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Orsato, il destino di Open Var e la trasparenza obbligatoria per gli arbitri

  • Postato il 26 agosto 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

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Orsato, il destino di Open Var e la trasparenza obbligatoria per gli arbitri

Nessun passo indietro sulla trasparenza comunicativa nel mondo arbitrale. Quel muro di silenzi, mezze parole e spiegazioni solo fatte trapelare che negli anni della gestione Rocchi, su input deciso della Federcalcio di Gravina, è venuto progressivamente giù non potrà essere nuovamente costruito. Anche il nuovo corso tecnico dell’AIA, impersonato dal fresco designatore Daniele Orsato, dovrà fare i conti con un percorso di apertura considerato irreversibile.

Lo è nei fatti, come ha dimostrato il pasticcio della prima giornata del campionato numero uno dell’era-Orsato, con la versione sul gol contestato del Napoli a Marassi distillata a caldo e con una certa leggerezza in tribuna stampa e con l’avanti e indietro relativo al rigore non concesso al Milan a Torino. Scelta corretta e supportata oppure errore? Non è detto che, come in passato, si tornerà a un designatore che va in televisione in prima persona o attraverso delegati e stila la “pagella tecnica” della giornata, ma quello che è certo è che nemmeno si riprecipiterà nel medioevo della comunicazione arbitrale in cui non era prevista alcuna spiegazione o, nel caso e nelle forme adatte, alcuna ammissione di aver preso una cantonata.

Pronti… Via: sviste e mancata comunicazione, che caos

Il primo week end della Serie A da questo punto di vista è stato preoccupante. Orsato ha dato linee interpretative molto rigide agli arbitri, sintetizzate in maniera brutale con “meno Var” e “soglia molto alta per i falli”. Arbitraggio all’inglese, nemmeno all’europea visto che nelle ultime stagioni le statistiche della Champions League sono state allineate a quelle del campionato italiano in materia di revisioni davanti allo schermo. Un calcio più fluido e muscolare, ritorno alle origini che mette Orsato nella stessa scuola di pensiero del capo degli arbitri della Uefa, Roberto Rosetti, salvo che tutto il mondo intorno ha sensibilità e percezioni differenti rispetto a quelle inglesi.

E’ bastato il primo inciampo perché la contraddizione emergesse; il Genoa si è imbufalito per la rete concessa a De Bruyne e ha attaccato sia la decisione di campo che la stessa designazione di Di Bello e, indirettamente, lo stesso designatore. A Torino è andata bene perché il Milan ha vinto lo stesso e a Roma (manata su Mastantuono in occasione del vantaggio della Roma) il divario finale è stato talmente ampio da sconsigliare alla Fiorentina qualsiasi approccio polemico.

Arbitri, cosa succederà a ‘Open Var’

Cosa accadrà nelle prossime settimane? Per sintetizzare, ‘Open Var’ non chiuderà anche se potrebbe non chiamarsi più così e cambiare format adattandosi alle riflessioni che tutti i soggetti in campo stanno facendo. Orsato e il direttore tecnico degli arbitri, Domenico Messina, hanno lasciato intendere di non voler più esporre i propri uomini alla “gogna pubblica” settimanale, meccanismo che ha messo in difficoltà Rocchi anche nella gestione di un gruppo ancora giovane e con personalità da costruirsi con l’esperienza.

Immaginare che si torni indietro, senza più alcun canale di comunicazione e spiegazione, però, non è previsto. Risulta che il nuovo presidente della Figc, Giovanni Malagò, sul tema la pensi come il suo predecessore. Dunque, una forma di apertura, che preveda certamente l’ascolto degli audio della Sala Var e l’analisi di alcuni episodi controversi della giornata, alla fine verrà messa in campo e colloqui sono in corso perché tutti i tasselli del puzzle vadano al loro posto. Si tratta di un adattamento del format, lo stesso avvenuto tra la prima stagione (quella del dibattito in studio a Dazn che fu un esperimento fallito) e la seconda di ‘Open Var’, con un percorso di spiegazione dell’AIA guidato da un’unica giornalista. Format chiuso, toni e contenuti a disposizione di Orsato e della sua commissione. Il silenzio auto-assolutorio e le mezze ammissioni senza chiarezza, però, non sono uno scenario considerato accettabile.

Sullo sfondo rimangono le contraddizioni di un mondo arbitrale privo di punti di riferimento. Orsato ha garantito ai suoi uomini che li difenderà a spada tratta davanti a tutti, concetto già espresso da responsabile della Can C ma difficile da applicare al piano superiore, con gli occhi di milioni di tifosi e tutti i media e social puntati addosso. L’AIA continua ad attraversare un momento di transizione s confusione sintetizzato nella triplice candidatura alla presidenza in vista delle elezioni che si avvicinano.

L’eco dell’inchiesta penale su Rocchi, finita in nulla come era logico che fosse, non si è ancora spento e a proposito dell’ex designatore la sensazione è che il giudizio sul suo quinquennio sia molto migliore di come è stato dipinto negli ultimi mesi di veleni e polemiche. In fondo ha lanciato una nuova generazione di direttori di gara che hanno davanti un futuro internazionale importante (Colombo e Sozza i nomi più in vista) e ha supportato la scelta di apertura della Figc per rendere gli arbitri una casa di vetro.

La trasparenza è uno dei temi, quello tecnico segue a ruota. Orsato, come Rocchi prima di lui, si confronta con le diverse visioni tra la Fifa e la Uefa a proposito di dove debba andare l’arbitraggio. Per Collina verso una sempre maggiore interazione con la tecnologia, non a caso l’Ifab ha allargato il campo di intervento del Var, per Rosetti, smentito però dai numeri, con un ripiegamento verso il passato e il cosiddetto spirito originario della video assistenza. Mondi che in questo momento faticano a dialogare, anche per evidenti questioni di politica sportiva. Dialogo che, invece, Orsato dovrà conservare con le società e il mondo esterno perché a lui non sarà consentito di chiudersi nel fortino con i suoi uomini riportando il calcio italiano indietro di dieci anni.

Autore
Panorama

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