Perché gli Usa, delusi, lasciano Berlino
- Postato il 3 maggio 2026
- Esteri
- Di Libero Quotidiano
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Perché gli Usa, delusi, lasciano Berlino
Venerdì sera il segretario alla Guerra americano Pete Hegseth ha ordinato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha parlato di «attenta revisione della presenza militare in Europa», dettata da «esigenze operative e condizioni sul campo». I tempi: sei -dodici mesi. I dettagli: assenti. Il Pentagono non ha specificato quali basi saranno interessate, né se le truppe torneranno negli Stati Uniti o se saranno ridispiegate altrove in Europa o in altre regioni del mondo. La NATO ha dichiarato di «collaborare con Washington per comprendere i dettagli», gergo diplomatico per ammettere di essere stata informata a cose fatte.
I numeri: dai 35-39mila effettivi attuali, le cifre oscillano per le rotazioni, si scenderà a poco più di 33mila. Un’intera brigata lascerà il Paese. Cancellato anche il dispiegamento, previsto per fine anno, di un battaglione di artiglieria a lungo raggio. È una perdita operativa concreta, non simbolica, che, mentre gli europei sviluppano autonomamente sistemi analoghi, avrebbe garantito deterrenza contro una Russia che, secondo le agenzie di intelligence europee, sarebbe pronta ad attaccare la Nato entro il 2029 e che punta ad avere 2,5 milioni di militari entro il 2030.
La Germania ospita infrastrutture militari che nessun’altra nazione europea può replicare. Ramstein è il principale hub logistico e aereo americano in Europa, usato per l’Iraq, l’Afghanistan e oggi per l’Iran. A Landstuhl ha sede il più grande ospedale militare americano fuori dagli Stati Uniti: è qui che vengono curati i feriti prima del rimpatrio. E c’è Büchel, in Renania-Palatinato: nei bunker della base sono custodite venti bombe nucleari tattiche B61-12 mai confermate ufficialmente dai due governi ma certificate dal Sipri (Stockholm international peace research institute) e dalla Arms Control Association. In base all’accordo di «condivisione nucleare» NATO, sarebbero gli aerei tedeschi a trasportare gli ordigni in caso di crisi. Il ritiro annunciato non tocca Büchel, almeno per ora.
Il Pentagono non ha ancora comunicato dove sposterà i 5.000, male opzioni esistono: la Groenlandia, dove in piena Guerra Fredda stazionavano fino a 10mila soldati americani e oggi sono 200; la Romania, che a marzo ha aperto la base aerea di Mihail Kogalniceanu alle operazioni di rifornimento e sorveglianza per la guerra in Iran; la Polonia, primo membro NATO per spesa militare in rapporto al PIL; il Medio Oriente, dove Qatar, Emirati, Giordania e Arabia Saudita ospitano già forze americane; Israele, con cui gli Stati Uniti hanno sviluppato nell’operazione Epic Fury un coordinamento militare di portata storica.
La NATO poteva aspettarselo? Obama ammoniva gli europei a fare la propria parte dal vertice del Galles del 2014. Trump lo ripeteva fin dal primo mandato. Il tempismo però ha sorpreso, specie dopo che il 29 aprile Elbridge Colby, il principale funzionario politico del Pentagono, ha elogiato la prima strategia militare autonoma tedesca dalla Seconda guerra mondiale: «La Germania sta assumendo il ruolo guida», ha scritto su X. Due giorni dopo, il ritiro. Colby lavora a una «NATO 3.0» in cui gli europei si assumono la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale: in questa logica, togliere truppe non è una punizione ma una spinta. Che arriva, però, nel momento peggiore, con il vertice di Ankara del 7-8 luglio che rischia di far da vetrina alla crisi anziché alla coesione dell’Alleanza.
Se il fattore scatenante è l’ossessione per le scadenze elettorali di Friedrich Merz, che pochi giorni fa ha definito l’Iran capace di «umiliare» gli Stati Uniti, la frattura è di lungo corso. Quando è scoppiata la guerra in Iran, la Spagna ha chiuso le basi congiunte di Rota e Morón - strutture costruite e finanziate da Washington - e sbarrato il proprio spazio aereo. L’Italia ha negato l’atterraggio a Sigonella ai bombardieri americani. La Francia ha gestito le richieste caso per caso. Il Regno Unito ha detto no, poi ha fatto retromarcia in 24 ore. Questi Paesi, che siedono al tavolo della NATO e si aspettano di essere coperti dall’articolo 5, hanno rifiutato di sostenere i soli in grado di rendere credibile quell’articolo. Il segretario di Stato Marco Rubio lo ha ripetuto in più occasioni: gli Stati Uniti coprono oltre il 65% della spesa militare dell’Alleanza, eppure hanno combattuto senza il supporto logistico di chi beneficia da decenni di quella spesa. Un alto diplomatico NATO ha liquidato il comportamento europeo con una frase: «È stato un autogol clamoroso». Ora Italia e Spagna - «L’Italia non ci ha dato alcun aiuto, la Spagna è stata orribile», ha dichiarato Trump - rischiano lo stesso trattamento. Pistorius ha minimizzato: definito il ritiro «prevedibile» e ha insistito che «la presenza di soldati americani in Europa è nel nostro interesse e nell’interesse degli Stati Uniti», aggiungendo che gli europei devono «assumersi maggiori responsabilità».
In effetti, l’Europa non è rimasta ferma. Il 14 aprile, il Wall Street Journal aveva rivelato che Germania, Francia, Polonia, paesi nordici e Canada stavano elaborando informalmente un piano di emergenza, una «NATO europea» per garantire continuità di difesa anche senza gli americani nei ruoli di comando. Ma tradurre colloqui informali in strutture operative richiede anni, non settimane.
Tom Wright, ex funzionario dell’amministrazione Biden e oggi alla Brookings Institution, ha detto la cosa più chiara: «Il Pentagono potrebbe dover combattere una lunga guerra in Medio Oriente ed è anche disperatamente intenzionato a rafforzare la deterrenza nell’Indo-Pacifico. È più che disposto a sacrificare l’Europa pur di raggiungere questo obiettivo. L’Europa ha bisogno di ricostruire la propria base industriale della difesa a velocità supersonica». I fatti lo confermano: secondo il Financial Times, il Pentagono ha già avvertito Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia di ritardi significativi nelle forniture di sistemi chiave (Himars e Nasams) a causa della riduzione delle scorte dopo due mesi di guerra. L’Ucraina, che da quei sistemi dipende, potrebbe essere la prima a pagarne il prezzo. Intanto un altro sistema di alleanze, sulla scorta degli Accordi di Abramo e del Board of peace, prende forma tra Washington, Gerusalemme, Abu Dhabi, Nuova Delhi.
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