Pedagogia antimafia, graphic novel del liceo Pitagora di Crotone su 10 vittime di ‘ndrangheta
- Postato il 24 maggio 2026
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Pedagogia antimafia, graphic novel del liceo Pitagora di Crotone su 10 vittime di ‘ndrangheta
Scrittura collettiva e graphic novel degli studenti del liceo Pitagora di Crotone nell’ambito del percorso di pedagogia antimafia.
CROTONE – Prendere la parola non è mai un atto neutrale. Assume un significato politico e culturale preciso se a farlo sono gli studenti di una seconda classe del Liceo classico “Pitagora” di Crotone, in un territorio troppo spesso descritto solo attraverso la lente della cronaca nera o della rassegnazione. “Le voci del coraggio. Storie di chi ha sfidato la ‘ndrangheta” è una scrittura collettiva, corredata da una graphic novel, che nasce dal bisogno profondo di raccontare la nostra storia dall’interno, sottraendola allo stereotipo paralizzante di una Calabria condannata a un’omertà congenita. La realtà possiede una complessità più rigorosa: questa è la terra in cui la ‘ndrangheta ha affondato le proprie radici fino a diventare sistema, ma è anche la terra di chi quel sistema lo ha sfidato a viso aperto. Scrivere oggi di queste figure significa rifiutare il conformismo della degradazione di cui parlava Pier Paolo Pasolini, non allineandosi alla narrazione della sconfitta permanente. C’è un monito che risuona nella disperata lucidità dello scrittore corsaro: il rifiuto di accontentarsi dei resti della festa.
SCRITTURA COLLETTIVA
I sistemi di potere criminale vorrebbero dalle nuove generazioni che si sedessero ai margini del banchetto della storia, pronte a raccogliere le briciole di un benessere illusorio, i compromessi scambiati per favori, la legalità di facciata che non disturba. Accontentarsi dei resti della festa significa accettare che la ’ndrangheta sia un destino ineluttabile, subendo la cultura dello scarto. I ragazzi della II E, attraverso l’esperienza della scrittura collettiva, hanno capito che la cultura o è uno strumento di liberazione o non è nulla. O insegna a rivendicare il proprio posto al banchetto dei diritti, oppure si riduce a un paravento intellettuale per anestetizzare le coscienze.
LA LEZIONE DI BARBIANA
In piena linea con la lezione di Barbiana, la scrittura collettiva è stata vissuta come un atto profondamente sociale. Scrivere insieme significa comprendere che il problema di uno è uguale al problema di tutti, e che la parola è lo strumento democratico per uscirne insieme. A questo principio si salda la lezione di Tullio De Mauro sull’educazione linguistica democratica: la padronanza della parola è la condizione imprescindibile per l’esercizio della cittadinanza e per il riscatto sociale. Senza il possesso della lingua, i giovani restano ai margini, vulnerabili ai poteri forti. La lingua serve a democratizzare la conoscenza, permettendo a ciascuno di diventare un cittadino consapevole, critico e uguale agli altri.
LE STORIE DEI GIUSTI
I ragazzi hanno scritto insieme perché la memoria della lotta alla criminalità organizzata o è un’esperienza comunitaria o rischia di evaporare nella retorica dell’eroismo isolato. Gli eroi solitari vengono santificati e dimenticati; una comunità che scrive e ricorda, invece, diventa un soggetto politico cosciente. Gli studenti, chinandosi sulle biografie dei testimoni, non hanno semplicemente appreso dei dati: hanno pronunciato i nomi di Lea, di Maria, di Antonino, dando un volto al male che li circonda e strappandolo all’indistinto. Chi non ha le parole per dire il proprio dolore è destinato a subire la storia scritta dai padroni. Pasolini, d’altro canto, offre la chiave per fuggire dall’omologazione consumistica che anestetizza il senso critico. La ’ndrangheta si muove oggi anche attraverso le lusinghe del denaro facile, il mito del successo e la mercificazione dell’esistenza.
IL RIFIUTO DEL COMPROMESSO
Il cuore pulsante di questa ricerca è un coro polifonico di esistenze spezzate, ma rimaste intatte nella loro dignità. Figure diverse per estrazione, unite da un unico filo rosso: il rifiuto del compromesso. Le prime voci sono quelle di due donne, Maria Chindamo e Lea Garofalo. Nella grammatica spietata della ’ndrangheta, il corpo delle donne è considerato proprietà del clan, custode di un onore patriarcale che calpesta l’autodeterminazione. Maria Chindamo, imprenditrice colpevole solo di aver voluto gestire la propria terra in autonomia, è stata fatta sparire nel nulla a Limbadi. Il suo corpo non è mai stato ritrovato, nel tentativo di cancellarne il ricordo.
DONNE COMBATTENTI
Ma la scrittura dei ragazzi compie il miracolo laico della risurrezione: dandole voce, le restituiscono quel corpo. La terra di Maria diventa così il simbolo di una Calabria fiera che non si lascia espropriare la libertà. Lea Garofalo incarna una ribellione assoluta, nata dall’amore materno per la figlia Denise. Nata dentro i clan, decide di parlare con i magistrati, sperimentando l’isolamento dell’esilio e infine una morte atroce a Milano. I ragazzi hanno rintracciato nelle sue parole la ferocia della speranza. Lea non è una vittima passiva: è una combattente che ha spezzato il determinismo mafioso, gridando che si può sempre scegliere da che parte stare, anche quando si nasce all’inferno.
MISSIONE ETICA
La riflessione si è poi concentrata su quegli uomini che hanno incarnato lo Stato come missione etica. Giovanni Losardo, comunista e amministratore pubblico, fu assassinato a Cetraro perché la sua onestà sbarrava il passo ai clan. Attraverso di lui, la II E ha compreso il valore della politica intesa come servizio al bene comune fino all’estremo sacrificio. La sua morte è stata la conseguenza di un rigore morale che la ’ndrangheta avverte come il più mortale dei pericoli. Antonino Scopelliti, magistrato di Cassazione che avrebbe dovuto sostenere l’accusa nel maxiprocesso a Cosa Nostra, fu ucciso nell’agosto del 1991 a Campo Calabro, solo e senza scorta. Scopelliti rappresenta la solitudine dei giusti. I ragazzi hanno analizzato il suo rifiuto di farsi corrompere, scoprendo che la legalità si sostanzia nell’adempimento quotidiano del proprio dovere.
PRETI ANTIMAFIA
Un capitolo di straordinaria intensità è dedicato a due figure della Chiesa reggina, don Francesco Fallara e don Domenico Polimeni. I ragazzi hanno esplorato il ruolo di una fede che si fa carne, abbandonando le sacrestie per farsi tenda da campo nella trincea del dolore. Operando in contesti segnati dalle faide, hanno praticato la pastorale del quotidiano. Quella che toglie manovalanza alla criminalità educando i giovani, denuncia i soprusi dal pulpito e accoglie le madri degli uccisi e dei killer per spezzare la spirale della vendetta. La lotta alla ’ndrangheta si rivela così anche una battaglia metafisica tra il nichilismo della morte e la teologia della speranza.
I DENUNCIANTI
La sezione conclusiva tocca i nervi scoperti della società civile. Sergio Cosmai, direttore del carcere di Cosenza assassinato nell’85, era un uomo dello Stato che credeva nella funzione rieducativa della pena e non tollerava che il penitenziario fosse un feudo controllato dai boss. Cosmai ha ripristinato la legalità costituzionale dentro le mura, pagando con la vita il suo rigore. Rocco Gatto, il mugnaio di Gioiosa Jonica, si rifiutò di pagare il pizzo, denunciò le estorsioni e promosse manifestazioni di piazza, venendo ucciso nel 1977 mentre distribuiva il pane. In lui gli studenti hanno visto il volto della Calabria laboriosa: il suo pane era impastato di dignità. Raccontarlo significa dire che l’economia di questa regione può essere libera dal parassitismo mafioso.
MAIEUTICA DELLA SPERANZA
Giuseppe Valarioti, giovane segretario del PCI di Rosarno, fu ucciso nel 1980. Insegnante di lettere, credeva che la cultura classica e la passione politica potessero risvegliare le coscienze.
In questo cammino risuona potente la lezione di Danilo Dolci, per cui ciascuno cresce solo se sognato. La Calabria è rimasta troppo a lungo prigioniera di un sonno rassegnato. Scegliere di scrivere significa iniziare a sognare questa terra in modo diverso, seminando una maieutica della speranza dove prima c’era solo il silenzio delle armi.
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*docente del Liceo classico Pitagoradi Crotone
Il Quotidiano del Sud.
Pedagogia antimafia, graphic novel del liceo Pitagora di Crotone su 10 vittime di ‘ndrangheta