C’era una volta un asilo nido pubblico in un quartiere degradato. Anzi no, quell’asilo avrebbe dovuto esserci ma non c’è mai stato. Non è una fiaba ma una storia dai tempi alterati, con un titolo lampante: “La casa degli orrori”. Così infatti nel quartiere Sperone, a Palermo, avevano iniziato a chiamare l’asilo di via XXVII maggio, mai entrato in funzione e diventato luogo di spaccio e monumento al degrado, infine demolito per rifarne un altro. E quasi pareva fatta, ma ancora una volta a vincere è stata l’inerzia amministrativa. A raccontare questa brutta storia, per riaccendere i riflettori sull’abbandono di un quartiere, sono le Rosalie ribelli, un gruppo nato nel 2024 in occasione delle celebrazioni del 400° festino di Santa Rosalia, di cui fanno parte Claudia Pilato, Monica Garraffa, Bernardo Tortorici di Raffadali e Antonella Di Bartolo, nota a tutti come “preside coraggio” per l’energico lavoro di questi anni. Lo scorso 25 marzo hanno realizzato un’installazione piazzando delle bambole ai pali di una struttura mai nata: “Ci rifacciamo a Cattelan, ma la nostra non è un’opera d’arte”, spiegano. È piuttosto un faro acceso su un degrado che non vuole cedere il passo al recupero, nonostante i grandi sforzi degli ultimi anni.
Solo qualche anno fa si camminava nei corridoi di quello che avrebbe dovuto essere un asilo nido. Una passeggiata organizzata da Antonella Di Bartolo, preside dell’istituto comprensivo Sperone-Pertini. La struttura si trovava in mezzo a una piazza dello Sperone, uno dei quartieri più degradati di Palermo: realizzata nel 1977, non era mai entrata in funzione. Parlando a ilfattoquotidiano.it, Di Bartolo è un fiume in piena: “I ragazzini ci guardano e non resteranno ragazzini per sempre. Non ti puoi permettere di disattendere le promesse fatte loro”. L’inerzia dell’amministrazione comunale di Palermo ha segnato il tempo di questo avanzamento a singhiozzo finora verso il nulla: un asilo abbandonato poi diventato “la casa degli orrori”. Poi, insieme a tantissimi genitori, la scuola “Sperone-Pertini” si intestò una battaglia per restituire il nido al quartiere: “Una relazione della Protezione civile decretò la non recuperabilità dell’immobile: malgrado una delibera di Giunta del 2016, la demolizione si realizzò nel febbraio 2019, tra gli applausi della gente”. Un giorno di liberazione: “Abbiamo portato tutti i bambini: tutta la scuola ha assistito alla demolizione. Andava in frantumi denaro pubblico ma allo stesso tempo si metteva fine a un esempio di devianza. La demolizione è stata una misura liberatoria, una catarsi totale”, racconta la preside coraggio.
Da quel momento di catarsi nacque una sinergia tra gli architetti di Palermo e il quartiere: “Inizia una coprogettazione stupenda. I migliori architetti di Palermo vengono a scuola, si dividono in gruppi, parlano con i bambini, ascoltano i loro bisogni e sogni per quell’area. Il progetto venne consegnato al sindaco, Leoluca Orlando, e alla sua giunta il 6 maggio 2019, ma non ebbe mai seguito”. Intanto però quel momento post demolizione aveva creato delle aspettative: “Quando sono partiti i lavori, nell’estate del 2024, ho provato una gioia… neanche se li avessero fatti a casa mia avrei potuto gioire di più”, ricorda Di Bartolo. Nel quartiere ad est di Palermo, d’altronde, manca persino una piazza: “L’unica è occupata interamente da una pompa di benzina”, dice la preside, che di questo aspetto ha parlato approfonditamente nel suo libro “Domani c’è scuola”, edito da Mondadori. Insomma, pareva una battaglia vinta: il cantiere si anima, viene steso il basamento, poi arrivano i pali. Poi, però, più nulla. “Si è fermato tutto e dopo un po’ è diventato una discarica: quando un cantiere diventa discarica sai che è finita”.
Adesso il tabellone dei lavori con tutti i dettagli del progetto, compresi i 700mila euro di fondi del Pnrr investiti, giace a terra come parte del degrado. La consegna era prevista per giugno del 2025, dopo 18 mesi di lavori. Per questo il 25 marzo le Rosalie ribelli hanno piazzato 18 bambole: “Sono lì, attaccati ai pali di quel che resta dei lavori, a rappresentare i tanti bambini e bambine “al palo” dei ritardi, impediti nel loro pieno sviluppo dalla deprivazione di opportunità sin dalla primissima infanzia, testimoni di quanto gli adulti non sanno o non vogliono fare. Sono 18 come i pali, 18 come i mesi di durata prevista dal cantiere, 18 come la maggiore età di chi allo Sperone cresce con tre anni di opportunità in meno”. Tre anni in meno, spettatori dell’inerzia della politica. Ma tra i tempi alterati di questo racconto c’è ancora un presente e un futuro: “#questanonèunoperadarte si annuncia come la prima di una serie di iniziative, perché i giorni passano e lo Sperone continua a non avere neanche un asilo nido pubblico”.