Ora entrano in crisi anche le mega gallerie. Pace Gallery taglia sia staff che artisti della scuderia: “Il sistema non funziona più”
- Postato il 4 giugno 2026
- Mercato
- Di Artribune
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“L’intero sistema delle gallerie d’arte è diventato troppo grande, troppo commerciale, troppo impersonale e corporate”, ha dichiarato Marc Glimcher, Ad di Pace Gallery, il gigante del mercato globale dell’arte che ha appena annunciato che taglierà il 20% dello staff, 50 persone sulle 250 attualmente impiegate, e lo stesso numero, 50 su 130, degli artisti ed estate attualmente rappresentati. A valle di un 2025 che ha visto chiudere le porte di tantissimi operatori della filiera commerciale, la notizia di un ridimensionamento così massiccio da parte di uno dei player globali più forti e influenti del sistema dell’arte dà la misura della crisi delle gallerie d’arte. In stridente contrasto con i nuovi volumi di affari delle ultime aste di New York, che hanno visto tornare sulla scena lotti-trofeo e offerte multimilionarie. A conferma che i due comparti viaggiano su binari non necessariamente coerenti.

La mega galleria Pace risponde con tagli e ridimensionamenti alla crisi del mercato
“Il mondo dell’arte è cambiato drasticamente nell’ultimo decennio e l’attuale modello di galleria non è soltanto in crisi: è impossibile da riparare”, continua Glimcher, “tutte le gallerie stanno attualmente adottando soluzioni temporanee e compromessi per sostenere un sistema che non funziona più”. Lapidario, quanto chiarissimo, il figlio del fondatore Arne Glimcher, nel mettere a nudo una verità che, sotterranea e strisciante, continua a pervadere il sistema dell’arte, nonostante si provi a scacciarne il fantasma. E che ha fare con modelli di business, quelli delle gallerie, che sono stati fin qui praticati e implementati e incentivati – anche da operatori come Pace Gallery – e che ora non tengono proprio più.
Pace Gallery taglia gli artisti della scuderia
Nel suo comunicato, Glimcher ha approfondito questa scelta, presentandola anche come una presa di distanza dal modello delle mega-gallerie, che con la loro impronta hanno dominato il sistema e il mercato dell’arte degli ultimi decenni. E ora l’Ad di Pace conclude che quel formato richiede una struttura manageriale talmente pachidermica da distogliere e drenare risorse e attenzione dal cuore dell’attività delle gallerie, espandendo il numero di sedi quanto quello degli artisti delle scuderie, che includono senza eccezione centinaia e centinaia di artisti ed estate di artisti scomparsi.
Dei circa 130 inclusi finora nel roster di Pace Gallery, fondata nel 1960 a Boston e con sedi oggi a New York, Los Angeles, Londra, Ginevra, Berlino, Seoul e Tokyo, Glimcher ha annunciato che ne resteranno circa 80, comprese le nuove aggiunte, tra le più recenti, di Anicka Yi e dell’eredità di Constantin Brancusi.
La crisi delle mega-gallerie
Resta singolare che a mettere in luce la contraddizione aperta dal modello di crescita continua incarnato dalle mega gallerie sia uno dei protagonisti, insieme a Gagosian, David Zwirner e Hauser & Wirth che quel meccanismo lo ha alimentato, rendendo difficile la via a chi non riusciva ad allinearvisi (le gallerie di stazza media, in primis). E ora le conseguenze di un mercato differente, di collezionisti più selettivi o meno presenti, i costi da sostenere per gli avamposti multipli e lussuosi nel mondo e la partecipazione a decine e decine di fiere l’anno, sommati a instabilità geopolitica, tassi di interesse sul denaro, inflazione, arrivano a investire anche gli operatori più consolidati.

Come cambia il mondo delle mega gallerie
Adattamento e cambiamento in base ai mutati scenari fanno parte delle capacità necessarie a portare avanti ogni impresa e già a ridosso del Covid Pace aveva dovuto tagliare il suo staff di un 25%. Così come nel 2022 aveva chiuso le sedi di Hong Kong e Palo Alto e abbandonato un costosissimo progetto di centri d’arte immersiva, Superblue, mentre non era andata in porto poi una joint venture che si era paventata con Sotheby’s. E se la sola sede di Chelsea a New York richiede una copertura economica di circa 9 milioni di dollari l’anno, non si immaginano le spese per quella dozzina abbondante di fiere a cui Pace ha preso parte nel 2025, mentre si prepara a essere ad Art Basel a Basilea questo mese, con opere di Lynda Benglis, Alexander Calder, Agnes Martin e Louise Nevelson.
Negli ultimi anni, inoltre, la galleria ha investito in nuovi progetti e spazi, come quello condiviso a Berlino con Galerie Judin, o la partnership con l’altro gigante del mercato Di Donna Galleries e David Schrader nella società dedicata al mercato secondario, Pace Di Donna Schrader, che pure restano entrambe in piedi. “È come se ci stessimo riprendendo la nostra galleria”, ha commentato il fondatore di Pace Gallery, Arne Glimcher, che non ha mai guardato con favore all’ossessione per la crescita obbligata delle mega gallerie. “Questa faccenda della mega galleria è ridicola e anche insopportabile”, chiosa al New York Times il vecchio Glimcher, che conclude: “È la differenza che passa tra una corporation che usa l’arte per espandersi e una galleria d’arte che è solo per l’arte”.
Cristina Masturzo
L’articolo "Ora entrano in crisi anche le mega gallerie. Pace Gallery taglia sia staff che artisti della scuderia: “Il sistema non funziona più”" è apparso per la prima volta su Artribune®.