Perché il 2025 sarà cruciale per i rifiuti tessili. I numeri del settore

  • Postato il 3 aprile 2025
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  • Di Formiche
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Secondo l’ultimo studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente del marzo 2025, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno generato circa 7 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, 16 chili a testa. Nel 2022 la raccolta differenziata era intorno al 15%. Ciò significa che l’85% di tutti i rifiuti tessili delle famiglie non viene raccolto separatamente e non è stato riutilizzato o riciclato. La nuova  direttiva quadro sui rifiuti obbliga tutti gli Stati a istituire sistemi di raccolta differenziata dal primo gennaio 2025. L’Italia, con il decreto legislativo 116 del 2020, ha anticipato la normativa europea al 1° gennaio 2022.

Nel 2023, il settore tessile e dell’abbigliamento dell’Unione ha registrato un fatturato di 170 miliardi di euro, impiegando circa 1,3 milioni di addetti in 179 mila aziende (Euratex, 2024). La produzione tessile europea è specializzata principalmente nei tessuti tecnici (come tessuti non tessuti, tessuti tecnici e industriali, corde e tessuti per uso sanitario e agricolo, abbigliamento sportivo, ecc.) e in abbigliamento e calzature di alto valore. Per quanto riguarda le esportazioni, nel 2022 sono state esportate 4 milioni di tonnellate di tessuti finiti per un valore di 73 miliardi di euro.

Uno studio dell’Agenzia Ambientale Europea stima che per produrre la quantità di abbigliamento e prodotti tessili utilizzati nell’Ue nel 2020, l’80% delle materie prime, l’88% dell’acqua e il 73% delle emissioni di gas serra erano associate a zone al di fuori dell’Europa. Significa che l’aumento della prevenzione, del riutilizzo e del riciclo possono contribuire a ridurre l’impatto sull’ambiente di questi manufatti.

La circolarità e la sostenibilità dei tessuti nell’Unione sono oggetto della Strategia omonima che propone azioni per l’intero ciclo di vita, dalla progettazione al consumo finale, prendendo in esame soluzioni tecnologiche sostenibili e modelli imprenditoriali innovativi: nuovi requisiti di progettazione, un passaporto digitale dei prodotti, controlli rigorosi sul greenwashing, norme armonizzate sulla responsabilità estesa del produttore, sostegno alla ricerca e all’innovazione. Gli obiettivi al 2030 prevedono che i prodotti tessili immessi sul mercato siano durevoli e riciclabili; in larga misura costituiti da fibre riciclate; privi di sostanze pericolose; prodotti nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente. I consumatori, così, beneficeranno di tessili di alta qualità, più a lungo e a prezzi accessibili. Particolare attenzione, infatti,  viene rivolta alla cosiddetta  “fast fashion”(moda pronta), ossia “capi di abbigliamento di bassa qualità e a basso costo prodotti a grande velocità, spesso in condizioni di lavoro inadeguate al di fuori dell’Ue”.

Circa il 73% dei capi di abbigliamento e dei prodotti tessili consumati in Europa sono prodotti e importati da Paesi terzi, per un valore complessivo di 80 miliardi di euro. L’Unione Europea è impegnata a promuovere collaborazioni internazionali per ridurre gli impatti ambientali e sociali negativi. Verranno intensificati gli impegni all’interno a gruppo internazionali (G7 e G20), nel contesto dell’Alleanza globale sull’economia circolare e l’efficienza delle risorse e delle Nazioni Unite. A questo proposito, L’industria tessile e della moda è stata al centro  della Presidenza italiana del G7 del 2024, durante la quale è stata adottata l’Agenda G7 per la Circolarità del Tessile e della Moda (G7 Act).

Come ha ricordato nel corso della sua audizione alla Commissione Ambiente della Camera, il 26 marzo scorso, Laura D’Aprile, Capo del Dipartimento Sviluppo Sostenibile del ministero dell’Ambiente, “la G7 Act affronta diverse sfide per orientare l’industria tessile verso una maggiore sostenibilità e circolarità e ciò implica azioni politiche, iniziative industriali e cooperazione transnazionale. Il sistema attuale incoraggia la sovraproduzione, il consumo eccessivo e lo spreco dei beni invenduti. La moda a basso costo usa e getta è diventata una consuetudine, ma i veri costi ambientali e sociali di queste pratiche non si riflettono nel prezzo dei prodotti. Per cambiare tale paradigma sono necessari modelli di business circolari  e interventi politici di supporto”.

L’ultimo Rapporto rifiuti urbani 2024 di Ispra ci dice che sono state raccolte in Italia, nel 2023, poco più di 170 mila tonnellate di rifiuti tessili, il 12% dell’immesso al consumo. Tutto questo non tiene conto del fatto che il prodotto tessile diventa rifiuto dopo alcuni anni dall’immissione al consumo e, quindi, la percentuale è indicativa di una tendenza. Lo stesso rapporto evidenzia che i rifiuti tessili costituiscono soltanto il 4,3% di tutti i rifiuti urbani, che nel 2023 sono stati poco superiori a 29 milioni di tonnellate. Possiamo quindi stimare che quelli tessili siano stati 1,25 milioni di tonnellate.

La scorsa settimana, la Commissione Ambiente della Camera ha terminato il ciclo di audizioni informali sulle tematiche concernenti “i regimi di responsabilità estesa del produttore nella gestione dei rifiuti nel settore tessile”, previsti dalla nuova Direttiva quadro sui rifiuti. Oltre a Laura D’Aprile, la Commissione ha ascoltato i rappresentanti delle associazioni di categoria, dei consorzi, dell’Anci, di Ispra. La Responsabilità Estesa del Produttore può essere definita come “un approccio di politica ambientale nel quale il produttore di un bene ha la responsabilità finanziaria e organizzativa della gestione della fase del ciclo di vita in cui il prodotto, dopo il consumo, diventa rifiuto e si estende fino alle operazioni di raccolta differenziata, di cernita e trattamento del rifiuto stesso”.

Il comparto italiano della moda e del tessile è costituito soprattutto da piccole e medie imprese che coprono l’intero ciclo di vita del prodotto. “Secondo i principali dati in circolazione, ha ricordato la D’Aprile, circa il 90% della base produttiva della moda è composta da microimprese e Pmi che impiegano oltre l’80% della forza lavoro complessiva del settore e generano circa il 67% del fatturato del settore della moda. Inoltre, la concentrazione delle imprese nei distretti industriali rappresenta una specializzazione produttiva nazionale”.

L’importanza del settore tessile di casa nostra, “che rappresenta una delle principali eccellenze industriali del nostro Paese, con le sue 40 mila imprese e un fatturato di quasi 60 miliardi di euro nel 2024”, è stata sottolineata in Commissione Ambiente da Marco Ravazzolo, responsabile delle politiche energetiche e ambientali di Confindustria. “La Responsabilità Estesa del Produttore offre opportunità concrete per rafforzare la competitività del comparto, stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro e sensibilizzare i consumatori sui temi della sostenibilità. Tale principio, infatti, promuove un approccio condiviso tra produttori, consumatori e autorità regolatorie, finalizzato a garantire uno sviluppo sostenibile attraverso una gestione responsabile delle risorse”.

L’Agenda G7 Act, approvata a Roma lo scorso dicembre, è lo strumento con il quale il settore tessile e della moda si preparano ad affrontare le sfide sulla progettazione di prodotti più duraturi e riciclabili, l’adozione di materiali innovativi e lo sviluppo della raccolta e del riciclo. Intende, inoltre, avviare iniziative industriali e cooperazione tra le nazioni in questi settori, “promuovendo trasparenza lungo l’intera catena del valore e favorendo modelli di business circolari”. Come ha sottolineato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, “l’Agenda evidenzia l’importanza di valorizzare il design sostenibile, depotenziare il modello fast fashion e ridurre la produzione di rifiuti. Occorre garantire la chiarezza, la trasparenza e la tracciabilità di informazioni su prodotti e materiali per contrastare il greenwashing e il lavoro minorile”.

 

Autore
Formiche

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