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Ora per Repubblica il pericolo è il "fascismo bianco"

  • Postato il 4 settembre 2026
  • Politica
  • Di Libero Quotidiano
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  • 6 min di lettura
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Ora per Repubblica il pericolo è il "fascismo bianco"
Ora per Repubblica il pericolo è il "fascismo bianco"

Della fallimentare campagna elettorale della sinistra nel 2022 restano degni di nota due articoli: uno in cui si accusava Fratelli d’Italia di essere un partito maschilista nonostante fosse guidato da una donna perché appunto menzionava i fratelli e non le sorelle (Aspesi su Repubblica) e un altro in cui si rimproverava Meloni di avere ricordato Sergio Ramelli a Milano, cioè un diciottenne cui i rossi spaccarono la testa per un tema contro le Br (Scurati sempre su Repubblica). Oggi i ragionamenti sono meno estremi e meno urticanti ma sempre con quel sottofondo di faziosità, di manicheismo, di intolleranza mascherata da pedagogia civile che ruota attorno al concetto-insulto di “fascismo”.

Abbiamo appreso (ancora da Repubblica) che Michele Ainis ha sfornato l’ennesimo libro sul pericolo fascista, il «cappio che ci sta stringendo il collo» e che sta facendo «appassire» le «nostre antiche libertà». Con invidiabile spirito creativo Ainis ha coniato l’espressione giusta per definire il fenomeno: “fascismo bianco”, che è anche il titolo del suo nuovo pamphlet. Mica pensa a marce su Roma, fez e moschetti, no no. Pensa a un sentimento «occulto», che avvelena le coscienze, che determina violenza e intolleranza, che è causa dei femminicidi, del bullismo adolescenziale, dei maltrattamenti su minori e anziani. La società si incattivisce, dunque, a causa del “fascismo bianco”, che sotto mentite spoglie attacca i diritti per srotolare tappeti rossi ai nuovi poteri autoritari. Il rimedio?

L’immarcescibile resistenza, da attuare respingendo l’inferno e riconoscendo ciò che inferno non è. Proprio così, testuale. Il fenomeno (che è un trend culturale che contagia tutto il mondo intellettuale che ruota attorno alla sinistra e che si sente in dovere di pubblicare titoli che alludono a quanto male assoluto sia ancora presente nella destra italiana) si potrebbe liquidare osservando che se gli argomenti sono questi saranno seppelliti o dalle risate degli italiani o dalla logica.

Non c’è un solo diritto che la destra al governo abbia limitato se non nella narrazione consolatoria di una sinistra che, per dire che il governo Meloni intaccava la libertà di stampa, si stracciò le vesti per la bomba sotto casa di Ranucci prima di scoprire che l’aveva fatta mettere il suo amico del cuore. Ma andando più a fondo si dovrebbe ricordare quale è stato il ruolo culturale della destra italiana raccolta attorno al Msi nel dopoguerra prima dell’avvento di Berlusconi al potere: una puntuale denuncia della degenerazione del costume sociale causata da materialismo, permissivismo e da un modello economico fondato sul consumismo. Sorprende poi accostare i nuovi nazionalismi al “fascismo bianco”, all’inganno ideologico dunque che renderebbe i popoli più egoisti e più indifferenti verso i deboli. Qui prendiamo in prestito la definizione del nazionalismo meloniano fornita dal politologo Alessandro Campi nel suo libro Il fantasma della nazione: «Significa opporsi a qualunque visione o ideologia secondo la quale è possibile immaginare un mondo unito dalla tecnica, dai flussi della comunicazione digitale, dagli scambi commerciali e dalla finanza virtuale».

Il richiamo alle radici è dunque un elemento tipico di una nazionalismo difensivo, che teme e respinge la globalizzazione, e che nulla ha a che vedere col nazionalismo aggressivo e espansivo del Novecento ereditato semmai dai neoimperialismi americano e cinese. È appena il caso di far notare che i sentimenti prepolitici di cui stiamo parlando non hanno alcuna parentela col fascismo e nemmeno coi nuovi autoritarismi che, se nascono in effetti come reazione alla debolezza dei meccanismi decisionali partitico-parlamentari, sono sostenuti da un bisogno di risposte concrete a fenomeni che erano ignoti ai tempi del fascismo: l’immigrazione di massa, la solitudine metropolitana, i fallimenti dello stato sociale.

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Autore
Libero Quotidiano

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