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Per piccole e micro imprese è necessario avere un piano per prevenire crisi aziendali

  • Postato il 5 settembre 2026
  • Economia
  • Di Libero Quotidiano
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  • 5 min di lettura
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Per piccole e micro imprese è necessario avere un piano per prevenire crisi aziendali
Per piccole e micro imprese è necessario avere un piano per prevenire crisi aziendali

I casi Volkswagen e l’Ilva di Taranto hanno in comune le difficoltà del periodo che si ripercuotono sulle filiere che è italiana in maggioranza assoluta per la prima, ma è anche assai rilevante per la seconda. Il sistema filiera nostrano ha indubbi e indiscutibili meriti per ogni comparto e settore, ma purtroppo è costituito nella sua quasi totalità da piccole e microimprese. Queste ultime costituiscono oltre il 90% del totale delle partite Iva, che si riduce al 75-80% nel manifatturiero. 

Il numero dei loro occupati nel settore privato è vicino ai due terzi del totale. La forma giuridica adottata per le micro, ovvero quelle che hanno meno di 5 dipendenti, è quella di società di persone o ditte individuali, forma che col passare degli anni e crescita di consapevolezza giuridica e amministrativa li ha fatte optare, soprattutto al Nord, per la forma di società di capitali, in modo di non mettere a rischio i beni personali dell’imprenditore. Sta di fatto che per tutti c’è carenza di capitale proprio e di beni mobiliari da mettere a garanzia del debito, costituito sovente dai beni mobiliari che ospitano l’attività imprenditoriale e quindi con un valore che - in caso di default - si assottiglia sostanzialmente.

Il sistema filiera costituito da micro e Pmi, rischia di innescare una crisi sociale cui sarà complesso farvi fronte. Bene sarebbe che il Governo Meloni, sulle avvisaglie Ilva e Volkswagen, che fanno seguito a quella Fiat e a molte altre minori, ideasse un piano strategico in accordo con le due maggiori rappresentanze datoriali e il sistema bancario per definire una politica industriale mirata e basata su alcuni capisaldi, quali la fusione tra più soggetti, un credito accomodante, garantito dal pubblico per chi va in quella direzione e punti all’innovazione e formazione del personale, un sostegno alla nascita di società di private equity che mirano alle Pmi e successivamente raggiunto un certo livello di crescita alla quotazione nell’apposito comparto di Borsa. Il piccolo è bello, va accantonato o meglio mandato in soffitta, lo impone il quadro imprenditoriale italiano, basato fino ad inizio secolo dal capitalismo famigliare che purtroppo coi ricambi generazionali ha ceduto a terzi, essenzialmente stranieri il totale controllo delle aziende.

La dimensione delle imprese a capitale italiano di medie dimensioni va anch’esso aiutato a mantenere la propria autonomia magari cedendo la maggioranza a società di private equity, ma a cui è rimasta la posizione verticistica industriale, demandando quella finanziaria al private equity, ma mantenendo la possibilità di riacquistarsi il controllo totale dopo la cura finanziaria. E’ urgente dare corso a un piano attivo mirato alle piccole e microimprese indirizzato ad anticipare e prevenire crisi d’impresa che possono produrre per interi territori, come nel caso di Ilva per l’area tarantina. Siamo alle soglie di una trasformazione che penalizza il piccolo e gli scarica responsabilità non proprie ma del committente, magari grandissimo come Volkswagen, che va in crisi. Essenziale evitare di essere sprovvisti di un piano che eviti il crollo sia occupazionale che di intere filiere, quanto mai possibile in questo periodo di maxi incertezze.

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Autore
Libero Quotidiano

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