Orientalissima Italia. Una generazione di artisti affascinati da un mondo lontano 

  • Postato il 12 gennaio 2026
  • Arti Visive
  • Di Artribune
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È una generazione cresciuta nel mito del postmoderno, inteso come crisi, relativismo, perdita di punti fermi, e dunque abituata a muoversi dentro una lunga rarefazione: lo svuotamento graduale delle certezze occidentali, delle sue forme forti, del suo bisogno di fondamento. Ma se questa disposizione fosse anche qualcosa di più di una diagnosi di fine? Se la dissoluzione dell’idea di progresso, di identità stabile, di verità unica avesse preparato l’Occidente ad accogliere un’altra postura dell’essere: più vicina all’assenza attiva, alla relazione, alla coesistenza degli opposti? Forse è dentro questa sospensione che l’Italia torna decisiva: non come centro, ma come antenna; non come modello, ma come terreno intermedio capace di registrare in anticipo ciò che arriva da lontano. 

Una generazione di artisti postmoderni 

Gli artisti italiani nati negli ultimi quindici anni del XX Secolo (all’incirca tra il 1985 e il 2000) mettono in evidenza proprio questa posizione particolare che l’Italia, spesso senza piena consapevolezza, occupa sulla scena globale: un Paese che, pur avendo trainato la storia dell’Occidente, nei momenti di transizione ha spesso saputo percepire prima di altri le impressioni provenienti da lontano. Alla fine del primo quarto del XXI Secolo, la scena emergente italiana sembra intercettare un respiro lieve ma profondo che arriva dall’Estremo Oriente, assumendo una postura che, per molti aspetti, può essere accostata alla filosofia orientale del vuoto: la capacità di essere presenti nell’assenza. Quelle stesse caratteristiche che per anni, se confrontate con i colleghi anglosassoni e continentali, sembravano un limite, oggi si rivelano come una sensibilità specifica: leggere il tempo come circolare anziché lineare; abitare i vuoti della modernità senza rifiutarla; tenere insieme gli opposti senza lasciarsi paralizzare dai paradossi che ne derivano. 

Una “Orientalissima Italia”  

Quarantacinque anni dopo Identité italienne di Germano Celant, potremmo parlare di una “Orientalissime Italie” per descrivere questa nuova generazione di artisti e il suo modo particolare di leggere il presente, la sua postura di fronte al cambiamento globale. Per comprenderla, però, occorre allargare lo sguardo agli spostamenti geopolitici in corso. L’epoca del dominio occidentale incontestato sta chiudendosi. Gli Stati Uniti sono ormai una superpotenza sfidata, che tenta di ricompattare i vecchi alleati e rimetterli in moto per fronteggiare l’avanzata lenta e inesorabile dell’Estremo Oriente. Questo Oriente, in larga parte guidato dalla Cina e dalla sua sfera d’influenza regionale, non indica soltanto l’ascesa di nuove potenze sulla scena globale; segnala anche l’irruzione di un’idea che ha sempre mantenuto con l’Occidente un dialogo a distanza, influenzandolo soprattutto in superficie (da Schopenhauer a Osho, Yogananda e Alan Watts) senza mai trasformarne davvero la struttura profonda. 

I rapporti tra Oriente e Occidente 

L’Estremo Oriente, al contrario, ha già assorbito l’Occidente, facendo proprie idee-guida della modernità come comunismo, capitalismo e tecnica. Oggi, dopo una lunga digestione durata decenni, l’Oriente tenta di penetrare l’inconscio occidentale non attraverso la violenza o la forza, ma tramite lentezza, vuoto e assenza. L’Occidente, abituato a confronto, potere e slancio, ha pochi anticorpi contro l’avanzare di un respiro che si muove sotto la pelle: invisibile eppure inesorabile, come il virus che, cinque anni fa, partendo da Wuhan, immobilizzò un’intera civiltà. 

La posizione specifica dell’Italia 

L’Italia entra nella storia proprio quando la storia cambia traiettoria: si desta nelle curve strette e diventa capace di incarnare lo spirito del tempo in un modo che i Paesi costantemente impegnati a produrre potere e significato spesso non riescono a fare. Dal punto di vista della “Quarta Roma” (Washington), l’Italia è un alleato per definizione, culla della cultura occidentale; eppure, al tempo stesso, ha sempre coltivato, in parte inconsciamente, in parte temerariamente, un senso di indipendenza e ambiguità. Basti ricordare la quasi-vittoria del Partito Comunista nel 1948, o gli accordi (poi ritirati sotto pressione) firmati dal governo Conte per la Via della Seta cinese. 
Questa inclinazione verso Est non è soltanto geopolitica o economica: affonda le radici in una grammatica teologica e storica. La fede che struttura l’immaginario italiano nasce a Gerusalemme; i Magi arrivano da Oriente guidati da una stella; per secoli Costantinopoli è stata il grande polo politico e commerciale con cui Roma misurava la propria potenza; i racconti di Marco Polo, partito da Venezia, hanno affascinato l’Europa intera. Nel Novecento questa inclinazione simbolica riemerge in forma secolare: Pier Paolo Pasolini legge il Sud mediterraneo come un “Oriente interno”, spazio di resistenza alla modernizzazione occidentale; Il piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci mette in scena l’Asia come luogo di spostamento spirituale e narrativo; Le città invisibili di Italo Calvino trasformano l’Oriente di Marco Polo in un paesaggio geometrico e mentale. Nei secoli, l’Italia ha così continuato a immaginarsi come terra intermedia: cuore dell’Occidente, ma con un asse simbolico costantemente inclinato verso Oriente. 

I tratti del “carattere orientale”  

Dentro questa lunga tradizione di soglia tra Occidente e Oriente si colloca anche la postura degli artisti italiani che oggi decifrano il presente assorbendo l’influenza lenta e inesorabile proveniente dall’Estremo Oriente. Lentezza, malinconia, atemporalità, e il flusso della storia che ritorna su sé stessa sono alcuni dei registri più morbidi che mettono in gioco. E se, rispetto ai loro omologhi nel resto dell’Occidente, non sembrano desiderosi di affrontare frontalmente le richieste della contemporaneità, né producono forti onde d’urto ideologiche, è perché, in fondo, non è quel tipo di confronto a interessarli. Preferiscono muoversi con delicatezza nelle pieghe della storia, finché scoprono che, dopo aver inventato il progresso, ne sono anche diventati stanchi. 

La cultura orientale come modello per gli artisti 

Per descrivere il lavoro di questa generazione, può essere utile guardare a quattro figure chiave prese in prestito dalle culture dell’Asia orientale, in linea con la prospettiva sviluppata da Byung-Chul Han in Del vuoto. Sulla cultura e la filosofia dell’Estremo Oriente (Nottetempo, 2024): (i) una dimensione del tempo atemporale e circolare; (ii) staticità e lentezza; (iii) il vuoto come assenza attiva; e (iv) la molteplicità. Han contrappone una metafisica occidentale della sostanza e delle “cose” stabili a una cultura orientale del vuoto, che privilegia transitorietà e informe più che pienezza e possesso, ricorrendo a esempi tratti da architettura, giardini, cucina e scrittura. 

Il tempo secondo gli artisti italiani 

Dentro questo orizzonte, il tempo (i) in molte culture dell’Estremo Oriente non è vissuto come una linea progressiva o come un avanzamento verso un fine. L’istante presente può aprirsi sull’infinito, sospendendo la percezione del fluire. Giulia Cenci lavora precisamente dentro questo presente dilatato: i suoi ecosistemi scultorei ibridi, fatti di residui industriali, forme animali e frammenti meccanici, mettono in scena la storia come sedimentazione più che come progresso, dove diversi strati temporali coesistono nello stesso corpo fragile, disegnando un paesaggio che sembra affiorare dopo la fine della storia. Binta Diaw, analogamente, tratta il tempo come un dispositivo circolare in cui natura, violenza e corpo umano si intrecciano in un eterno presente. Altri artisti leggibili entro questo registro atemporale e circolare includono Lulù Nuti, con le sue scultoree convesse su sé stesse; Camilla Alberti, che ricicla ecosistemi post-umani da detriti organici e sintetici; Andrea Mauti, che compone fragili costellazioni di materiali modesti, come sospese in un tempo incompiuto; e Davide Sgambaro, le cui installazioni ansiose fanno rientrare le paure generazionali in scenari ricorsivi. 

Lentezza come sinonimo di cura 

Lentezza e immobilità (ii) qui non sono inerzia, ma cura: un modo di intensificare l’attenzione e rigenerarsi attraverso piccoli gesti ripetuti, praticati con costanza. Rallentare significa vedere meglio, restituire senso anche al movimento più minimo. Nel tè, nella calligrafia, o nel camminare in un giardino, la lentezza diventa un antidoto alla velocità costruttiva dell’Occidente. Valentina Furian usa l’immagine in movimento per costruire situazioni di tempo sospeso: inquadrature lunghe, quasi immobili, spesso con animali, producono una densità dello sguardo in cui la narrazione diventa secondaria rispetto alla percezione. I film di Diego Marcon, meticolosamente composti, con panoramiche lente e tagli ritardati, dilatano il tempo emotivo fino a renderlo quasi scomodo, costringendo lo spettatore a restare in una scena oltre il punto di necessità della trama. Entro questa costellazione di lentezza e staticità possiamo collocare anche Tomaso De Luca, con le sue architetture esauste e incerte; Satya Forte, i cui corpi scultorei in equilibrio sfidano la staticità; e Irene Fenara, che rallenta le immagini di sorveglianza in sguardi lunghi e ambigui. 

Per gli artisti il vuoto è pieno di possibilità 

Il vuoto (iii) non è mancanza, ma spazio potenziale: ciò che permette alle forme di emergere e respirare. Nella pittura a inchiostro, nell’architettura e nel teatro, ciò che non è rappresentato orienta lo sguardo quanto ciò che appare. Oggi il vuoto può essere letto come reazione all’eccesso produttivo e consumistico: uno spazio di semplicità, un vuoto attivo che genera relazione e significato. I dipinti di Guglielmo Castelli, con figure che si dissolvono e ampie zone di colore quasi nudo, si reggono su ciò che nell’immagine resta non detto. Giulia Andreani, rielaborando fotografie d’archivio in gamme tonali ristrette, porta alla luce i vuoti storici della memoria collettiva, figure ed episodi a rischio di sparizione, sospendendoli in una zona grigia tra visibilità e cancellazione. Altri artisti che operano attraverso sospensione, sottrazione e vuoto contemplativo includono Valerio Nicolai, con le sue narrazioni oblique e discontinue; Antonio Della Guardia, che mappa le pressioni invisibili del lavoro e del controllo; Rebecca Moccia, che lavora su climi emotivi impalpabili e solitudini istituzionali; Margherita Raso, che traccia corpi assenti in rilievi tessili piegati; Jem Perucchini, che mette in scena ritratti opachi e trattenuti; e Jacopo Belloni, che congela rituali ibridi in uno stato di immobilità carica. 

L’arte come coesistenza delle differenze 

Infine, la molteplicità che nell’estetica e nel pensiero asiatici, non è disordine, ma coesistenza armonica delle differenze: accettazione della simultaneità degli opposti. In questa visione, l’individuo e l’ideale di unicità perdono centralità a favore di una pluralità che trova senso nello stare-insieme, nella ripetizione e variazione non gerarchica degli elementi. La forza non risiede nell’unità singola, ma nell’intreccio. Gli ambienti e gli arazzi di Bea Bonafini rendono letterale questo intreccio: figure, pattern e supporti si interlacciano diventando un elemento tra i molti in un campo condiviso. Diego Cibelli costruisce ecosistemi ceramici che mettono insieme oggetti, rituali e comunità, immaginando la socialità come una coreografia di parti interdipendenti. Il collettivo Numero Cromatico radicalizza la molteplicità sul piano dell’autorialità e del metodo, integrando arte, neuroscienze e tecnologia in processi di ricerca aperti, dove nessuna disciplina né individuo può rivendicare il primato. Questa costellazione include anche Lucia Cantò e Federica Di Pietrantonio che, in modi diversi, trattano forma e identità come nodi provvisori dentro reti più ampie di relazioni. 
In tutte queste pratiche, l’Oriente è un orizzonte d’attitudine: un modo di abitare il tempo, l’attenzione, il vuoto e la relazione che permette a una nuova generazione di artisti italiani di ripensare che cosa significhi vivere, e fare arte, lungo la faglia tra mondi. 

Marco Bassan 

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L’articolo "Orientalissima Italia. Una generazione di artisti affascinati da un mondo lontano " è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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