Pedagogia antimafia, nuovo anno accademico all’insegna di Denise e Lea
- Postato il 23 settembre 2026
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Il Quotidiano del Sud
Pedagogia antimafia, nuovo anno accademico all’insegna di Denise e Lea
Riparte Pedagogia antimafia all’UniCal, uno striscione dedicato a Denise, la figlia di Lea Garofalo, all’inaugurazione dell’anno accademico
RENDE – Nell’Aula Solano dell’Università della Calabria il sedicesimo anno accademico si apre nel segno della memoria di Lea Garofalo e della resistenza civile della figlia Denise. Il nuovo percorso formativo, dedicato al professore Fortunato Maria Cacciatore, mette al centro il dolore delle persone e delle comunità come responsabilità educativa e civile.
Lo striscione: Ciao Denise
Uno striscione dedicato a Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, uccisa dalla ’ndrangheta per aver scelto di ribellarsi alla violenza mafiosa. È il potente segno simbolico con il quale si è aperto ieri pomeriggio, nell’Aula Solano dell’Università della Calabria, il sedicesimo anno accademico di Pedagogia dell’Antimafia. Un gesto di memoria e di responsabilità che restituisce centralità alla storia di una giovane donna che ha trovato la forza di resistere alla violenza criminale, custodendo la memoria della madre e scegliendo di non piegarsi alla cultura mafiosa.
I territori della ferita
La storia di Lea e Denise attraversa profondamente il tema scelto per il nuovo anno accademico: «I territori della ferita». Una ferita che non riguarda soltanto la violenza subita, ma investe l’intimità, le relazioni familiari, la libertà e la possibilità di costruire autonomamente il proprio futuro. La resistenza di Denise rappresenta una testimonianza di come il dolore possa diventare coscienza critica e responsabilità, senza cancellare la sofferenza e le ferite che la violenza mafiosa lascia nella vita delle persone.
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Nuovo percorso formativo
Il nuovo percorso formativo, promosso da Giancarlo Costabile nell’ambito delle attività del Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’Università della Calabria, è dedicato alla memoria del professore Fortunato Maria Cacciatore, giovane collega prematuramente scomparso, e ai temi della resistenza alla cultura delle sudditanze e delle ingiustizie. Una dedica che conferisce al progetto un significato profondo, ponendo al centro della riflessione pedagogica il dolore come esperienza umana e collettiva, ma anche come luogo generativo nel quale possono maturare la responsabilità e l’impegno per la giustizia.
Il dolore si trasforma in coscienza critica
I territori della ferita sono soprattutto i territori del dolore. Luoghi attraversati dalla violenza mafiosa, dalla marginalità sociale, dalla negazione dei diritti e dall’indifferenza. Comunità nelle quali la sofferenza diventa esperienza collettiva, condizionando le relazioni, le libertà individuali e la possibilità di immaginare un futuro diverso. Sono le periferie abbandonate, i quartieri segnati dalla povertà educativa, i territori nei quali il lavoro e i diritti diventano concessioni e la violenza criminale si sostituisce alle istituzioni.
Ma sono anche i luoghi nei quali la resistenza civile continua a costruire alternative. Da Scampia alla Piana di Gioia Tauro, da Palermo alla Locride, le esperienze di antimafia sociale raccontano la possibilità di trasformare i territori della sofferenza in spazi di partecipazione, solidarietà e liberazione.
Dalla memoria all’impegno
La ferita diventa così una categoria pedagogica attraverso la quale leggere le contraddizioni della società e riconoscere le responsabilità educative della comunità. Il dolore, infatti, non genera automaticamente consapevolezza. Può produrre silenzio, rassegnazione, isolamento. Può alimentare la sfiducia nelle istituzioni e la convinzione che non esistano alternative al potere mafioso. È compito dell’educazione creare le condizioni affinché la sofferenza possa essere riconosciuta ed elaborata, senza essere dimenticata o trasformata in una condizione permanente di marginalità.
Il percorso prosegue fuori dalle aule
In questa prospettiva, l’antimafia non può esaurirsi nella dimensione repressiva, pur indispensabile. Deve diventare un progetto di trasformazione culturale e sociale, capace di intervenire sulle condizioni che favoriscono la riproduzione del potere mafioso. Non basta contrastare le organizzazioni criminali se non si costruiscono, contemporaneamente, le condizioni per liberare le persone dalla paura, dalla dipendenza e dalla marginalità.
È questa la responsabilità educativa che Pedagogia dell’Antimafia continua ad assumere, attraverso un percorso formativo che supera i confini delle aule universitarie e riconosce nei territori luoghi di apprendimento e partecipazione. L’incontro con le vittime, i testimoni di giustizia, i magistrati, gli educatori e le comunità impegnate nell’antimafia sociale diventa occasione per comprendere la complessità del fenomeno mafioso e costruire una diversa consapevolezza del proprio ruolo nella società.
Educazione liberatrice
La prospettiva è quella di un’educazione critica e liberatrice, che trova nelle esperienze di don Lorenzo Milani e Paulo Freire riferimenti fondamentali. Un’educazione che non si limita alla trasmissione delle conoscenze, ma riconosce nella formazione della coscienza critica e nella partecipazione democratica le condizioni per costruire percorsi di emancipazione individuale e collettiva.
Lo striscione dedicato a Denise Cosco assume così il significato di un manifesto educativo. La sua storia ricorda che la resistenza alle mafie attraversa anche i territori più intimi dell’esistenza, nei quali il dolore può diventare isolamento e la paura può compromettere la libertà di scegliere. Abitare i territori della ferita significa allora non voltarsi dall’altra parte, riconoscendo nel dolore degli altri una responsabilità pubblica. Significa trasformare la memoria in coscienza critica, la conoscenza in partecipazione e l’indignazione in impegno concreto per la costruzione di comunità più libere e giuste.
Il Quotidiano del Sud.
Pedagogia antimafia, nuovo anno accademico all’insegna di Denise e Lea