Papa Leone non voleva, ma ora è diventato l’Anti-Trump del mondo
- Postato il 13 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Una brusca ricaduta nel Medioevo. Al tempo in cui re ed imperatori potevano scagliarsi contro il pontefice di Roma e, magari scomunicati, cercavano di favorire l’avvento di antipapi. Il rozzo attacco di Trump contro Leone è talmente surreale da portare le relazioni internazionali ad uno scenario da Gotham City. Peter Thiel, il potente tecnocrate libertario inebriato di post-democrazia, ora dovrà decidersi: o l’Anticristo è il Papa o l’Anticristo è Trump.
Lo scontro è diventato talmente roboante che non è nemmeno immaginabile una via d’uscita secondo vecchi schemi diplomatici. Si torna a secoli lontani. Trump indossando il sacco del penitente, che resta tre giorni a digiuno a piedi scalzi davanti a Porta Pia in attesa di un’assoluzione? Prevost, rapito nottetempo in un’ “operazione Maduro” e portato con un F-15 a Washington per essere processato all’interno dell’Ufficio della Fede, istituito alla Casa Bianca dall’imperatore Donald? Andando oltre la plateale irrazionalità dell’intervento di Trump si impongono tre riflessioni.
Ancora una volta il Conclave – consesso di porporati considerati spesso come “vecchioni” fuori dal tempo – ha mostrato una lucidità geopolitica impressionante. Nell’ultimo quarto di secolo, lasciando da parte l’elezione di Ratzinger chiaramente inadatto al ruolo di governo internazionale della Chiesa, i cardinali elettori hanno azzeccato per ben tre volte (nel 1978, 2013, 2025) la scelta di una personalità capace di farsi sentire sulla scena mondiale. Karol Wojtyla, primo papa venuto dall’altro lato della Cortina di ferro proprio nel momento giusto. Jorge Mario Bergoglio, primo pontefice del Sud globale. Robert Francis Prevost, primo papa degli Stati Uniti, nato e cresciuto nell’americanissima Chicago e allo stesso tempo vescovo e cittadino peruviano con l’odore della fatica, lo sfruttamento, la povertà, la speranza del Terzo mondo. Una scelta, quella di Leone XIV, imposta in Conclave dai cardinali del Sud globale, convinti della necessità di continuare con l’internazionalizzazione del pontificato contrastando la tentazione di tornare all’”usato sicuro” di un papa europeo o addirittura italiano. Un Sud globale cardinalizio pronto all’audacia di puntare su un nome proveniente addirittura dalla superpotenza americana. Quanto di più indovinato nella fase geopolitica contemporanea!
La seconda riflessione riguarda il presidente americano. Il suo post su Leone, definito “debole sul crimine e pessimo in politica estera” con un corollario di insulti vari, è – come avrebbe detto Talleyrand – peggio di un delitto, “un errore”. Perché il presidente degli Stati Uniti, già responsabile di avere perso l’appoggio di una parte dell’episcopato e dei fedeli conservatori statunitensi con la politica di persecuzione degli immigrati latino-americani (anche quelli osservati delle leggi e regolari pagatori di tasse), non si rende conto che un attacco istituzionale così forsennato al capo della Chiesa cattolica non è sostenibile nemmeno per quanti nell’universo cattolico potessero politicamente meno d’accordo con alcune prese di posizione di Prevost.
Alla resa dei conti l’effetto politico più eclatante dell’attacco di Trump è di avere trasformato papa Leone nella voce mondiale dell’anti-trumpismo. Prevost non voleva esserlo, lo aveva detto chiaramente ai suoi intimi. E per questo per lungo tempo aveva lasciato che su temi politici sensibili parlassero gli episcopati nazionali e – per la Santa Sede – la Segreteria di Stato. L’aggressione illegale degli Usa e di Israele all’Iran ha costretto il pontefice a diventare sempre più diretto nelle sue critiche. Valga per tutte, il giorno della Domenica delle Palme, la citazione del profeta Isaia, in cui Yahwe esclama “Anche se farete molte preghiere, non ascolterò: le vostre mani sono piene di sangue”. Per finire con la dichiarazione rilasciata martedì scorso a Castelgandolfo dopo che Trump aveva minacciato di riportare l’Iran all’ “età della pietra”, adombrando l’uso di un attacco atomico. Leone bollò la frase di Trump come “inaccettabile”, aggiungendo l’invito di tutti a mobilitare i propri parlamentari per rifiutare una “guerra che molti hanno definito ingiusta, che continua a intensificarsi e non risolve nulla”.
Fino a ieri papa Leone, fedele alla tradizione della Santa Sede, aveva evitato di nominare specificamente Trump. Ora che il presidente americano lo ha spinto con le proprie mani sul podio dell’opposizione alla politica di potenza statunitense, Prevost, sull’aereo che lo portava in Algeria, ha dato una risposta metà americana e metà vaticana: “Non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui (Trump, ndr)… Non ho paura dell’amministrazione Trump”. Poi la dichiarazione di principio: “Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre… Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo”.
La sfida è ormai in corso e nulla potrà cambiare la contrapposizione diventata ormai palpabile a livello di massa. Tuttavia c’è un elemento che va al di là del fatto del giorno. In questo cambio di epoca – dove sono saltati gli schemi del passato per usare un concetto di papa Francesco – la Chiesa cattolica (con tutti suoi errori e peccati storici) si ripresenta nuovamente sotto la guida di Prevost come voce di forte autorità morale internazionale, una voce di umanità, solidarietà, fraternità tra le religioni, voce di dialogo e rispetto per le persone – soprattutto le più fragili – e di collaborazione multilaterale tra le nazioni.
Una testimonianza preziosa nell’epoca del caos e della brutalità.
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