccesso di offerta di circa due milioni e mezzo di barili al giorno, prodotto dal record dello shale americano e – passaggio meno intuitivo – dalla corsa cinese ai veicoli elettrici, che ha eroso la domanda di greggio proprio mentre l’offerta cresceva. Il secondo è che le scorte, quelle cinesi in particolare, erano a inizio 2026 assai più abbondanti che negli anni precedenti. Il terzo è la flessibilità della domanda asiatica, capace di riorientarsi su fornitori alternativi più in fretta del previsto.

Detto altrimenti: la transizione energetica e la ridondanza delle rotte hanno svalutato l’arma. Chi la impugna oggi scopre di avere in mano uno strumento in deprezzamento.

Lo scopre anche sul piano militare, ed è il dato più istruttivo delle ultime settimane. Non conta quanto l’Iran abbia colpito: conta la simmetria dell’impotenza. Teheran non è riuscita a difendersi efficacemente dai raid aerei americani; Washington non è riuscita a riaprire completamente lo Stretto con la sola forza militare, né a proteggere ogni nave, né a dissuadere Teheran dai nuovi lanci. Due contendenti che si negano a vicenda il risultato. È la fotografia di una coercizione marittima che non produce più esiti: produce attrito.

Attenzione, però, a non trasformare un’osservazione in una certezza. Gli stessi economisti della Bce avvertono che una chiusura prolungata esaurirebbe scorte e riserve, costringendo i mercati ad abbandonare l’aspettativa di una soluzione rapida: ed è proprio quell’aspettativa a tenere oggi i prezzi dove sono. E l’Europa resta più esposta sui raffinati, diesel e cherosene, che sul greggio, il segmento più difficile da sostituire in fretta. La svalutazione dell’arma è una tendenza, non una garanzia.

Ed è qui che il ragionamento diventa politico.

Se la sicurezza degli approvvigionamenti non si difende più nello stretto ma si costruisce a monte – mix di generazione, stoccaggi, raffinazione, diversificazione contrattuale – allora anche la spesa per la sicurezza va ripensata di conseguenza. Ad Ankara, in luglio, l’Alleanza ha confermato la traiettoria del cinque per cento del Prodotto interno lordo entro il 2035: tre e mezzo di difesa in senso stretto, uno e mezzo di sicurezza in senso ampio, cioè infrastrutture critiche, resilienza civile, base industriale. Quell’uno e mezzo è stato letto da molti come la parte innocua dell’accordo, la voce buona per far quadrare i conti senza comprare carri armati. È esattamente il contrario: è la parte che decide se una strozzatura potrà ancora ricattarci.

L’Italia, in questa partita, sta meglio di quanto la retorica nazionale ammetta: stoccaggi pieni, un sistema che ha già assorbito la fine della dipendenza russa, una collocazione mediterranea che nella logica dei corridoi è un attivo. Quello che manca non è la geografia. Manca la decisione politica di trattare la sicurezza energetica come politica industriale, e non come emergenza da tamponare con la leva sulle accise ogni volta che il barile si muove.

La lezione di Hormuz è semplice e scomoda insieme. Le strozzature contano meno di quanto ci siamo abituati a credere; contano molto di più le alternative che si sono costruite prima, quando nessuno guardava. Vale per l’energia oggi, varrà domani per i semiconduttori, per le terre rare, per i cavi sottomarini. Chi ha alternative non si fa ricattare. Chi non le ha negozia sempre da una posizione in cui il prezzo lo decide qualcun altro. E un Paese che lascia decidere ad altri il prezzo della propria energia ha già ceduto, senza combattere, una parte della propria sovranità.

Autore
Formiche

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